di Francesca Marruco
Si è aperto ed è stato subito rinviato al 17 gennaio prossimo il processo noto come «Appaltopoli». A causa dell’impedimento di uno dei 43 imputati, anche oggi, come già successo nel luglio scorso a causa dell’incompatibilità di un giudice, si è concluso tutto con un nulla di fatto, tranne per l’ insediamento del nuovo collegio composto dal presidente Aldo Criuscolo, a latere i magistrati Daniele Cenci e Alberto Avenoso. Il procedimento vede imputate 43 persone tra imprenditori,dipendenti pubblici, dipendenti privati e 5 aziende edili specializzate in manutenzione stradale. Per loro, a vario titolo i reati ipotizzati sono: associazione a delinquere, turbativa d’asta, corruzione, abuso d’ufficio e truffa.
L’ACCUSA Secondo l’accusa, le indagini vennero svolte dallo Sezione Criminalità Organizzata della questura di Perugia diretta all’epoca da Marco Chiacchiera coordinati dal pubblico ministero Manuela Comodi, esisteva un «comitato d’affari» che gestiva gli appalti pubblici della Provincia. In particolare, il «vertice» era composto da imprenditori umbri e dirigenti della Provincia: Lupini Massimo, Carini Carlo, Mariotti Gino, Piselli Paolo, Bico Dino, Maraziti Adriano, Patumi Fabio e Barbieri Maria Antonietta. Il pubblico ministero descriveva così la loro attività:«il Lupini gestiva con la Barbieri e i suoi superiori Maraziti e Patumi, l’assegnazione dei lavori pubblici gestiti dalla Provincia, indicando di volta in volta le imprese da invitare alla gara (…) che ricevevano precise indicazioni sulle offerte da formulare e sulle percentuali di ribasso, e quelli che non avrebbero dovuto presentare offerte. Per poi raccogliere presso il vincitore il compenso da distribuire ai funzionari compiacenti». Questo filone dell’inchiesta coinvolge anche molti piccoli e medi imprenditori oltre ai già menzionati presunti burattinai facenti parte della «cupola», alcuni dei quali hanno ammesso quanto loro contestato. Quanto ai funzionari compiacenti l’inchiesta ha travolto alcuni dirigenti della Provincia che si occupavano dei lavori stradali, un ex funzionario della Regione e l’ex responsabile dell’Anas. Un altro filone dell’inchiesta riguarda invece un generale e un maresciallo della Guardia di Finanza che avrebbero chiesto favori e utilità per l’appalto della loro caserma.
LE MOTIVAZIONI DEL RINVIO A GIUDIZIO Il gup Massimo Ricciarelli che aveva deciso il rinvio a giudizio, aveva parlato di «mafia» e di «capomafia», dell’ «esistenza di un gruppo di vertice, cui era attribuibile una complessiva strategia di aggiudicazione degli appalti, in particolare di quelli assegnati dalla Provincia di Perugia». Un gruppo, scriveva ancora il giudice nelle motivazioni «gravato da uno specifico autoriconoscimento della propria esistenza e del proprio ruolo». Il gruppo, sosteneva Ricciarelli, «aveva bisogno della stabile e costante disponibilità dei funzionari competenti, che peraltro è risultata avere un prezzo: così il vertice provvedeva ad assicurare ai funzionari un compenso, di volta in volta riveniente dagli aggiudicatari, secondo oscillanti percentuali». Il vertice e i funzionari pubblici, costituivano, «un complesso sodalizio, volto alla sistematica turbativa d’asta, contrassegnata da compensi in denaro».
LE DIFESE Gli imputati si dicono tutti innocenti, nessun sodalizio criminale, nessuna corruzione, al più, regali ricevuti da alcuni imprenditori, ma senza nessun secondo fine. I legali sono pronti a dare battaglia all’accusa come hanno fatto fin dall’inizio a colpo di ricorsi al riesame. Tra i difensori, i penalisti Nicola Di Mario, Marco Brusco, Francesco Falcinelli, Luciano Ghirga, Franco Libori, Giancarlo Viti, Giuseppe Innamorati, Claudio Caparvi e Giuseppe Berellini.
LA GENESI DELL’INDAGINE Appaltopoli deflagra come una bomba nel giugno del 2008: sono in 54, tra cui 5 aziende, ad essere coinvolti in quella che da subito sembra l’inchiesta più destabilizzante mai condotta tra gli uffici pubblici perugini. Tutto ha inizio con una lettera anonima dattiloscritta firmata da tale Cosimo Vecchi ( nome fittizio) spedita alla Procura della Repubblica: l’uomo traccia dettagliatamente i contorni di un’abituale metodo di spartizione dei lavori pubblici che prevede il pagamento di tangenti a dirigenti compiacenti. Da quella segnalazione anonima il pubblico ministero Manuela Comodi insieme allo Sco di Marco Chiacchiera sviluppa un’inchiesta in cui intercettazioni e riscontri vari, delineano uno scenario dove i reati si intrecciano e si sovrappongono tra loro. Si va dall’associazione a delinquere (contestata a 8 soggetti), alla corruzione, turbativa d’asta, abuso d’ufficio e truffa. Sono 34 le persone che nelle prime fasi dell’inchiesta finiscono in carcere o agli arresti domiciliari per periodi più o meno lunghi.

