di Francesca Marruco
Giocavano alla PlayStation in orario di lavoro, e, invece di misurare la pressione ad un paziente che lo richiedeva lo avevano picchiato. Per questo episodio tre infermieri del repartino di Perugia sono stati condannati a due mesi di reclusione, pena sospesa, come richiesto dal pubblico ministero Giuseppe Petrazzini.
Noi innocenti, lui aveva aggredito un medico I tre si sono sempre dichiarati innocenti e hanno da sempre fornito una ricostruzione dei fatti molto diversa: il paziente aveva cercato aggredito un medico e loro avevano solo cercato di fermarlo. Usando il metodo del contenimento. Nell’ultima udienza è stato nuovamente ascoltato il carabiniere che quella sera era intervenuto presso la struttura sanitaria. Ha detto di essere arrivato lì, di aver parlato con un infermiere che gli aveva riferito della tentata aggressione al medico, ma di non essere entrato perché ormai, secondo quanto riferito dagli stessi infermieri, la situazione era rientrata.
La chiamata alla polizia A chiamare i carabinieri era stato proprio Fabrizio Campanale. Anzi Fabrizio, arrivato al repartino di Perugia da Ravenna per problemi di sovraffollamento, aveva fatto il 113, e aveva detto tutto alla poliziotta che gli aveva risposto. Per competenza territoriale poi erano intervenuti i carabinieri. Fu la stessa poliziotta a testimoniare in udienza dicendo che, a differenza di molte altre chiamate che quotidianamente ricevono dal repartino, quella le era sembrata una lucida richiesta di aiuto. Per quello aveva sollecitato il reale intervento dei militari.
Il capo d’imputazione La notte del 18 maggio 2007, Fabrizio, che all’epoca era sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio, era andato nella stanza dov’erano gli infermieri di guardia per chiedere che gli venisse controllata la pressione perché si sentiva spossato. Invece, come recita il capo d’imputazione, «anziché misurare la pressione ad un paziente lo colpirono al volto e lo gettarono in terra perché vennero disturbati mentre giocavano alla play-station durante l’orario di servizio».
La ricostruzione La reazione dei tre, Salvatore Mannino, Luca Polenzani e Fabrizio Zappacenere, sarebbe stata causata da una frase di Fabrizio: «ma questo è il vostro lavoro, anziché misurarmi la pressione state a giocare?». Lo avrebbero colpito al volto e poi rincorso nel corridoio picchiandolo ancora quando aveva cercato di fuggire. A quel punto aveva chiamato il 113. Ma senza ottenere nulla perché i militari non entrarono a verificare di persona.
Il primo grado di giudizio La mattina dopo, aveva riferito il padre in udienza, Fabrizio aveva il volto tumefatto e aveva ancora la maglietta insanguinata. Di lì la denuncia. Culminata oggi con la sentenza di primo grado del giudice monocratico Marino Albani. Prima del verdetto del giudice, dopo aver ascoltato nuovamente il carabiniere che quella sera andò al repartino, il pm ha riqualificato il reato da abuso di mezzo di correzione a lesioni personali, chiedendo una pena di due mesi e non di quaranta giorni come aveva già fatto nella scorsa udienza.
I legali Le avvocatesse della difesa, Raffaella Fiorucci e Katia Cristini, avevano invece chiesto l’assoluzione per i loro assistiti. «Nessuna battuta» hanno commentato uscendo dall’aula. Musica diversa invece, ovviamente, per la parte civile. L’avvocato Carmelita Cosentino che ha rappresentato Fabrizio Campanale ha parlato di soddisfazione e giustizia. Il risarcimento verrà stabilito in sede civile. Fabrizio, insieme alla mamma, al padre e ai fratelli per una volta è uscito soddisfatto dall’aula d’udienza in cui si è sempre trovato faccia a faccia con i tre infermieri.

