Quantcast
domenica 16 maggio - Aggiornato alle 14:28

Never for money, always for love. L’eternamente giovane David Byrne dona qualcosa di prezioso a Umbria jazz

Lo scozzese d’America sciorina generosamente di fronte agli oltre 4mila estasiati i suoi trucchi del mestiere per una delle serate più belle della storia di Umbria jazz

David Byrne

di Angela Giorgi e Danilo Nardoni

Qual è la formula magica per preservare, in oltre quarant’anni di carriera, attitudine avanguardistica e vigore esecutivo? Qual è il segreto di David Byrne? Lo scozzese d’America è tutt’altro che geloso dei trucchi del mestiere e li sciorina generosamente di fronte agli oltre 4mila che, nella serata di venerdì 20 luglio, brulicano trepidanti nell’arena Santa Giuliana per una delle serate più attese di Umbria jazz 2018. Eternamente giovane perché da sempre artefice di una musica consapevolmente adulta, seria senza essere seriosa ma, al contrario, divertita ed esaltante.

VIDEO: TUTTO IL CONCERTO

Utopia realizzabile Uno dei migliori David Byrne di sempre. Per un concerto indimenticabile. Essere così e fare tutto ciò a 65 anni è cosa non scontata. Anzi quasi impossibile. Poteva essere utopico riuscire ad assistere ad uno spettacolo perfetto. Ma quando si ha a che fare con un artista del calibro di Byrne nulla è impossibile. Il mondo musicale e artistico di Byrne prende invece le sembianze di una “Utopia” realizzabile. Tra chi lo ha visto in passato altre volte e chi invece era alla prima serata in sua compagnia, il commento finale sembra essere proprio unanime. In entrambi i casi, dopo quello di Prince di qualche anno fa, quello andato in scena venerdì può essere annoverato tra i migliori concerti di sempre, del filone pop-rock, di Umbria Jazz. Il festival infatti per la sua 45/a edizione ha messo in cartellone il nuovo show di Byrne. Fondatore dei Talking Heads nel 1974 (dal 1981 poi ha avviato una intensa carriera solista), creatore della Luaka Bop grazie alla sua passione per la world music, produttore discografico, fotografo, regista, autore, musicista (iscritto nel 2002 nella Rock & roll Hall of Fame) ed infine artista, David Byrne è un talento multiforme ed in continua evoluzione. Continua infatti a sperimentare, rischiare, evolversi. Continua a fare musica con la testa.

BYRNE ALL’ARENA – FOTOGALLERY

BYRNE FA VIBRARE L’ARENA – VIDEO

Suoni, corpi, luci Ed è proprio un modello di cervello umano che il musicista ha con lui ad inizio serata quando compare sul palco seduto davanti ad un tavolino per declamare il primo brano ‘Here’, estratto da ‘American utopia’, misurando poi il palco a piedi nudi rigirandosi il cervello fra le mani. In un battibaleno, dalle quinte scintillanti compare una squadra di incredibili musicisti in grigio, non comprimari ma sodali di David in questo racconto per suoni, corpi, luci. Dietro l’angolo c’è ‘I Zimbra’, la prima di una serie di gemme estratte dalla miniera dei Talking Heads: tutt’altro che un’operazione nostalgica, l’esecuzione esalta il tribalismo algido della canzone, in un tripudio di percussioni e chitarre acuminate, trainate da un basso primordiale. Tra finestre sul presente futuristico ma attualissimo di ‘American utopia’, il passato recente della carriera solista e quello remoto ma pionieristico delle teste parlanti, Byrne si mimetizza alla guida della sua legione di performer: coreografie puntuali tra giochi di luce caleidoscopici nella loro essenzialità, suoni talmente cristallini e potenti da far sospettare un’esecuzione in playback. «They’re playing, we’re not using playback», spiega divertito Byrne anticipando e fugando possibili commenti maligni. La coesione tra i membri della band – se così si può definire questa compagine di ballerini, cantanti, musicisti che mostrano le abilità più disparate con una naturalezza disarmante – sorprende oltre le aspettative, la leadership di Byrne è frutto di un carisma e di un vigore innati.

