«Agostino Di Bartolomei era il capitano di una squadra di calcio che conosce le regole, e che le sa rispettare. Il libro che i suoi familiari hanno voluto pubblicare è il sacrosanto omaggio ad un grande calciatore ed ad un grande uomo, che aveva un solo difetto per il calcio di ieri e di oggi: parlava poco». Luigi Agnolin, ora direttore generale del Perugia calcio, ha dato una puntuale e circostanziata testimonianze di uno dei calciatori simboli della Roma di tutti i tempi, quella che vinse lo scudetto e perse la Coppa dei Campioni ai rigori contro il Liverpool. Parole dette nella sala del consiglio della Provincia di Perugia dove sabato è stato presentato il libro postumo di Di Bartolomei, «Il manuale del calcio», edito da Fandango e appena uscito nelle librerie. Presentazione alla quale sono intervenuti il presidente del consiglio provinciale Giacomo Leonelli, l’ex allenatore del Perugia Serse Cosmi, il figlio Di Bartolomei, Luca, Agnolin e coordinato dal giornalista Mario Mariano.

Agnolin «Una settimana dopo che assunsi la carica di direttore generale della Roma (era il 1994) ebbi il triste compito – ricorda Agnolin – di presenziare come dirigente romanista ai funerali di Agostino dopo il suo tragico gesto. Da allora è nato, e si è rafforzato nel tempo, un sentimento di stima e amicizia profonda con Marisa, che chiamo con il solo nome per testimoniare l’affetto che nutro per lei, per Luca, per tutti i familiari di Agostino. Lui ha lasciato molti messaggi al mondo del calcio, e spero che le nuove generazioni, attraverso il suo “Manuale del calcio” riescano a coglierne qualcuno, ad esempio che il calcio è “semplicità”, come molto opportunamente dice il sottotitolo del libro». «Quale ricordo ho di lui? Quando si avvicinava a me per chiedere, in qualità di capitano, una spiegazione, lo faceva come recita il regolamento, e cioè con le braccia dietro la schiena, per rispetto di una regola e dei ruoli».

Il manoscritto A svelare un particolare curioso, durante la presentazione del libro ci ha pensato Luca, il primogenito della bandiera della Roma di Niels Liedhom: «Tutto vero ciò che ha detto Agnolin, mio padre era ligio alle regole, salvo che fu proprio lui a decretare la prima ed unica espulsione della sua lunga carriera». Il volume è stato pubblicato postumo «perché il manoscritto sul quale papà aveva lavorato per lungo tempo – racconta Di Bartolomei -, lo abbiamo ritrovato dentro uno scatolone per via dei tanti traslochi fatti dalla mia famiglia dopo la disgrazia». Mariano ha accostato Di Bartolomei ad altri campioni del passato, di un calcio non ancora inquinato dalla tv come Scirea, Zoff, Facchetti ed Antognoni. Aneddoti, riflessioni, analisi: «Il mio primo modello come calciatore, per me tifoso della Roma, è stato Ciccio Cordova, il secondo Agostino di Bartolomei – ha ricordato Cosmi-. Molti pensano che nel calcio sia utile la parlantina sciolta, ma la leaderschip si esercita anche con gli sguardi, con i silenzi. In Bari-Perugia del 2001, chiuso in svantaggio di tre reti nel primo tempo la grande rimonta, con vittoria finale per 4-3 fu possibile grazie ad un totale silenzio durante l’intervallo che fu più efficace di mille parole. Ecco mi viene in mente questo ricordo per dire che Di Bartolomei era efficace anche parlando poco, ma dando esempio nei comportamenti».

Il ricordo Commovente il ricordo di Luca Di Bartolmei, amico di Leonelli che ha organizzato l’incontro: Avevo all’incirca la vostra età – ha detto rivolto ai ragazzi della scuola media perugina San Paolo -, quando rimasi orfano; non riuscivo a comprendere il gesto tragico di mio padre; mi è mancato nella mia fanciullezza, nella mia formazione. Se penso di averlo perduto perché dentro di lui si sia creato un corto circuito di incomprensioni con quel mondo al quale lui aveva dato tanto, mi crea ancora tanta rabbia. Quello era un calcio cialtrone, e lui era così poco incline agli adattamenti, alla flessibilità ipocrita. Mi conforta il fatto che il suo ricordo di calciatore e professionista sia ancora vivo tra i tifosi, se oggi c’è questo libro è per sostenere la formazione dei giovani che si avvicinano al calcio, per aiutare anche quei ragazzi sfortunati delle borgate romane portatori di handicap, che hanno tutto il diritto di divertirsi, perché il calcio è semplicità, come diceva Agostino».

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