Rumori di motosega invadono corso Tacito già dalle 7 del mattino di giovedì. A nulla sono valse le proteste di Alleanza Verdi-Sinistra e di altri comitati impegnati per evitare l’abbattimento del pino di Largo Villa Glori. E come da ordinanza del sindaco di Terni Stefano Bandecchi in giornata l’esemplare ultracentenario è stato tagliato.

L’abbattimento «Non ci sono le condizioni per poter garantire interventi diversi», recita il documento firmato dal primo cittadino. Una posizione ribadita anche a Palazzo Spada lo scorso 5 luglio, quando sono state presentate due interrogazioni sul tema. Durante le operazioni di abbattimento, fuori dall’area messa in sicurezza per il taglio dei rami, un gruppo di persone osserva dal basso. «Siamo disgustati da questo intervento. Secondo noi – spiega Luigi Nautilli del comitato Sos verde pubblico – non è stato rispettata la parola data da Bandecchi sulla promessa di fare prima un’analisi, togliendo l’aiuola che copre per 60-70 cm l’albero, di modo che sarebbe stato possibile analizzare il colletto della pianta ed eventuali radici affioranti».
Manifestazioni In mattinata infatti c’è stata un’altra protesta. E poi l’incontro con l’assessore Marco Iapadre: «sSi è mostrato disponibile e si è fermato a parlare con noi. Ma ha detto che se ci sono delle perizie che dimostrano che l’albero è pericoloso, va tagliato. Dal canto nostro, abbiamo detto che l’abbattimento non aveva ragione d’essere, almeno per adesso – conclude Nautilli – visto che non è stato fatto quel che avevano promesso».
Giù il pino Nel corso della giornata sull’abbattimento del pino ecco anche il M5s: «Mentre viene abbattuto l’ultimo albero presente in Corso Tacito, è preoccupante notare che gli alberi messi a dimora in sostituzione dei numerosi pini abbattuti stanno morendo uno dopo l’altro a causa dell’incuria dell’amministrazione comunale. La situazione riscontrabile in via Lungonera non è isolata e dimostra che, dopo il suono delle motoseghe, resta solo il deserto e l’asfalto rovente. Sostituire una pianta abbattuta di quasi un secolo con dei fuscelli in un rapporto uno a uno è già ridicolo di per sé, ma a Terni anche quel poco che è stato fatto sta andando in malora. Comprendiamo la necessità di mettere in sicurezza alcune situazioni che possano costituire pericolo per i cittadini, ma a Terni negli ultimi 10 anni sono stati abbattuti oltre tremila alberi capaci di produrre ossigeno, di lenire gli effetti dell’isola di calore urbana e di catturare CO2. Nessuno si è occupato di gestire questa distruzione del patrimonio arboreo, avvenuta con grande superficialità, facendo passare tra la popolazione il messaggio che gli alberi siano solo un problema. Ricordiamo che Terni è la città d’Italia dove gli effetti dei cambiamenti climatici sono peggiori, come evidenziato nella classifica dell’edizione 2024 dell’Indice Climatico, un progetto sviluppato da iLMeteo.it e dal Corriere della Sera. In questo contesto, abbiamo anche consentito la distruzione dell’unico bosco urbano della città, da parte di un’amministrazione comunale che avrebbe dovuto semplicemente sanare le criticità a ridosso della strada, perimetrare l’area e chiuderla al pubblico, dando la priorità alla qualità dell’aria e al suo impatto sulla salute».
Le proteste Tra le foto comparse sui social, tra i molti che si rammaricano per la perdita dell’albero, ecco anche l’architetto Paolo Leonelli che con la giunta Bandecchi ha un filo diretto per via del cantiere del teatro Verdi. Date le numerose polemiche, a favore dell’amministrazione comunale interviene allora il presidente della Prima commissione consiliare di Palazzo Spada Andrea Sterlini: «Il sindaco – spiega – si è semplicemente attenuto a dare seguito con l’ordinanza ad una perizia fatta dai tecnici per cui l’albero poteva creare danni a cose e soprattutto persone, e quindi in presenza di tale perizia si sarebbe dovuto assumere una grande responsabilità qualora poi, malauguratamente, l’albero o parte di esso cadendo avessero provocato serie conseguenze a qualsiasi cittadino. Dietro richiesta del consigliere Francesco Maria Ferranti (Fi), in Prima commissione da me presieduta, si è svolta una lunga discussione, ebbene è emerso che purtroppo non si poteva fare diversamente perché la perizia parla chiaro e nessuno, giustamente, può correre il rischio che a farne le spese sua l’incolumità delle persone».

