di Laura Frascarelli
Per chi scrive, che ha voluto affacciarsi allo spettacolo privandosi volutamente delle indicazioni del foglio di sala per immergersi completamente nelle suggestioni visive e musicali, è stato come sfogliare uno di quei begli albi illustrati dell’infanzia: un librone di favole e fiabe, principi e principesse, dal Caucaso al Medioriente; storie di gitani, di amicizie perse e ritrovate; racconti solitari alla luna e alle stelle; infine, un intenso dramma popolare ritmato e coinvolgente.
Ad accendere l’atmosfera un paio di passi a due, ma è stato con il flamenco che lo spettacolo ha scaldato gli animi del pubblico, in un lento crescendo dentro il duende di Sergio Bernal accompagnato da voce, chitarra e percussioni. Da quel momento il pubblico del Teatro Romano di Spoleto si è fatto partecipe della danza con numerosi applausi a scena aperta e scandendo i passi più ritmati.
Il pubblico ha dunque apprezzato il ritorno della Maratona in grande stile, per questa 69esima edizione del Festival diretta da Daniele Cipriani, che ha scelto il tema “Radici” come filo conduttore — e non a caso, perché fu proprio nella Maratona di Danza che Cipriani pose una delle sue radici più importanti: 25 anni fa, infatti, fu assistente di Alberto Testa, quando tra i danzatori in scena c’era anche un giovanissimo Roberto Bolle, già primo ballerino della Scala e stella emergente della danza italiana.
Ieri sera si sono esibiti nomi prestigiosi nel panorama della danza internazionale: Roman Mejia, Maia Makhateli, Timothy van Pouche, Iana Salenko, Daniil Simkin, Madison Young hanno interpretato i brani del grande classico (Tarantella, Il Corsaro, Esmeralda, Don Chisciotte) alternati al linguaggio più contemporaneo, con due duetti maschili con Alessandro Frola, Davide Dato, Rinaldo Venuti, e con l’omaggio che Tiler Peck ha reso a Jerome Robbins danzando, prima donna nella storia, l’assolo che il coreografo creò per Mikhail Baryshnikov, in duo con Enrica Piccotti e il suo struggente violoncello sulle note di Bach.
Nella seconda parte della serata è andata in scena la prima mondiale di La Sagra della Primavera di Igor Stravinskij, reinterpretata in chiave flamenca da Albert Hernández, Eduardo Martinez e Irene Tena (compagnia La Venidera) con Sergio Bernal alla guida di un corpo di ballo di sedici danzatori. Un felice connubio, dal momento che entrambe le forme, sia la “danza sacrale” del balletto originale, sia l’intensità drammatica del baile flamenco, condividono un’energia primitiva, ritmica e viscerale, un senso di rito e di tensione fisica portata all’estremo.
La Sagra racconta un antico rito pagano in un crescendo drammatico, dalla Adorazione della Terra, in cui la comunità propizia il risveglio della primavera con danze rituali e una simbolica pulizia del terreno, al Sacrificio, in cui una giovane viene scelta dalla comunità come vittima sacrificale per danzare fino alla morte e propiziare così la fertilità della terra, rappresentata ieri sera in modo esplicito dai tre corpi nudi riversi a terra. Un ciclo della vita, morte e rinascita, in cui il sacrificio dell’innocente è tratto crudele e necessario per la sopravvivenza e il rinnovamento dell’intera collettività.
Il caleidoscopio del talento (citando l’espressione di Valeria Crippa sul foglio di sala) ha dunque incantato il pubblico, tra volteggi, piroette e il dramma dei ritmati passi sulle assi del palco del Teatro Romano di Spoleto.
