di Daniele Bovi
Prosegue con Francesco Clementi, professore di Diritto pubblico comparato all’Università di Perugia, la serie di interviste in vista delle regionali del 27 ottobre. Insieme al docente sono stati affrontati temi centrali (in alcuni casi non troppo presenti in campagna elettorale) come il ruolo futuro dell’ente Regione, l’autonomia, la riduzione del numero dei parlamentari, la sanità e non solo.
Professore, veniamo da lunghi anni un po’ confusi in cui il sistema è oscillato tra l’assegnazione di più poteri alle Regioni e quelle che qualcuno ha chiamato tentazioni neo-centraliste, no?
«Da un lato il testo costituzionale rimane quello frutto della riforma del 2001, con molte materie di legislazione concorrente attribuite alle Regioni; dall’altra dobbiamo registrare che negli anni la giurisprudenza della Corte costituzionale è stata oscillante nella definizione del rapporto tra Stato e Regioni».
Quali sono le principali sfide che si troveranno davanti il nuovo consiglio e la nuova giunta?
«La sfida è basata su tre elementi. Primo: il rapporto fra riduzione del numero dei parlamentari e ricadute territoriali, che sono di due tipi. Quanto l’Umbria, di fronte a questa forte riduzione, riuscirà a esprimere rappresentanza? Seconda ricaduta: la riduzione impone una lettura diversa del ruolo delle Regioni nel bicameralismo ma questo è rimandato al momento successivo all’approvazione. Il nuovo presidente dovrà aprire un confronto più diretto sull’autonomia differenziata, e quindi la nuova consiliatura avrà di fronte a sé il tema di che fare e, in caso, di come gestire questa autonomia; ovviamente in un contesto in cui bisogna sempre parlare di unità nazionale».
Le Regioni del Nord hanno chiesto più autonomia e anche l’Umbria ha intrapreso questo percorso presentando una sua proposta; in più c’è il capitolo relativo alla macroregione. Qual è la strada da imboccare?
«Il tema non è capire se all’Umbria convenga di più partecipare al processo di costruzione della macroregione oppure un rafforzamento dell’autonomia. Bisogna innanzitutto decidere qual è il ruolo dell’Umbria nel nuovo assetto istituzionale. Se pensiamo che debba avere un ruolo di cerniera tra l’Adriatico e il Tirreno allora la macroregione è la via da seguire. Se invece pensiamo che l’Umbria abbia un ruolo strategico in un modello di sviluppo sociale ed economico per cui al Sud si vive come al Nord, con un’Umbria capace di fare da ponte, allora dobbiamo spingere sull’autonomia differenziata. Questa è la domanda che i candidati e le coalizioni dovrebbero porsi. Ed è la più importante perché cambierà indirizzo all’Umbria per i prossimi 20 anni. È un tema che riguarda la riallocazione del potere nel territorio».
Quale tra le due opzioni secondo lei risponde al meglio alle esigenze dell’Umbria?
«Io credo che sia quella del rafforzamento del modello socioeconomico, di una autonomia differenziata capace di mantenere uguali standard in tutta Italia: questo è il modo per l’Umbria di praticare uguaglianza e solidarietà ma anche competitività su alcuni grandi settori. Un processo che non esclude quello della macroregione».
L’identità delle Regioni va ripensata in termini di funzioni, poteri, ruolo istituzionale?
«Nel momento in cui si pone il problema delle funzioni si pone anche quello dei poteri. Cosa condividere, quali poteri mettere insieme tra Regioni? È uno sconvolgimento che riguarda in primis questi ultimi prima che un problema di strutture. Di sicuro non credo sia una buona idea far saltare l’elezione diretta del presiedente: le autonomie, da quando è arrivata l’elezione diretta di sindaci e presidenti, in via generale sono state governate meglio del livello nazionale e hanno garantito stabilità e trasparenza».
Nel corso degli anni la giunta ha messo mano a un riassetto istituzionale che ha riguardato la sanità, le funzioni delle Province, le partecipate, la macchina regionale: che lavoro è stato fatto e cosa c’è ancora da fare?
