Il tribunale di Perugia (©️Fabrizio Troccoli)

di Enzo Beretta

Si è chiusa con la richiesta di assoluzione da parte della difesa e con la richiesta di una provvisionale risarcitoria da 100 mila euro della parte civile l’udienza preliminare a carico di un marocchino di 23 anni, imputato per tentato omicidio ai danni di un coetaneo brasiliano. I fatti risalgono al 23 novembre 2024, quando nei pressi del McDonald’s di via Cortonese, a Perugia, il giovane fu ferito gravemente con diverse coltellate.

Pm: 4 anni di carcere La Procura, con il pubblico ministero Mario Formisano, ha già chiesto una condanna a quattro anni di carcere, nel processo celebrato con rito abbreviato. L’imputato è accusato di aver sferrato due fendenti al torace della vittima, uno dei quali ha provocato una «lesione lacerativa del lobo polmonare superiore sinistro», definita «potenzialmente idonea a ledere organi vitali». L’imputato era stato arrestato e ristretto nel carcere di Terni, poi ha ottenuto i domiciliari.

Difesa: chiesta l’assoluzione Ora, mentre la difesa – rappresentata dagli avvocati Lorenzo De Luca e Fabio Ottaviani – ha chiesto l’assoluzione per l’accusa di tentato omicidio, chiedendo la derubricazione nel reato di lesioni personali, l’avvocato Luna Fontana, legale di parte civile per conto del sudamericano, ha chiesto al giudice dell’udienza preliminare Natalia Giubilei il riconoscimento del pagamento di una provvisionale di 100 mila euro.

Fendenti violentissimi La parte civile ha depositato una memoria affermando che «come risultante dalla ricostruzione degli atti di indagine, dalle riprese delle videocamere di sorveglianza del luogo della commissione del fatto reato presso il Mc Donald’s sito in Perugia via Cortonese, alla data del 23 novembre 2024, a conferma di quanto dichiarato dalla persona offesa e dai rispettivi testimoni», il maghrebino «assestava al mio cliente con un coltello, prima tre lesioni al volto, per poi dopo ingaggiare una colluttazione, sferrare ulteriori fendenti verso la regione pettorale cardiaca, nonché polmonare». «Una gragnuola di violentissimi fendenti direzionati alla

zona toracica della vittima», viene raccontato.

La perizia Vengono ritenute determinanti le conclusioni del perito: «L’esperto accertava che i fendenti inferti erano potenzialmente idonei ad attingere organi vitali e quindi a provocare il decesso in relazione al distretto anatomico attinto (torace) ed alla forza di infissione applicata che, nel caso in esame, consentiva di raggiungere in profondità il cavo pleurico sinistro così da provocare uno pneomotorace di severa entità, ed una lesione lacerativa del lobo polmonare superiore sinistro, oltre che del gran muscolo pettorale». Insomma, «Il mio assistito non è deceduto solo grazie alla tempestività dei soccorsi, nonché alle circostanze di luogo che hanno impedito di proseguire nell’intento omicidiario messo in atto dall’imputato. Nessun motivo vi era per determinare quanto poi messo in atto dall’odierno imputato – si legge ancora nella memoria – il quale con inaudita e ripetuta violenza ha reiterato fendenti sempre più feroci, senza un minimo di desistenza, anzi dandosi alla fuga immediata».

Postumi A pesare sulla posizione della vittima anche le conseguenze fisiche, definite ancora oggi limitanti per l’uomo che quando è stato dimesso dall’ospedale ha appreso dalla sua compagna che sarebbe diventato padre: «Si consideri che il mio assistito, occupato quale manovale di ditta edile, ad oggi stante i postumi riportati, si è visto costretto ad alternare giornate lavorative a malattia, nonché a valutare le mansioni attribuite in quanto stante la situazione polmonare di deficit ancora in essere, determinate consegne non riesce a terminarle, con conseguenziale possibile demansionamento e/o riqualificazione della posizione lavorativa in essere». Il giudice Natalia Giubilei si è riservata la decisione, attesa nelle prossime settimane.

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