di Arianna De Angelis Marocco

«Mia madre mi diceva: quando gli altri finiscono le prove, tu rimani un po’ di più». Rocio Molina, Leone d’Argento alla Biennale di danza di Venezia 2022, figura carismatica e ideatrice di un nuovo flamenco contemporaneo, dà a queste parole il compito di definire i confini dentro i quali si muoverà con “Ejercicios hacia el alivio”, presentato in prima Italiana al Festival di Spoleto.

La sua è una dichiarazione poetica che trasforma la ex chiesa di San Simone nel proprio spazio di lavoro e invita il pubblico ad assistere non al risultato, ma al processo creativo.
In prima fila il direttore artistico del Festival di Spoleto Daniele Cipriani e il sindaco e presidente della Fondazione Festival Andrea Sisti, oltre al pubblico che ha mandato sold out la prima di venerdì sera.

Quando gli spettatori entrano a San Simone la danzatrice è già in scena. Indossa abiti da training e si sta riscaldando. Lo spazio è ridotto all’essenziale: un tavolo di legno, una sedia di ferro, nessun elemento scenografico di rilievo, solo il vuoto e la profondità dell’abside. Le luci di sala restano accese, il microfono è a filo, senza sostegno. Non è prevista la protezione della quarta parete: Molina guarda gli spettatori quanto gli spettatori guardano lei.

Per oltre mezz’ora Rocio Molina esporta in scena la routine che prepara corpo e mente ad affrontare lo spettacolo. Mentre percuote il pavimento con la tecnica del Zapateado, microfono in mano, racconta e sviscera e riflette in una cronaca in diretta che non lesina dettagli, ombre, sfumature. «Mi riscaldo così perché alleno il mio corpo al dolore. Perché ballare provoca dolore al corpo».

Il tono è ironico, spesso autoironico. Coinvolge il pubblico come se stesse conducendo una masterclass, spiegando postura, ritmo, resistenza. La leggerezza del racconto, però, non attenua il rigore fisico della performance. Al contrario, lo rende ancora più evidente lasciando gli osservatori in uno stato di sospensione.

È proprio in questa lunga esposizione del lavoro preparatorio che emerge uno dei nuclei dello spettacolo: la volontà di mostrare anche ciò che normalmente resta nascosto. L’errore, il sudore, la stanchezza, la correzione continua del gesto. Molina sottrae il flamenco alla dimensione esclusivamente spettacolare per riportarlo alla sua natura più concreta: un corpo che lavora e, dietro al corpo, la vita, la storia, la sua. Si tratta di un vocabolario che bascula tra potenza, gioia, severità, euforia, rigore, dominio.

Quando il microfono cade e le luci si restringono sulla performer, la dimensione “didattica” lascia progressivamente spazio allo spettacolo nella sua accezione più complessa, tipica di una firma stilistica che mutua espressività da diverse forme artistiche. La tecnica resta impeccabile, ma si apre continuamente all’imprevisto. Il flamenco dialoga con la performance contemporanea senza perdere la propria identità ritmica e il vigore che la contraddistingue.

La cifra di Molina è proprio questa: accogliere la fragilità dentro un controllo tecnico assoluto. Ogni imperfezione appare parte integrante della drammaturgia, svelata, dichiarata. La sensazione è che la coreografia nasca costantemente davanti agli occhi dello spettatore, sospesa tra una partitura rigorosa e un’improvvisazione che conserva sempre un margine di rischio.

L’ingresso di José Manuel Ramos “El Oruco” modifica ulteriormente gli equilibri della scena. Più che accompagnare la danza, il performer costruisce con Molina un dialogo fatto di voce, compás, percussione corporea e presenza scenica. La relazione tra i due diventa il cuore della seconda parte dello spettacolo. Un continuo alternarsi di complicità e sfida, seduzione e conflitto, maschile e femminile. Un incontro iconico come quello tra Marina Abramović e Ulay, sempre ai margini di un tavolo, questa volta in un uragano di suono e di corpo che muove se stesso e tutto intorno.

L’energia cresce fino a raggiungere un’intensità quasi insostenibile. Gli applausi interrompono più volte la performance, come una risposta istintiva del pubblico a un accumulo di tensione che sembra non trovare sfogo. È un amplesso. «Sapete una cosa? Continuo a cominciare perché non finisca mai. Non voglio che finisca la festa». E Rocio Molina ricomincia, ancora e ancora, rifiutandosi di morire. Qualcosa di molto vicino al per sempre. Il pubblico del Festival di Spoleto risponde con una standing ovation, risponde gettando sulla scena applausi e grida prepotenti, dichiarando senza dubbio di aver assistito a qualcosa di straordinario.

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