«L’operazione degli ultimi 10-15 anni è figlia dei tentativi di riforme fallite con due referendum e tre commissioni bicamerali. L’Umbria ha provato a suo modo a stare dentro questo processo. La vocazione umbra a dividersi nel territorio in modo localistico non ha però aiutato a dimostrare quale è la vera vocazione unitaria dell’Umbria; la regione ha rischiato di rimanere meno rilevante di altre perché si è dimostrata iperlocalistica. Questo è stato notato e su questa differenziazione interna le forze politiche hanno giocato a dividere l’Umbria; il risultato è un’Umbria più debole perché i veti rallentano i processi decisionali».
L’inchiesta sui concorsi ha messo in luce una serie di falle nel sistema, oltre ad aver toccato due temi che le persone sentono tutti i giorni sulla loro pelle: il lavoro e la sanità. Qual è il lavoro che dovrà fare la nuova giunta?
«Il presidente dovrebbe fare una scelta radicale: almeno per il primo anno affidi l’assessorato alla sanità a un tecnico, a persone totalmente aliene dalle dinamiche politiche; la competenza tecnica aiuta a ricostruire la fiducia politica. Se non vuole scegliere un tecnico avochi a sé la competenza, mettendoci la faccia. Questo potrebbe essere utile per ricostruire la fiducia tra eletti ed elettori. Deve completamente sterzare. Detto questo, occorre ricordare che la nostra sanità è invidiata da molte altre Regioni, al netto delle responsabilità che saranno accertate. Quindi, cum grano salis, evitiamo di buttare il bambino con l’acqua sporca: la politica ci metta quella bellezza e quella potenza di cui è capace quando arriva al grado zero di credibilità nel rapporto eletti-elettori»
E per quanto riguarda i concorsi e le nomine?
«Competenza, competenza e competenza se vogliamo mantenere alti standard. E poi trasparenza, trasparenza, trasparenza. L’Umbria non deve aver paura di mettere in campo tutto il possibile per rendere trasparenti le procedure. E poi serve la responsabilità della consapevolezza: parlare di sanità non vuol dire solo tutelare la salute ma costruire un modello di sviluppo economico per l’Umbria. Chi si affaccia su questo tema deve sapere che la sanità è un polmone che garantisce in termini economici molto più di quello che si pensi. Dietro i numeri c’è un’intera idea di modello di sviluppo. Con medici incapaci si muore e muore anche l’economia: in questo modo i migliori giovani e i migliori imprenditori se ne vanno».
Martedì si voterà la riduzione del numero dei parlamentari, come giudica questa riforma?
«È un dibattito che parte dagli anni ’80, e ora siamo arrivati a questa legge che, così come fatta, rischia di non garantire il pluralismo dei territori. Questi ultimi con una politica che fa fatica a sentirsi ingaggiata muoiono perché si sentono abbandonati. Vista la nostra conformazione lasciamo parti di paese scoperte dalla politica e quindi dalla risposta ai problemi? Auspico che la nuova legge elettorale pensi al tema delle aree interne, delle regioni che faticano ad avere rappresentanza. E auspico anche che tutti eletti umbri – ministri, viceministri, presidenti di commissione – si impegnino per garantire all’Umbria la rappresentanza che merita. Nel 2020 festeggeremo 50 anni di regionalismo, e potremmo farlo in questa situazione paradossale per cui regioni come l’Umbria – che ha dato buona prova di sé fin dal dibattito in cui, negli anni ‘60, è stato progettato un modello di sviluppo – finisca per perdere forza. E questa è responsabilità dei politici umbri di oggi e di domani, così come del presidente del consiglio regionale e della giunta».
Si parla della possibilità che, dopo il via libera definitivo, vengano apportati dei correttivi alla legge elettorale, ai regolamenti parlamentari e non solo. Ma se il governo dovesse cadere rimarrebbe in piedi solo una riforma monca.
«Una cosa gravissima. Il problema è che è stato siglato un patto politico e se per qualche accidente quei provvedimenti non dovessero vedere la luce, il sistema istituzionale sarebbe gravato da un rischio gravissimo. Entriamo in una terra di nessuno. I politici devono essere capaci di rispettare un patto politico o ci giochiamo la democrazia rappresentativa. Serve molta attenzione perché rischiamo di non avere più la democrazia rappresentativa che conosciamo da 70 anni e che ha reso l’Italia un paese democratico; il tutto mentre dall’Est Europa soffiano venti antidemocratici».
Twitter @DanieleBovi
