di Daniele Bovi
E’ fissata tra il 24 e il 26 aprile prossimo, o al massimo entro la metà di maggio, la giornata in cui la giunta regionale scoprirà definitivamente le carte sulla riforma della sanità. Una delle partite fondamentali della legislatura che andrà a toccare gli assetti del capitolo che assorbe la stragrande maggioranza del bilancio messo a punto ogni anno da palazzo Donini. Martedì mattina nella sede della giunta l’assessore alla Sanità, Franco Tomassoni, ha riunito intorno a un tavolo i vertici della triade sindacale esponendo quelle che sono le linee guida della riforma.
Due più due Il quadro sul numero di aziende sanitarie e ospedaliere, il match che ha scatenato campanilismi e appetiti, si chiuderà sul modello «due più due». Due sole Asl al posto delle quattro attuali e un’azienda ospedaliera con due distinte strutture ma integrata tramite un comitato di indirizzo e di governance unitario e due distinti direttori generali. «Più che due più due – scherza un sindacalista – si potrebbe dire che assomiglia a un tre e mezzo».
I punti Una riforma che cercherà di ridurre il costo di una tecnostruttura ritenuta in più occasioni «troppo costosa» (anche riguardo all’acquisto di beni e servizi e a tutta l’annessa logistica), che rimodellerà sfoltendoli il numero dei punti nascita, che cambierà il sistema delle assicurazioni (da solo vale trenta milioni di euro) che punterà all’integrazione tra i dipartimenti evitando doppioni inutili, che punterà alla valorizzazione degli immobili e che rivedrà i ruoli dei vari ospedali sparsi sul territorio, anche nell’ottica di una riduzione della mobilità passiva ma soprattutto guardando a un modello dove la rete ospedaliera attuale, definita «ridondante», dovrà puntare alla specializzazione e ai presidi decentrati con un Santa Maria di Perugia vocato alle emergenze a all’alta specializzazione. Insomma, è tutta la rete dei servizi sul territorio che va ripensata.
I tagli Per capire uno dei motivi fondamentali che portano alla rivisitazione complessiva del capitolo sanità, bisogna guardare ai numeri. A quelli dei tagli, definiti «difficilmente sostenibili», operati dalle varie finanziarie in particolar modo: 38 milioni in meno nel 2013 e 83 in meno nel 2014. Stante questa situazione nell’ultimo documento politico approvato dalla giunta sul tema a gennaio si spiega come l’accorpamento delle Asl e le altre modifiche frutteranno 7,1 milioni nel primo anno. Una cifra che salirà nel corso degli anni fino a garantire in un triennio 25 milioni. Dal taglio del management e degli organi di revisione arriveranno 1,1 milioni, dal minor costo del personale dovuto al mancato reintegro 1,3 milioni mentre dai servizi appaltati fino ai risparmi su utenze e spese generali altri 4,6 milioni.
Il Patto per la Salute Uno scenario complesso ed economicamente pesante quindi, di fronte al quale la bagarre intorno al numero di aziende sanitarie e ospedaliere pare poco più che una piccola bega di paese. Ma la partita della sanità umbra si lega inscindibilmente a quella del nuovo Patto per la Salute 2013-2015. Entro il trenta aprile, pena la mannaia dei tagli decisi a luglio e non rivisti dal premier Mario Monti, le Regioni devono trovare un accordo. Il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani ha convocato per giovedì una seduta «straordinaria e monografica» sul tema. «Le Regioni – dice palazzo Donini in una nota – appaiono ferme sul rivendicare garanzie finanziarie necessarie alla sostenibilità del sistema. Il Governo vuole ridefinire sia il merito dei ticket, sia le modalità applicative sulla base del modello della gradualità già applicata da tre regioni, Umbria, Emilia Romagna, Toscana. Si vuole definire una specie di “sanitomentro” che tenga conto della capacità reddituale, dei beni patrimoniali e dell’assetto familiare».
Le delibere «incriminate» Martedì poi sul tavolo di Tomassoni e dei sindacati sono planate le tre delibere, quelle sull’aumento dei ticket per l’intramoenia, sulla centrale unica del 118 e sui dipartimenti, aspramente criticate nelle settimane scorse da Cgil, Cisl e Uil. A spiegare il punto di equilibrio trovato è il segretario regionale della Cisl Claudio Ricciarelli: «Sull’intramoenia – dice – si dovrà andare nella direzione di potenziare il servizio svolto all’interno delle strutture pubbliche, superando gradualmente quello svolto all’esterno, con una regolamentazione regionale che ne disciplini le modalità in modo uniforme, lo svolgimento, il tariffario, le convenzioni. Relativamente al 118 si è convenuto sulla necessità di un confronto di merito allargato anche ai direttori delle Aziende sanitarie ed ospedaliere che, accanto all’avvio della nuova centrale unica regionale, affronti i nodi della riorganizzazione delle postazioni e dei sistemi di trasporto, superando il precariato». Infine, sui dipartimenti di prevenzione, «sarà data indicazione ai direttori delle quattro aziende sanitarie di avviare confronti specifici aziendali con i sindacati di categoria sulle modalità applicative di riorganizzazione».

