Bruno Bracalente (foto F.Troccoli)

E’ consuetudine fare squillare il telefono di Bruno Bracalente, quando si tratta di risultati elettorali in Umbria. A poche ore dall’analisi dei flussi, con la quale spiegherà quali fasce della popolazioni hanno determinato l’orientamento al voto in Umbria, proviamo a cogliere un primo messaggio che esce dalle urne. Bruno Bracalente, tra le altre tante cose è stato presidente della Regione Umbria dal 1995 al 2000 e docente di Economia e Statistica all’università di Perugia.

IL VIDEO DELL’ANALISI DI BRACALENTE

Professore, entriamo subito nel merito: che cosa ci dicono i risultati del referendum in Umbria?
«In Umbria ha vinto il no, ma con un margine più ridotto rispetto alla media nazionale e ancora minore rispetto ad altre regioni politicamente simili. Il dato di per sé è chiaro, ma per una lettura più approfondita occorrerà attendere l’analisi dei flussi elettorali, che presenteremo giovedì».

Il voto ha quindi avuto un carattere più politico che di opinione sul quesito costituzionale?
«Sì. Come a livello nazionale, anche in Umbria si conferma un voto politicamente motivato: nelle cosiddette regioni rosse ha prevalso il No, nelle ex regioni bianche del Nord il Sì. Nel Sud, invece, il No è stato fortemente orientato contro il governo, più che sul merito della riforma».

Ci può spiegare meglio il caso dell’Umbria?
«L’Umbria è tra le prime regioni per affluenza ma tra le ultime per il margine del No: un segnale positivo di partecipazione, ma anche di equilibrio politico. La regione resta contendibile, più intermedia che sbilanciata verso il centrosinistra, come accade altrove nelle ex “regioni rosse”».

E la geografia del voto a livello comunale?
«È interessante: più comuni hanno votato Sì che No, ma i comuni dove ha vinto il Sì sono più piccoli e con minore affluenza. Nelle città, come Perugia e Terni, ha prevalso il No. Alcuni centri medi come Città di Castello, Spoleto o Todi hanno visto il Sì prevalere nettamente, spesso influenzato da dinamiche locali o da tradizioni politiche particolari, come ad Assisi, città con radici democristiane».

Cosa ci dice il voto di Terni in relazione alla giunta locale?
«A Terni il No ha vinto abbastanza nettamente, in linea con le aspettative. Il voto riflette le origini politiche della città e dice alcune cose a proposito della sua amministrazione: per esempio ci ricorda come al ballottaggio che ha portato all’attuale sindaco, il 70% degli elettori di Avs, metà dei Cinque Stelle e un terzo del Pd hanno votato a favore. Questo spiega in parte il risultato referendario».

E Perugia?
«A Perugia il No ha prevalso come previsto, con un margine consistente. Nessuna sorpresa, la città si è allineata alle principali città italiane».

Quali indicazioni può offrire questo referendum in vista delle prossime politiche e delle regionali?
«Le regionali sono recenti, quindi meglio non anticipare giudizi. Per le politiche, il dato suggerisce che l’Umbria resta una regione contendibile: chi vorrà ottenere più consenso dovrà guadagnarselo sul campo. La sinistra e il centrodestra dovranno impegnarsi per riconquistare voti».

Gli elettori hanno espresso un giudizio sulla giunta regionale?
«No. È stato un voto nazionale trasportato sul territorio, amplificato dalla politicizzazione e dagli scontri tra le parti. L’alta affluenza non ha favorito il governo: in una situazione di crisi internazionale ed economica, era improbabile che gli elettori votassero in massa a favore dell’esecutivo».

Che ruolo hanno avuto i giovani?
«I giovanissimi, subito dopo i 18 anni, hanno avuto una forte partecipazione e hanno votato in prevalenza No. Questo dimostra un protagonismo positivo, smentendo l’idea che i giovani siano disinteressati alla politica. Non era tanto la separazione delle carriere a mobilitarli, quanto la difesa della Costituzione».

Ci sono altri elementi di curiosità che ha notato?
«Un aspetto negativo riguarda la politicizzazione dell’Associazione Nazionale Magistrati, che in questa tornata si è comportata come un partito, con manifestazioni e interventi che non giovano alla democrazia».

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