Perfezione ed empatia «Home is where I want to be, but I guess I’m already there»: questo concerto è lì a dimostrarci che esattezza nell’esecuzione ed empatia possono coesistere, che la professionalità non richiede necessariamente freddezza. Con trasporto contagioso, Byrne regala ai presenti la coppia eccellente di ‘This must be the place’ e ‘ Once in a lifetime’, interrotta da un geniale coup de théâtre: con precisione chirurgica la musica si arresta, la band si pietrifica in una posa plastica e David, apparentemente sgomento, indica un punto indefinito tra il pubblico, richiamando l’attenzione degli addetti alla sicurezza. «Security… security….»: fotografi indisciplinati? Spettatori molesti? Ognuno si guarda intorno stupito, cercando nel vicino il “colpevole”. «Security… Let them dance!» è il grido liberatorio di Byrne, liberatorio per lui come una risata, liberatorio per il pubblico imbrigliato alle sedie, liberatorio nel ribadire l’assoluta democrazia della musica, che cancella settori e gerarchie di sbigliettamento. ‘Once in a lifetime’ riprende in un lampo, nutrita dell’energia degli astanti, ora uniti ai musicisti in unico moto di gioia e vitalità.

Rito collettivo Da quel momento la dimensione live porta a compimento la sua mutazione in un rito collettivo, in cui nulla è lasciato al caso ma, allo stesso tempo, ogni movimento delle coreografie, ogni suono, ogni espressione dei musicisti trasuda convinzione ed entusiasmo. Episodi vecchi e nuovi del percorso artistico di Byrne si incastrano in un’unica istantanea in movimento, in un ritorno al futuro presagito alla fine degli anni ’70 ma mai rincorso: Byrne può rivendicare il diritto di aver nobilitato la new wave traghettandola verso i lidi della musica contemporanea, di aver aperto le frontiere tra rock e world music, di aver caricato sulla sua navicella spaziale compagni di viaggio come Fatboy Slim, Saint Vincent, Janelle Monàe. Proprio la cover di ‘Hell you talmbout’, terzo bis in scaletta, chiude il concerto: dopo la marcia potente di ‘Burning down the house’, suonata percorrendo il perimetro del palco dietro la guida della chitarra acustica di Byrne, dopo le prime due uscite con ‘Dancing together’ e ‘The great curve’, l’intero ensemble conquista la prima linea e declama al pubblico questo raggiante grido di protesta. In questo inno di Monàe del 2015 vengono elencati nel testo i nomi di giovani afroamericani vittime di razzismo e di scontri con le forze dell’ordine americane. Multiculturalismo e impegno politico entrano nello show quindi, come quando prima di ‘Everybody’s coming to my house’ l’americano, di origini scozzesi, invita gli americani a registrarsi per votare e a tutti di esercitare questo diritto sempre «anche nelle elezioni più piccole».

Ragioni per essere felici Per Umbria Jazz a Perugia è andato quindi in scena una perfezione di spettacolo, fisico (quasi come ‘Stop making sense’, tour famosissimo dei Talking Heads) e teatrale, uno show completo: musica prima di tutto ma poi coreografia, idee e parole. La giornata di Byrne era iniziata con una passeggiata in biciletta per le vie della città (dove era già stato in passato per i due precedenti concerti nel 1992 e nel 1998) non facilissime da percorrere con i suoi sali e scendi ed impegnato a leggere i menu per scegliere dove poi pranzare. Con stile ed eleganza, così come era arrivato andando in giro in biciletta come un turista qualsiasi, se ne è andato a fine concerto. Dopo aver “spiegato” però a tutti dal palco e con la classe che lo contraddistingue “come funziona la musica”, visto che su questo ci ha scritto anche un celebre libro, “How music works”, uno studio sulla storia, l’esperienza e l’aspetto sociale e sociologico della musica tradotto anche in italiano. Capelli bianchi e ancora “testa parlante” e anche pensante. A 65 anni allora cosa ci si può aspettare da un “giovane” come lui? Solo una cosa, ovvero un futuro radioso. Speriamo più lungo possibile, per il bene dell’arte e per il bene della storia della musica contemporanea. ‘Reasons to be cheerful’: ci sono ragioni per essere felici, ci sono ragioni per essere grati. Never for money, always for love, canta Byrne in ‘This must be the place’. Quando la musica non è un esercizio di stile, non è l’equivalente di un bancomat, non è esaltazione dell’ego, ma è qualcosa di prezioso che un artista non può far a meno di donare.

I commenti sono chiusi.