di Maurizio Troccoli
Partecipazione elevata, soprattutto tra i giovani, e un risultato che in Umbria manda un messaggio chiaro di attenzione alla politica a cui chiede di saper progettare. È questa la chiave di lettura del voto referendario proposta da Luca Gammaitoni, professore ordinario di Fisica sperimentale all’università di Perugia, che individua nella mobilitazione giovanile uno degli elementi «più interessanti», accanto a un dato regionale che appare in parte controcorrente: alta affluenza ma un margine ridotto del “no”.
Sul piano politico, il segnale è duplice. Da un lato emerge una richiesta di maggiore progettualità, soprattutto a livello locale; dall’altro, un messaggio più generale sulla necessità di riforme condivise. E anche qui non manca un avvertimento: «Il dato indica un cambio di vento. Mi aspetterei che il governo nazionale ne tragga delle conseguenze».
Quale è la prima impressione che le restituisce il risultato delle urne?
«Il primo dato che considero interessante, anche se andrebbe approfondito a livello locale, è quello della partecipazione dei giovani. A livello nazionale si è registrata una presenza significativa, e soprattutto orientata in larga parte verso il “no”. È un elemento di grande interesse perché rompe alcuni schemi tradizionali».
Abbiamo riscontri specifici per l’Umbria?
«Dati puntuali non ne ho visti, quindi bisogna essere prudenti. Però il fenomeno nazionale è talmente evidente che è ragionevole pensare che anche in Umbria ci sia stato un contributo importante da parte delle fasce più giovani. Diciamo che non sussistono elementi che determinino una ragione per cui non dovesse essere così. Ed è un segnale positivo».
Perché lo considera così rilevante?
«Perché restituisce un’immagine dei giovani diversa da quella stereotipata. Non è vero che votano automaticamente da una parte o dall’altra o che sono disinteressati. Al contrario, mostrano una capacità di valutare nel merito le questioni. È una fascia, direi tra i 18 e i 35 anni, che va valorizzata proprio per questa autonomia di giudizio».
Guardando ai numeri complessivi, che posizione occupa l’Umbria?
«L’Umbria è tra le prime regioni per affluenza, ma tra le ultime per percentuale di “no”. Parliamo di uno scarto contenuto, nell’ordine di pochi punti percentuali. È un dato che merita attenzione».
Come si spiega questa particolarità?
«Le ragioni possono essere diverse. Una riguarda il rapporto con la magistratura: in Umbria negli anni ci sono stati episodi rilevanti che hanno inciso sul dibattito pubblico e sul rapporto tra politica e giustizia. Questo può aver avuto un’influenza sull’orientamento di una parte dell’elettorato».
Ci sono anche elementi più strettamente politici?
«Sì. A me sembra che in Umbria manchi, o comunque sia meno evidente, una dimensione progettuale della politica. C’è una tendenza a gestire l’esistente più che a costruire il futuro. E invece la politica dovrebbe avere proprio questa funzione: immaginare e realizzare il cambiamento. Su questo, probabilmente, serve uno sforzo maggiore».
Cosa è mancato in questo referendum?
«Il messaggio principale è che le riforme devono essere condivise. Il limite di questa proposta, al di là dei contenuti che in parte potevano anche essere considerati positivi, è stato proprio nella mancanza di condivisione. Questo è stato percepito dagli elettori».
Quindi è più un tema di metodo che di merito?
«Esattamente. Il problema non è tanto cosa si vuole cambiare, ma come lo si fa. Quando si interviene su temi delicati, serve un consenso ampio. In assenza di questo, il rischio di bocciatura è alto».
C’è un dato territoriale interessante: il “sì” vince in più comuni, ma sono più piccoli e con minore affluenza, mentre il “no” prevale nei centri più grandi. Come lo interpreta?
«È un dato che può essere letto in diversi modi. Nei comuni più piccoli, penso all’area appenninica, possono aver inciso dinamiche locali e condizioni di maggiore difficoltà economica e sociale. In questi contesti si registra talvolta una maggiore disaffezione verso chi governa, che può tradursi in un voto diverso».
E nei centri più grandi?
«Lì si vede una maggiore capacità di mobilitazione e coinvolgimento dei cittadini. Il fatto che l’affluenza sia più alta indica un rapporto più strutturato con la partecipazione politica. Questo può aver favorito il risultato del “no”».
Questo voto cosa dice ai due schieramenti, centrodestra e centrosinistra?
«Dice a entrambi che serve maggiore capacità di proposta. Ma soprattutto ribadisce che le riforme non possono essere calate dall’alto. È un messaggio trasversale, che riguarda tutto il sistema politico».
L’unità del centrosinistra ha inciso?
«Probabilmente sì. In questa occasione si è vista una convergenza tra forze politiche e una parte significativa della società civile. Questa combinazione può aver contribuito al risultato, soprattutto in termini di partecipazione».
Se si votasse domani in Umbria, cosa potrebbe accadere?
«Il dato suggerisce che c’è un cambio di attenzione da parte dell’elettorato. Non parlerei di un ribaltamento, ma sicuramente di un segnale politico. Considerata anche la forte politicizzazione del referendum, è ragionevole aspettarsi che il governo nazionale ne tenga conto».
In che modo?
«In passato, di fronte a risultati simili, si sono aperte riflessioni importanti, anche con conseguenze politiche rilevanti. Mi aspetterei quindi una valutazione seria del voto. A livello locale, invece, il messaggio è chiaro: serve una rinnovata attenzione al futuro, alla progettazione e alla capacità di dare risposte concrete».
