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mercoledì 20 ottobre - Aggiornato alle 02:03

«Il rumore dell’anima», i 40 anni di Ashley Kahn passati a scrivere di musica: «Non parlo di ciò che non mi piace»

A Umbria Jazz presentato il volume del giornalista e produttore: «Perugia straordinaria anche senza musica, pensate con»

Seba Pezzani e Ashley Kahn (foto U24)

di Daniele Bovi

Dall’esordio, si fa per dire, nel 1976 con un tema su Bob Dylan quando era ancora sui banchi di scuola a Bruce Springsteen; dal blues alle note di copertina scritte per dischi di Sonny Rollins o Stan Getz, dalle interviste a Robert Plant, Keith Jarrett e George Harrison fino agli articoli sulla «jazz life» di molti artisti e a quelle che lui stesso considera le vette, ovvero la serie di pezzi su John Coltrane e Miles Davis. «Il rumore dell’anima» è l’opera, monumentale (quasi 550 pagine), edita nel marzo scorso dal Saggiatore e firmata da Ashley Kahn, giornalista musicale di grande fama e per oltre un decennio produttore. Insomma uno di quelli che la musica l’ha vista e vissuta da diverse angolazioni, tranne che dal palco: «Al massimo – scherza – suono il campanello dopo aver provato con la chitarra da piccolo». Il libro, che raccoglie 40 anni di pezzi firmati da Kahn, è stato presentato alla Feltrinelli di Perugia martedì pomeriggio nell’ambito del programma con al centro libri e cd che andrà avanti fino alla fine del festival (domenica è toccato a quello di Paolo Fresu).

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Il libro Di fronte a una sala piena e accanto a Kahn c’era Seba Pezzani, che ha curato la traduzione del volume. L’opera, al contrario di quanto accade solitamente, non è la traduzione di un libro già uscito in altri paesi; quella italiana è infatti la prima versione e ciò «è l’esito – ha spiegato Kahn – del rapporto speciale che ho con l’Italia. Essere qui a Umbria Jazz, dopo essere stato accolto con calore in tante altri parti d’Italia, è il coronamento di un sogno; questa è una città straordinaria anche senza la musica, pensate in questi giorni». Occhio però a chiamare Kahn un critico: «Il termine critica – dice – non mi piace perché rimanda a sistemi di valori e opinioni mentre ognuno ha i propri, il proprio approccio personale alla musica». Descrivendo il suo stile il giornalista e produttore spiega che «non si può suggerire o valutare cosa ascoltare, io voglio fornire informazioni e che la musica parli per se stessa».

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La macchina della musica Un approccio che però non rinuncia a spiegare la musica («deve essere lei al centro del discorso, non la scrittura»): «È come quando guardi – ha detto – una bellissima macchina; alzi il cofano e cerchi di far capire come funziona. E non è il caso di spiegare cosa io prediligo». Sul punto un passaggio nelle prime pagine del libro riesce a illuminare bene lo stile di Kahn, autore tra gli altri di libri (sempre editi dal Saggiatore) su Coltrane e Davis come «A love supreme», «The house that Trane built» e «Kind of blue»: «Consentitemi di ripetere – scrive citando le parole di un altro importate giornalista come Anthony DeCurtis – la stessa cosa: “Se non mi piace qualcosa, preferisco non parlarne”. Sono completamente d’accordo con l’opinione del mio amico. Direi, a mia volta, che la vita è dannatamente troppo breve per prendermi la briga di scrivere recensioni negative o articoli critici e poi ritrovarmi a discutere in modo acceso con direttori di riviste o produttori radiofonici che mi dicono che mi sarei dovuto dimostrare più equilibrato nei miei pezzi». E ancora, più avanti, si definisce «un promotore della musica che mi piace e che sento il bisogno di condividere».

Bocca e orecchie Altrettanto illuminante una citazione da Quincy Jones: «Lui dice che se abbiamo due orecchie e una bocca soltanto – ha detto alla Feltrinelli – un motivo c’è, ed è che dobbiamo ascoltare il doppio e parlare la metà. Per quanto mi riguarda, credo che dobbiamo avere antenne dritte ed essere sempre pronti ad ascoltare. Shorter una volta mi disse che la mia scrittura è come l’acqua, scorre ed è trasparente». Centrale nel libro l’elemento del blues, del suo humour, della sua spiritualità nonché della «necessità di rivelarsi» che gli artisti devono sentire per fare del buon blues, così come degli anni passati on the road come produttore: «Sono stato in strada coi musicisti per oltre un decennio – racconta – e ciò mi ha insegnato ad avere rispetto per tutti coloro che sono coinvolti in questa avventura». Rispondendo alle domande di Umbria24 Kahn ha detto la sua anche su un altro nome eccellente del giornalismo musicale, ovvero Lester Bangs, scomparso prematuramente da decenni: «È stato – osserva – un genio e un pioniere, uno dei padri e delle madri di questo mestiere. Ha commesso errori, come quello su Iggy Pop ma poi è stato in grado, e questo è un elemento centrale, di crescere lui come ascoltatore insieme ai musicisti di cui scriveva grazie alla sua grande onestà. È una figura da non dimenticare assolutamente».

Twitter @DanieleBovi

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