di Francesca Marruco
Davanti al giudice Carla Maria Giangamboni l’ispettrice del lavoro agli arresti domiciliari per concussione, ha ammesso tutto, ha detto di voler risarcire tutti, e ha chiesto di poter tornare in libertà. Ora spetterà al pubblico ministero Manuela Comodi che ha coordinato le indagini esprimere un parere favorevole o sfavorevole alla richiesta della donna.
Davanti al gip parla Un interrogatorio piuttosto breve quello che si è tenuto venerdì mattina in tribunale a Perugia. La donna, affiancata dal suo legale Silvia Egidi, ha dato alcune spiegazioni al giudice che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare emessa nei suoi confronti. Ha provato a giustificare perché ha chiesto decine di migliaia di euro a imprenditori, commercianti e consulenti del lavoro con cui veniva in contatto visto il ruolo di ispettrice del lavoro che ricopriva.
Il gioco A trascinarla sempre più giù nel vortice dei debiti è stato il vizio del gioco, del lotto come del gratta e vinci, migliaia di euro spesi nelle tabaccherie perugine. In una aveva anche ottenuto un prestito di 15 mila euro per continuare a giocare. La stessa cifra l’aveva ottenuta da una finanziaria per cui aveva firmato una sua amica dottoressa. Che alla fine ha dovuto pagare parte del debito per lei. Nessuno di questi episodi configurano comunque la concussione, che invece le viene contestata per una decina di casi.
Gli episodi di concussione Cinque andati a buon fine e cinque in cui ha solo tentato di farsi dare soldi dalle persone con cui veniva a contatto per motivi di lavoro. Ad uno di loro, ha detto esplicitamente che qualche tempo prima gli aveva evitato un controllo, quindi il denaro poteva essere un riconoscimento. Ad un altro, un dipendente di una ditta edile, lo aveva convocato all’ispettorato del lavoro in seguito ad un controllo e gli aveva chiesto di fare da tramite con i suoi capi, proprietari dell’azienda per avere 20 mila euro.
L’accusa Ora la palla passa alla procura e poi al gip che deciderà se concederle la libertà come ha richiesto oppure no. Resta comunque, pesantissima, l’accusa di concussione. Del pubblico ufficiale che in virtù del ruolo ricevuto chiede minacciando o induce gli altri a dargli soldi o utilità.

