di Tommaso Burger

“The Arsonist” del Berliner Ensemble, per la regia di Fritzi Wartenberg sul testo di Max Frisch, presentato al Teatro Caio Melisso-Spazio Fendi in occasione del Festival dei Due Mondi di Spoleto, è un’amara critica sociale dissimulata da una messa in scena e una scenografia che ingigantiscono fino all’assurdo gli elementi tipici di una borghesia stereotipata, con un approccio che ricorda gli ingrandimenti della pop art americana.

Il testo racconta di alcuni incendiari che, in una città non meglio identificata, si introducono nelle case delle persone per darle alle fiamme senza una chiara motivazione. Gottlieb Biedermann, un produttore di tonici per capelli e protagonista dello spettacolo, apre le porte a due di questi incendiari, sconfitto dalla paura di porsi in conflitto con loro, di creare un dissapore, di schierarsi e offendere l’altro con un punto di vista differente; pur consapevole del pericolo, li accoglie senza il coraggio di dare ascolto alle proprie paure. È la stessa buona fede delle parole a tradirlo, la sua incapacità di vedere sempre e solo il male: mentre canta di “umanità e fratellanza”, alle sue spalle già volano coltelli.

Biedermann restituisce così l’immagine del cittadino rispettabile che mette la propria tranquillità e immagine sociale al di sopra di ogni cosa, pronto a sacrificare la sua casa per mantenere la parvenza, e con lui, in platea, la complicità di una borghesia che, allo stesso modo, non osa offendere chi sta in scena. Dove si finisce, viene da chiedersi, se non si crede più nell’altro? Il Berliner Ensemble, diretto dalla giovanissima regista assegnataria del prestigioso Premio Helene Weigel, mostra l’instancabile qualità della compagnia, con una recitazione eccessiva e barocca che calza a pennello con il testo senza mai risultare fuori luogo, e una presenza scenica piena e prorompente. Il palco da solo non basta a contenerla: l’ingrandimento ha bisogno di scendere e avvicinarsi al pubblico, fino a che la scena stessa non collassa di fronte all’assurdità, e i tecnici entrano a portarla via pezzo dopo pezzo.

Il dialogo di tutti gli elementi in scena concorre alla costruzione di una commedia grottesca dai colori acidi e dai dettagli surrealisti, come la cravatta di Schmitz, uno degli incendiari, composta da una liscia ciocca di capelli biondi che ricorda le creazioni di Meret Oppenheim. Lo scherzo, del resto, è il miglior strumento di dissimulazione: a conferma del proprio dissacramento, gli incendiari regalano un pezzo del Caio Melisso stesso (e qual è la battuta, se non questa?), mentre è lo stesso pubblico, complice, ad aiutarli a portare in scena, nella casa di Biedermann, i barili di benzina. Finché, quasi supplicando di essere riconosciuti come piromani, gli incendiari non chiedono a Biedermann i fiammiferi, l’arma del delitto, per dimostrare che, nonostante tutto, lui si fida di loro, che non li crede cattivi. Uno spettacolo che nella sua caleidoscopica follia non manca di lanciare un monito chiaro sul mondo contemporaneo e sui rischi dell’accondiscendenza: perché se va tutto a fuoco, da dove si comincia a spegnere?

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