di Francesca Marruco

Stanca di non esser pagata, ha deciso di fare da sola. Ha iniziato ad intascare per lei i soldi che invece avrebbe dovuto versare alla società per cui lavorava. Un mese, due mesi, lo ha fatto per più di due anni, arrivando a sottrarre una cifra ancora non del tutto quantificata oscillante tra i 30mila e i 60mila euro. Vendeva i libri della Giuridica S.a.S., compilava ricevute di pagamento e prendeva i soldi. Ma il pagato risultava solo al cliente, non alla società. Quando un avvocato che aveva acquistato dei volumi ed era certo di averli pagati si è visto chiedere nuovamente la somma, ha fatto presente che forse qualcosa non andava.

Cosa non andava? L’imputata, condannata mercoledì mattina a 10 mesi di reclusione, pena sospesa e al pagamento di una provvisionale di 1o mila euro,  aveva oliato un meccanismo che forse credeva perfetto, per rifarsi del debito che vantava nei confronti dei suoi datori di lavoro e intascare qualche altro soldo extra. Non briciole però. Migliaia e migliaia di euro. Una somma che secondo la titolare ha compromesso la situazione della società stessa. Un danno morale e di immagine, quello arrecato dall’agente di commercio che stamattina la parte civile aveva quantificato in 30 mila euro.

In aula Il pubblico ministero Gianluca Proietti, evidenziando come non vi fossero dubbi sul reato di appropriazione indebita e quello di false fatture, aveva chiesto 10 mesi di reclusione, come poi deciso dal giudice monocratico Anna Rita Cataldo. la difesa della donna invece, l’avvocato Maria Cristina Ciace, aveva chiesto che il reato venisse riqualificato in esercizio arbitrario delle proprie funzioni, sostenendo che la sua assistita aveva preso quei soldi solo per prendere ciò che i suoi datori di lavoro non le davano da mesi. Inoltre non avendo la donna un contratto monomandatario, secondo la difesa, poteva non essere stata lei a fare le ricevute false.

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