Ester Pascolini
Gli studenti del liceo scientifico Casimiri di Gualdo Tadino ricorderanno a lungo l’iniziativa che si è tenuta lunedì alla sala P-Tree dell’ex oratorio Don Bosco.
Protagonista, un ospite d’eccezione, Giovanni Bachelet, fisico e docente dell’Università la Sapienza di Roma, politico, esponente di grande rilievo del mondo cattolico. Il professore, tuttavia, è intervenuto in quanto figlio di Vittorio Bachelet, barbaramente ucciso dalle Brigate Rosse il 12 febbraio 1980, venendo, dunque, a portare testimonianza diretta di uno dei fatti più significativi degli anni di piombo.
Si dice spesso che la storia del ‘900 non venga sufficientemente approfondita nel percorso scolastico italiano. A pesare, forse, la poca distanza storica dai fatti, così come il modo in cui vengono “costruiti” i programmi ministeriali. Il liceo Casimiri, invece, ha voluto fortemente sensibilizzare i suoi allievi sul quel periodo funesto della storia italiana, e lo ha fatto attraverso il racconto di Giovanni, all’epoca dell’omicidio del padre appena venticinquenne. Un racconto in cui le riflessioni storiche e politiche si mescolano con le vicende umane, personali e familiari, restituendo ai giovani presenti una rappresentazione viva di ciò che è stato, delle conseguenze che la lotta armata delle Brigate Rosse ha prodotto in quegli anni.
L’incontro prende il via con un’introduzione puntuale curata dai ragazzi. Un modo per contestualizzare e descrivere la figura di Vittorio Bachelet: giurista e docente, esponente di spicco dell’Azione Cattolica, oltre che politico della Democrazia Cristiana: “Una scelta, quest’ultima – dice il figlio Giovanni – non molto nelle sue corde e che anche in casa aveva destato stupore”. Nel 1976 Vittorio Bachelet era entrato a far parte del consiglio Superiore della magistratura, di cui era divenuto vice-presidente, diventando, dunque, come molti altri, un bersaglio delle Brigate Rosse. Nel volantino di rivendicazione dell’omicidio, tra le ragioni che vengono addotte per spiegare la scelta di uccidere Bachelet, si legge: “in quanto tecnico della controrivoluzione, continua a diffondere la convinzione che occorra reprimere la lotta armata”. Proprio quella lotta armata auspicata dal movimento, che non riuscì, tuttavia, a ottenere il consenso della classe operaia, né degli studenti: “Tobagi, ad esempio – dice Giovanni – non si domandava perché gli studenti passavano alla lotta armata. Proprio perché questo, in realtà, non avveniva. I protagonisti della lotta armata non furono più di mille”. Una minoranza, dunque, che seminò morte e violenza, senza mai riuscire, attraverso questi atti simbolici, a trascinare il popolo verso la rivoluzione.
Bachelet fu ucciso dopo aver terminato la sua lezione delle 11 all’università La Sapienza, raggiunto da colpi di arma da fuoco, mentre scendeva le scale, per mano di due studenti brigatisti: Anna Laura Breghetti e Bruno Seghetti. Insieme a lui, miracolosamente incolume, la sua assistente, Rosy Bindi. Le immagini del suo corpo riverso sul mezzanino della scalinata della facoltà di Scienze politiche resteranno impresse per sempre nella memoria collettiva, come testimonianza della violenza e del clima di terrore vissuto in quegli anni. Un ragazzo chiede: “Suo padre ha mai avuto paura di essere ucciso?” Giovanni risponde: “All’epoca non si potevano accettare certe responsabilità senza essere consapevoli di poter diventare un bersaglio”. Vittorio Bachelet, dunque, era pienamente cosciente dei rischi, tanto da rifiutare la scorta, per non mettere in pericolo la vita degli agenti: “Con Moro erano morti i cinque agenti della scorta – dice Giovanni – e poi mio padre non voleva trasmettere l’idea che fossimo in guerra. Era convinto che la via per porre fine al terrorismo fosse l’Intelligence, e così è stato, in effetti”.
