di Francesca Marruco
Aldo Bianzino è morto il 14 ottobre del 2007 nella cella numero 20 della sezione 2B della sezione maschile del carcere perugino di Capanne. Aldo Bianzino era arrivato in carcere la sera del 12 ottobre, arrestato insieme alla compagna Roberta Radici per detenzione e coltivazione di canapa indiana. Lunedì mattina, davanti ai giudici Giancarlo Massei, Paolo Micheli e Daniele cenci, ha avuto inizio, dopo mesi di rinvii il processo che da quella vicenda è scaturito.
Omissione di soccorso Sul banco degli imputati siede Gianluca Cantoro. L’assistente della penitenziaria che era in servizio la notte in cui Bianzino è deceduto. Il pubblico ministero Giuseppe Petrazzini lo accusa di omissione di soccorso, omissione di atti d’ufficio e falso poiché non avrebbe soccorso Aldo Bianzino, morente in cella, la notte tra il 13 e il 14 ottobre del 2007. A decidere il suo rinvio a giudizio era stato il giudice Marina De Robertis perché “Omise reiteratamente – recita il capo d’imputazione- di avvertire i sanitari di cui Bianzino chiedeva l’intervento, da mezzanotte alle 8 del mattino, dicendo di sentirsi male”.
La prima udienza: parti civili e prove Lunedì mattina, dopo la costituzione di parte civile del figlio minore di Aldo Bianzino, Rudra Bianzino, e l’esclusione invece delle associazioni “Verità per Aldo” e “A buon diritto”, i giudici hanno proceduto con l’ammissione delle prove e delle controprove. I giudici hanno ammesso tra l’altro le riprese delle telecamere del corridoio su cui affacciava la cella in cui era rinchiuso Aldo. Per ora solo relative alla domenica a partire dalle 8 del mattino in poi. Ma si sono riservati di acquisire anche i filmati delle ore precedenti. Stesso discorso per i tabulati telefonici delle chiamate intercorse chi era fuori e chi dentro il carcere quella notte. L’avvocatura dello Stato ha anche chiesto che venissero negate le riprese video, richiesta rigettata dai giudici.
La prima udienza: i primi testimoni Poi è stata la volta dei primi due testimoni dell’accusa. L’ex direttore del carcere di Capanne, Giacobbe Pantaleone ha sostenuto tra l’altro che, a decidere quando chiamare il medico, sempre presente nell’infermeria del carcere, è di fatto l’agente della penitenziaria di turno, a seconda di come reputa la situazione. L’ex direttore ha anche ricordato di quando due reclusi lo chiamarono per dirgli che quella notte avevano sentito Aldo chiedere più volte di un medico. Successivamente è stato ascoltato Roberto Profili, già comandante della polizia penitenziaria di Capanne. Entrambi i testi hanno subito il lungo fuoco incrociato delle domande del pm Giuseppe Petrazzini, degli avvocati di parte civile Massimo Zaganelli e Fabio Anselmi e degli avvocati della difesa di Cantoro, Daniela Paccoi e Silvia Egidi. Il processo è stato poi rinviato al 19 maggio prossimo quando verranno ascoltati una decina di testi dell’accusa.
Gli umori delle parti in aula Secondo le parti civili oggi i testimoni sarebbero caduti in contraddizione, mettendo in evidenza che qualcosa quella notte non è andato per il verso giusto. Inoltre le acquisizioni, negate dal giudice in udienza preliminare sono state invece concesse dall’attuale collegio giudicante. Documentazione importante secondo le parti civili. Intanto Patrizia Cirino, la presidentessa del comitato “Verità per Aldo” escluso come parte civile, lunedì mattina ha detto che “ come comitato pensiamo che il pm e l’avvocatura dello Stato vogliano oscurare il processo. L’avvocatura dello Stato non vuole scoprire perché un detenuto è morto nelle celle di un carcere di Stato”. Certo è che le parti, soprattutto le parti civili, non mancheranno di riportare il dibattimento sull’altra indagine per omicidio volontario archiviata a dicembre del 2009.
L’indagine archiviata per omicidio Un’altra indagine invece infatti aperta nell’immediatezza dei fatti con l’accusa contro di omicidio volontario a carico di ignoti e venne archiviata su richiesta dello stesso pm Giuseppe Petrazzini nel dicembre del 2009 dal gip Massimo Ricciarelli. Inizialmente dalle risultanze di un primo esame autoptico emerse che la lesione che Aldo aveva al fegato poteva essere stata procurata solo da un trauma. Successivamente venne poi riscontrato che Bianzino, stando a quanto affermato dai due medici legali Luca Lalli e Anna Aprile, morì per la rottura di un aneurisma e la lesione al fegato nulla avesse a che vedere con la morte. Questo unito al fatto che non ci sarebbero tracce di aggressioni subite da Bianzino, che in cella a Capanne non passò da vivo neanche due giorni, avevano portato il pubblico ministero a chiedere l’archiviazione.
Le parti civili si erano opposte A questa richiesta avevano fatto opposizione le parti civili, figli, fratello, genitori ed ex moglie di Bianzino, rappresentati dagli avvocati Massimo Zaganelli e Donatella Donati, ora sostituita dall’avvocato Fabio Anselmi, già legale della famiglia Cucchi. Secondo i congiunti di Bianzino infatti, perizia medico legale di Giuseppe Fortuni alla mano, Aldo deve aver subito un forte trauma, e qualcosa in quel braccio del carcere di Capanne è stato insabbiato. “ A suscitare perplessità – scriveva l’avvocato Zaganelli per opporsi alla richiesta di archiviazione – sono la posizione anomala del corpo sulla branda superiore del letto a castello, l’essere nudo in periodo autunnale, contrariamente alle abitudini del Bianzino e per di più in carcere, l’immediato trasferimento fuori dalla cella, la sua deposizione avanti la porta chiusa dell’infermeria contro prassi e logica”.

