di Francesca Marruco
Legambiente e il Comitato popolare per l’ambiente di Bettona saranno parte civile contro le 26 persone finite alla sbarra per l’affare del depuratore Codep di Bettona. Lo ha deciso il giudice Luca Semeraro, rigettando tutte le eccezioni sollevate dalle difese, che miravano a far escludere le due associazioni.
Tante eccezioni preliminari Ma la strada per una prima decisione del gup Semeraro è ancora lunga e disseminata di eccezioni e di richieste di incidente probatorio. Lunedì mattina, le difese hanno sollevato dubbi sull’ammissibilità delle intercettazioni fatte durante l’indagine e sulla correttezza dei prelievi fatti da un perito del pubblico ministero nel depuratore di Bettona. Il giudice, dopo aver ascoltato le parti, ha rinviato tutto al 26 maggio prossimo, quando scioglierà la riserva su tali argomenti. Intanto, qualche altra difesa ha annunciato il ricorso al rito abbreviato.
Lunga udienza preliminare Impossibile prevedere quando il gup arriverà ad emettere una eventuale sentenza di rinvio a giudizio o di condanna o assoluzione nel caso dei riti abbreviati. Tra le ventisei persone finite sul banco degli imputati si sono l’ex consiglio di amministrazione della Codep, tre dipendenti dell’Arpa, il sindaco e la giunta di allora. I 26 sono accusati a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti, all’avvelenamento delle acque e al disastro ambientale, abuso d’ufficio e falso.
Liquami smaltiti illecitamente Per l’accusa, sostenuta dal pubblico ministero Manuela Comodi, che aveva coordinato 3 anni di lavoro degli uomini del Noe, nucleo operativo ecologico, al depuratore di Bettona, gestito da un cooperativa di allevatori di suini della zona, venivano smaltiti liquami in eccesso e in maniera incontrollata, illegale e dannosa.
Con la complicità dell’Arpa Nell’indagine denominata Laguna de Cerdos, i militari avrebbero accertato che Codep gestiva una quantità di reflui derivanti dagli allevamenti di suini di Bettona, Bastia, Assisi e Cannara, estremamente superiore a quanto consentito. A volte i liquami venivano sversati anche in terreni non adatti con la complicità dei tecnici dell’Arpa che avrebbero dovuto segnalare la cosa alle autorità, e che invece, secondo l’accusa, in alcune occasioni avrebbero addirittura avvertito gli autori di sversamenti illeciti di nascondere le tracce per non incorrere in sanzioni.
Le parole dell’accusa «Il sodalizio – scrive il pubblico ministero- operava mediante l’irregolare e non autorizzata gestione dell’impianto al fine di consentire ai consociati di disfarsi agevolmente degli enormi quantitativi di rifiuti prodotti dalle proprie aziende zootecniche, lucrando sia sui notevoli risparmi derivanti dallo smaltimento illecito, anche attraverso falsi conferimenti di terreni, da parte dei proprietari, per rendere formalmente legittima l’attività finale di utilizzo agronomico dei reflui liquidi trattati;sia sui proventi e le utilità derivanti dalle illecite attività connesse all’esercizio dell’impianto in violazione di legge».
Il disastro ambientale La pesante accusa di disastro ambientale, il pubblico ministero la spiegava parlando di «stravolgimento e compromissione dell’equilibrio naturale dei terreni e della acque, attraverso l’illecito, concentrato e continuativo smaltimento nel corso degli anni di milioni di tonnellate di rifiuti» che avrebbe causato « l’avvelenamento delle acque destinate all’alimentazione di un numero considerevole e indeterminato di persone».
I numeri Nel luglio del 2009 il pm aveva chiesto e ottenuto11 misure di custodia cautelare in carcere, ora il giudice dovrà decidere il destino processuale di 26 persone, che il pm vuole a processo, tra politici, tecnici e imprenditori. I 26 sono difesi tra gli altri, dagli avvocati Francesco Falcinelli, Nicola Di Mario, Franco Libori, Alessandro Bacchi, David Brunelli, Giancarlo Viti, Ubaldo Minelli, Maria Mezzasoma, Giuseppe Innamorati e Nicodemi Gentile.