La parte più toccante dell’incontro, però arriva quando i ragazzi sollecitano il professore sulla celebre preghiera letta da Giovanni durante i funerali del padre, in cui si legge: “Vogliamo pregare anche per quelli che hanno colpito il mio papà perché, senza nulla togliere alla giustizia che deve trionfare, sulle nostre bocche ci sia sempre il perdono e mai la vendetta, sempre la vita e mai la richiesta della morte degli altri”. Un messaggio dirompente, al tempo, in cui il tema perdono appariva in grande contrasto con quello di chi inneggiava alla pena di morte. Il rifiuto della famiglia, perciò, di rispondere alla violenza con la violenza, fu determinante per riportare il dibattito a toni più pacati. La preghiera fu scritta da Giovanni insieme ai suoi parenti, con lucidità e consapevolezza: “Il perdono non è solo questione di fede – aggiunge Giovanni – non può mai essere disgiunto dalla giustizia”. Quando parla degli assassini del padre, ci tiene a sottolineare che: “La responsabilità penale è individuale. I brigatisti erano una banda armata, e hanno sempre giustificato gli atti di violenza come una “lotta” comune, nascondendosi dietro a una responsabilità collettiva, che, invece, è personale: siete voi, ragazzi, che potete decidere se imbracciare o non imbracciare una pistola, non ve lo dimenticate. E questo punto la Breghetti, in base alle dichiarazioni che ancora oggi rilascia, mi sembra non lo abbia ancora capito”. Qualcuno, poi, sottolinea le tante interviste, i tanti libri scritti dai terroristi nel corso degli anni, si domanda se sia giusto lasciarli esprimere liberamente. Il professore risponde con una frase che mostra tutta la sua fiducia nelle istituzioni democratiche: “Si deve dare voce a tutti, l’importante è parlare e non sparare”.
Nelle due ore di chiacchierata, i ragazzi e i docenti, fanno emergere, attraverso le loro domande, moltissimi spunti di riflessione: dall’amicizia di Vittorio Bachelet con Sandro Pertini, alla questione del Concilio Vaticano II, il tema del divorzio per un cattolico come lui, la visione “libera dai legami politici ed economici” che il giurista aveva rispetto all’associazionismo cattolico. Poi i rapporti con Aldo Moro e con suo fratello Carlo, grande amico di Vittorio, il rapporto istaurato da suo fratello, il sacerdote gesuita Adolfo Bachelet, con alcuni terroristi (tra cui Breghetti), da lui condotti verso un cammino di riflessione e ripensamento, fino ad arrivare agli aneddoti della vita familiare di Giovanni, tra cui uno molto significativo: “Io avevo sempre frequentato una scuola di frati irlandesi. Poi i miei vollero iscrivermi al liceo Mamiani, un ambiente in grande fermento. Quando chiesi: “perché mi avete spostato?” mio padre rispose: “quando il mondo cambia, andare a scuola in un posto in cui tutti non la pensano come noi ci fa crescere. L’importante è non farsi massificare, ragionare con la propria testa”.
Una testimonianza potente, insomma, come sottolineato anche dal dirigente scolastico, Renzo Menichetti, che ha invitato i ragazzi a riflettere sulla capacità che ha avuto la famiglia di Bachelet di reagire alla violenza con un messaggio di perdono, di pace e resilienza, un esempio da seguire per affrontare le difficoltà che la vita a volte ci presenta. Soddisfazione anche da parte dei docenti che hanno voluto fortemente l’incontro, tra cui quelli presenti in sala, Katia Tittarelli, Gianni Paoletti, Matteo Palazzoni. Alla fine della mattinata, qualcuno chiede se sia iniziato il processo di canonizzazione di Vittorio Bachelet: “Mia madre, non ha mai voluto – afferma Giovanni – ha sempre desiderato vivere in maniera intima la perdita di mio padre” Poi aggiunge ironicamente: “Lei ci disse che avremmo dovuto farlo dopo la sua morte, ma ha appena compiuto 101 anni e ormai quelli che “spingevano” per la canonizzazione di mio padre sono tutti morti”. In realtà quella della canonizzazione di Vittorio Bachelet rimane un’ipotesi aperta e nessuno meglio di suo figlio Giovanni può farsi promotore di questo processo, auspicato, ne siamo certi, da tante persone, anche da chi, quei fatti non li ha vissuti direttamente, ma li ha potuti scoprire, con tutta la loro forza narrativa e documentale, nei libri di storia.
