Walter Alfredo Novellino

di Mario Mariano

Walter Alfredo Novellino ha festeggiato da poche settimane i suoi primi 39 anni di cittadinanza perugina.

Chi era Arrivò nell’estate del ‘75 con la fama di essere un campioncino, con le credenziali del talent scout Silvano Ramaccioni, che era riuscito a vincere la concorrenza del Napoli. E Novellino, come sanno ormai anche le pietre, è diventato un’architrave della storia del Grifo. Come calciatore più che come allenatore.

Il terroncino del nord Si presentò così quando ancora, come avrebbe raccontato Aldo Agroppi, vestiva i panni del «terroncino del Nord»: «Sollier? Me lo mangio a pranzo e a cena, io non ho paura di nessuno. Ho giocato sulla spiaggia di Copacabana, i miei genitori mi hanno insegnato il sacrificio e la voglia di lottare sempre». Ebbe ragione lui, anche se dopo quella intervista così roboante provò timidamente a smentire: «Mi hai frainteso, volevo solo dire di attenermi alle disposizioni di Castagner». Già al debutto contro il Milan Novellino incantò la platea del Curi stracolmo e c’è chi, a distanza di tanti anni, continua a ricordargli «quella volta che fintò quattro volte Franco Baresi mandandolo due volte kappaò, come per irriderlo».

Gli anni da incorniciare Divenne uomo di mercato nella gestione di Franco D’Attoma e Spartaco Ghini, Ferlaino presidente del Napoli avrebbe fatto carte false per averlo ma il Perugia, dopo averne riscattato la comproprietà dal Napoli, lo cedette al Milan per permettergli di vincere uno scudetto. Novellino e Perugia sono una cosa sola e non c’è nulla di retorico. Non fosse altro che il primo giorno che arrivò a Ferro di Cavallo, nell’aprire la finestra dell’appartamento sottostante a quello di Agroppi, il suo sguardo incrociò quello di Graziella Torsuoli e i due avrebbero costruito da quel momento una vita insieme.

Scarpe al chiodo Si cimentò nel commercio, appese le scarpe al chiodo e riuscì a centrare traguardi importanti; nessuno avrebbe scommesso un soldo sul fatto che diventasse allenatore professionista e invece su di lui puntò Walter Sabatini, anche su segnalazione di Lia Ghini. Dapprima fu Penna Ricci, poi la Berretti del Perugia e infine la prima squadra in serie C. Il carattere che lo ha sempre molto aiutato, talvolta è stato il suo limite: litigò con Gaucci e sfumò la gioia di esultare a Foggia. Salvo che quella promozione gli è stata sempre attribuita anche da Castagner che lo sostituì allo Zaccaria.

La panchina Meno fortuna ebbe anche nella successiva parentesi sulla panchina del Grifo. Lui, che ha vinto cinque campionati di B, che a sessanta e passa primavere si permette di arrivare ai playoff con una squadra di giovani. Lui che ha qualità speciali nel caricare i giocatori, nel leggere tatticamente le partite, nel farsi rispettare quando dà disposizioni. Lui che allena il Modena, che ama il Perugia e Perugia, ma che per una notte è pronto a tradire il primo amore.

A uno così Lui che prima di nascosto e poi sempre più alla luce del sole si mise a disposizione del grifo andato in frantumi dopo il fallimento della gestione Covarelli, e per questo rimediò una squalifica e dovette pure pagarsi la parcella dell’avvocato, lui che non perse una partita di serie D. Lui che sembrava dover solo amministrare i beni al sole, frutto dei bei guadagni di 45 anni di professione, lui che é sempre sulla cresta dell’onda. E non ditegli perché non ha un solo capello bianco, perché vi risponderà: «Ho trovato un parrucchiere bravo, non porto il parrucchino e non mi tingo i capelli, e sfido chiunque a dimostrarmi il contrario». Ad uno così dovrebbero dare le chiavi della città.

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