Quantcast
mercoledì 19 maggio - Aggiornato alle 03:59

Umbria Jazz 2013, un caffè con Gabriele Mirabassi: «Il Jazz non è più musica urgente». L’intervista

di Lucia Caruso
Gabriele Mirabassi, classe 1967, nato a Perugia, è uno dei più virtuosi clarinettisti al mondo. Lo inContro al Caffè dell’Arco dove mi da appuntamento. Sono le 17.30 e l’afa è spezzata da un venticello fresco che trasporta le note anche negli angoli più nascosti dell’acropoli.

VIDEO. IL CONCERTO A UMBRIA JAZZ 2013

L’artista Si diploma col massimo dei voti e lode al conservatorio “F. Morlacchi” di Perugia e comincia una carriera costellata di successi e di fortunati incontri. Il suo curriculum ha un certo peso specifico, vanta una numerosa discografia, premi e riconoscimenti internazionali, nonché prestigiose collaborazioni: John Cage, György Kurtág, Pieranunzi, Rava, Richard Galliano, Mina, GianMaria Testa, John Cage, solo per citarne alcuni. Poi d’un tratto, arriva quella che lui stesso definisce “opportunità salvifica”: l’incontro con il Brasile, con la sua musica, con il suo popolo, che gli cambia la vita, facendolo diventare in poco tempo uno dei massimi interpreti e divulgatori della musica popolare brasiliana. L’ ultima fatica discografica di Mirabassi, griffata Egea, si ispira a questa meravigliosa terra che viene fuori nelle sue note in tutta la sua incontenibile energia, entusiasmo ed umanità. Anche quest’anno ospite di Umbria Jazz, il virtuoso clarinettista umbro, si esibisce, martedì 9 luglio, alle 17, in un duo con il colombiano Edmar Castaneda. Mirabassi arriva all’appuntamento con un simpatico berretto e i suoi inseparabili occhiali.

A soli 11 anni ti sei iscritto al conservatorio per imparare a suonare il clarinetto. Cosa ti ha spinto a scegliere proprio questo strumento?
Mio padre aveva un disco di Johnny Dodds e ricordo che rimasi affascinato dalla copertina: c’era la sagoma di questo musicista che aveva una postura rivolta verso l’alto. Allora chiesi ai miei genitori di poter imparare a suonare lo strumento che suonava Doods.

Il tuo ultimo disco “A testa in giù” racconta del Brasile questa terra piena di bellezze e di contraddizioni di cui sei infatuato. Come ci sei capitato?
Da quel disco in poi tutto è stato casuale. Ed in questa casualità c’è anche il mio incontro con Guinga che è stato il compositore di Rio de Janeiro con il quale ho fatto il disco nel 2003. Lui è un musicista popolare geniale. Ed averlo incrociato nel mio cammino mi ha letteralmento cambiato la vita, che da allora divido in AG e GD: prima e dopo Guinga. Poi in Brasile c’ero andato per alcune esibizioni ed è una terra che mi ha scelto e che mi ha trasportato. Questa terra l’ho vissuta, l’ho assaporata, l’ho attraversata e mi ha attraversato. Il mio disco vuole essere un contributo per rompere questo drammatico stereotipo che il mondo occidentale ha nei confronti del Brasile.

Quanto conta essere nato in una città come Perugia che è legata in modo inscindibile al Jazz grazie a questo festival?

Nella mia educazione sentimentale Umbria Jazz è stato molto importante. Ma a questa terra mi lega anche il rapporto con l’Egea, la casa discografica perugina con la quale ho pubblicato il mio primo disco. E’ da lì che è cominciato tutto.

Oggi il pubblico del jazz è molto più variegato di un tempo. Come risponde a questa tendenza?

In Europa il pubblico è molto attento e passivo. In Italia è molto più difficile da conquistare, ma paradossalmente anche molto competente. In Brasile invece c’è un forte coinvolgimento emotivo e il pubblico ti ripaga in modo ineguagliabile. Arriva finanche a piangere. Forse è proprio questo loro sentimento forte e partecipato nei confronti della musica che mi ha fatto innamorare di questa terra.

Una parola per definire oggi il jazz
Il jazz non mi sembra più una musica urgente. Siamo jazzisti perchè non abbiamo trovato un’altra parola per definire quello che facciamo.

Al concerto di martedì sei accompagnato da Edmar Castneda. Come nasce questa coppia?
Con Edmar Castaneda ho avuto un incontro ravvicinato del terzo tipo. E’ un colombiano che vive a New York che ha reinventato uno strumento della sua terra: l’arpa diatonica. Ci siamo conosciuti a Perugia ma è in Francia che abbiamo suonato insieme la prima volta. Ed è stato subito feeling. Come diceva Vinicium “la vita è l’arte dell’incontro” e il clarinetto è la bacchetta magica che mi permette di incontrare persone meravigliose

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.