In basso a sinistra Renato Curi, quattro file dietro di lui il cronista Mario Mariano

di Mario Mariano

Il megafono della tragedia fu la guardarobiera Giuditta, indurita dalla vita ma mai affranta come quella volta perché i calciatori per lei erano come figli, e come tali li trattava. Fu lei a urlarmi: «Renato è morto, Renato è morto». Piangemmo tutti in sala stampa, anche quelli che avevano visto morire la gente in guerra come Gianni Brera e Gianmaria Gazzanica. Non fu facile iniziare a pigiare sui tasti della Olivetti per raccontare il dramma ai lettori del Corriere della Sera e di Tuttosport. Neppure volevo farlo ma riuscirono a convincermi dalla redazione: «Devi farlo, fallo per lui». Non dovette essere facile neppure per Sandro Ciotti «dare la notizia» al popolo dei tifosi che usciva dagli stadi con la radiolina incollata alle orecchie. Le luci della sala stampa dopo quel Perugia-Juventus del 30 ottobre 1977 si spensero tardissimo, i risvolti erano troppo amari per essere liquidati in poche righe. Una domenica che nessuno avrebbe mai voluto raccontare, costretti a farlo per rispetto verso chi di quella morte voleva sapere tutto da subito.

41 anni dopo La differenza tra chi quella domenica era sugli spalti e chi sarebbe venuto dopo è minima, o forse non c’è mai stata, visto che il dolore per la morte di Renato è di quelli che si tramandato e si trasmettono alle generazioni successive. Non c’è società sportiva che non ha dovuto piangere i suoi eroi, ora atleti, ora dirigenti che hanno scritto pagine importanti, realizzato imprese epiche, che hanno lasciato tracce evidenti del loro operato. L’ultimo, il più coinvolgente per l’Italia del calcio e non solo, la morte di Davide Astori, appena otto mesi fa . Riguardo ai lutti del passato mi viene in Gaetano Scirea, grande campione e persona amata per signorilità e fair play apprezzato dai tifosi della Juventus e da quanti quella squadra proprio non la sopportano. Scirea non è morto su un prato di calcio come Renato Curi, ma pur sempre mentre operava per il club che gli aveva dato gloria e ricchezza, eppure dopo qualche anno il lutto è stato metabolizzato, non si ha memoria di celebrazioni speciali ad ogni anniversario della sua scomparsa, avvenuta in Polonia il 3 settembre del 1989 per un incidente d’auto mentre il più grande difensore di tutti i tempi veniva accompagnato in aeroporto dopo aver visionato la avversaria prossima della Juventus. Forse solo il Torino e la sua gente ricordano con celebrazioni speciali l’anniversario della morte di Gigi Meroni, il calciatore più eccentrico di tutti i tempi, falciato da un auto in un viale di Torino poche ore dopo una partita contro la Sampdoria. Meroni non solo un simbolo dei tifosi granata di quelle generazioni, ma anche delle successive.

Il centrocampista coi polmoni d’acciaio È vero, non dovrebbero esserci lutti di serie A e di serie B e chiunque se ne è andato dovrebbe essere ricordato per quello che è nelle umane possibilità. Ma ci sono poi le eccezioni, e trovarne le ragioni non sempre è possibile. La differenza è nella volontà di rendere infinito il ricordo, e in questo Perugia nella sua interezza si è contraddistinta da subito, dal silenzio che calò quella domenica sera di 41 anni fa, ma anche nella determinazione di voler rendere unica quella tragedia. Se ancora oggi la ricorrenza della morte del piccolo grande centrocampista dai polmoni d’acciaio viene vissuta in maniera profonda, senza un grammo di retorica , è anche grazie alla immediatezza giornalistica di Lanfranco Ponziani (che sarebbe scomparso qualche mese dopo in un incidente stradale) che dopo la tragedia lanciò dalle colonne de Il Messaggero questo appello: «E adesso intitoliamogli lo stadio». Un titolo che divenne un obiettivo da raggiungere nel più breve tempo possibile per esorcizzare almeno un po’ il dolore, per dare inizio a quella storia di gloria perenne. Quella proposta venne accolta alla unanimità già alla prima riunione della giunta comunale: era la espressione del popolo del Grifo, e praticamente non ci furono resistenze neppure. Bastò vedere le tracce che quel lutto aveva lasciato in quanti Renato lo frequentava tutti i giorni – compagni di squadra, allenatore, giornalisti- o vedere quanta gente quel giorno dopo quella drammatica partita era al funerale per intuire che il lutto non si sarebbe mai metabolizzato.

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