di Francesca Marruco
«Una condanna giusta, ma niente di fronte alla morte di un ragazzo di 29 anni». La condanna giusta è quella inflitta a Paolo Egizzo, quattro anni e mezzo di reclusione, cinque anni di interdizione dai pubblici uffici e 180 mila euro di provvisionale di risarcimento. Il ragazzo morto è Alessandro Bellabarba, 29enne di Pieve di Campo, Ponte San Giovanni, deceduto il 12 febbraio 2010 dopo sei giorni di coma per aver battuto la testa a terra a causa di un pugno sferrato da Egizzo. A pronunciare queste parole, all’uscita dal tribunale dopo la condanna dell’uomo che ha scelto il rito abbreviato guadagnando una riduzione di un terzo della pena, è la mamma di Alessandro, presente in udienza come il padre, le due sorelle e gli amici.
In aula anche l’imputato Anche Paolo Egizzo ha presenziato qualche minuto in udienza, ha chiesto di poter fare dichiarazioni spontanee al gup Carla Giangamboni che di lì a poco avrebbe deciso il suo destino. E allora ha raccontato di come da quel 6 febbraio 2010 non faccia altro che chiedersi tutti i giorni perché sia accaduto tutto questo, e di come lui, anche lui padre di due figli, si sia solo difeso quel maledetto giorno davanti alle elementari. Il tempo di parlare al giudice poi se n’è andato, passando in mezzo agli amici di Alessandro che hanno sempre presenziato alle udienze, attendendo con pazienza il verdetto del giudice.
La verità, nonostante le testimonianze ritrattate Ed erano in molti anche martedì pomeriggio. A sostenere i familiari di Alessandro, tutti in aula, insieme ai loro due avvocati Silvia Egidi e Daniela Paccoi, che hanno rappresentato la parte civile. La madre e una delle sorelle di Alessandro si sono dette soddisfatte, perché «la verità è venuta a galla», nonostante «molte testimonianze fossero state ritrattate». « Ad un certo punto è anche sembrato che Alessandro si meritasse di morire» ha detto non senza amarezza una delle due sorelle. Con il verdetto del gup invece, si ristabilisce un certo equilibrio.
Le due verità Non solo per la condanna in sé, ma anche perché, al giudice si presentavano due versioni con due diverse fattispecie di reato. Quella dell’accusa, sostenuta dal pm Alessia Tavarnesi, che chiedeva quattro anni e mezzo di reclusione, calcolati sulla base del rito abbreviato, dell’incensuratezza dell’imputato e della concessione delle attenuanti generiche. Dall’altra c’era quella dell’avvocato Giancarlo Viti che difendeva Egizzo e che chiedeva di riqualificare il reato in legittima difesa, o eccesso colposo di legittima difesa, con una conseguente condanna molto diversa. Quindi decidere una cosa o un’altra voleva anche dire accreditare una versione dei fatti.
Il ricorso in appello E allora ecco che la lettura dei fatti scartata, proposta dalla difesa, verrà ripresentata con il ricorso in appello. In cerca di un giudice che accolga la tesi della legittima difesa. Come era accaduto a ridosso dei fatti quando il gip Paolo Micheli, aveva si convalidato l’arresto di Egizzo, ma lo aveva rimesso in libertà perché per lui aveva agito per legittima difesa. Per la famiglia e gli amici di Alessandro invece, è arrivata quella giustizia che tanto chiedevano. Che non ripaga della perdita di un figlio, fratello o amico. Ma forse aiuta.

