di Daniele Bovi
È la vittoria di Vittoria e – al contempo – un successo collettivo. La grande protagonista di una storia impensabile fino a pochi mesi fa è Vittoria Ferdinandi, che lunedì ha riportato il centrosinistra – anzi un campo larghissimo – alla guida di Palazzo dei Priori; fantascienza politica solo a inizio anno. La 37enne psicologa vince il ballottaggio con il 52,1 per cento e un’affluenza alle urne del 58,2 per cento, 7,3 punti in meno rispetto al primo turno e quasi 10 in più rispetto all’unico precedente di un decennio fa. Un ballottaggio partecipato, segnato da un’affluenza che è stata la più alta di tutti i capoluoghi di regione al voto; un dato che conferisce ancora più legittimità al voto e che testimonia quanto l’appuntamento fosse sentito.
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I numeri La neo sindaca ha conquistato 40.696 voti, perdendone 226 rispetto al primo turno mentre Margherita Scoccia ne ha lasciati per strada 2.935, passando da 40.324 a 37.389. Un risultato che non è ovviamente frutto del caso. Prima di aver vinto nelle urne Vittoria Ferdinandi ha vinto senza ombra di dubbio anche la campagna elettorale, costringendo gli avversari a inseguire su quasi tutti i fronti; campagna elettorale che viene riconosciuta come la più partecipata di sempre e che, almeno da queste parti, verrà ricordata come la più bella e creativa.
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Mobilitazione E qui si arriva a un altro elemento chiave della partita: Ferdinandi è riuscita a coagulare intorno a sé non solo partiti e civiche ma passione, entusiasmo, partecipazione ed energie collettive che per altri candidati sarebbero stati impossibili da mobilitare su questa scala. Ed è su questo piano – oltre che su quello della capacità di suscitare emozioni, di coinvolgere e di saper disegnare un orizzonte ideale in cui riconoscersi – che è stato vinto in primis il confronto con l’avversaria, trascinata nel corso delle settimane in diversi casi in un terreno che – al netto del grandissimo impegno – non le apparteneva. Inoltre la strategia di puntare sull’«estremismo», degenerata poi nelle ultime due settimane, non ha evidentemente pagato: pensare che una tranquilla città di provincia elegga come sindaca una «estremista» fa sorridere.
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Valore aggiunto E poi intorno a Ferdinandi ci sono non solo volti noti del centrosinistra cittadino ma tante persone che per altri progetti politici non si sarebbero spese, e questo è stato su diversi fronti un importante valore aggiunto; progetto che per molti versi rappresenta una rottura anche con il passato del centrosinistra. In sintesi, una vittoria insieme personale e collettiva e, nel complesso, una portata di innovazione di fronte alla quale si è reagito prima agitando i Babau delle vecchie giunte di centrosinistra, il «buco di bilancio», la «capitale della droga», le bande dei tunisini, i cliché consunti dei radical chic e dei «comunisti col Rolex» fino ad arrivare alla «teoria gender» e al futuro dei bambini della città. Una lingua stanca, segno che non si è capito il fenomeno o che, pur capendolo, si è voluti ricorrere a qualche spettro rassicurante.
La sconfitta di FdI Sull’altro fronte il primo degli sconfitti non è tanto Margherita Scoccia quanto FdI e i suoi vertici. La candidatura dell’ex assessora – superate alcune settimane di “opposizione” da parte di Progetto Perugia, che avrebbe potuto puntare su Edi Cicchi – è stata pensata e costruita in una fase in cui si ipotizzava un avversario decisamente più soft; l’idea era quella di una riedizione del 2019 e di una vittoria larga senza patemi. L’obiettivo – come spiegavano da FdI – era prolungare la stagione del romizismo candidando una figura che veniva vista come un continuum prima antropologico e poi politico. Il problema è che – al di là del tratto personale e umano – Margherita Scoccia è un esponente di Fdi e che nel frattempo il voto del 2024 ha rappresentato uno spostamento più a destra della coalizione, indigesto anche a pezzi di società che avevano trovato nella figura di Romizi (e nel 2019 in Progetto Perugia) un punto di riferimento e di equilibrio.
Romizi E a uscirne sconfitto è ovviamente anche il sindaco, oltre a diversi assessori e consiglieri uscenti che non sono riusciti a riconquistare uno scranno a Palazzo dei Priori. Romizi ha “benedetto” in prima persona Scoccia e ha giocato la sua partita in vista delle regionali d’autunno, costruendo una lista con l’obiettivo di allargare il perimetro di FI, uscire con un risultato abbondantemente sopra la doppia cifra e poi proiettarsi verso l’altro capo di corso Vannucci. Obiettivi centrati solo in parte dato che la lista di FI benché sopra la doppia cifra non ha sfondato come si poteva ipotizzare e che, soprattutto, il centrodestra a Perugia ha perso.
Regionali E ora nel mirino di tutti ci saranno proprio le regionali. FdI, azionista di maggioranza della coalizione, ci arriva dopo un biennio in cui ha perso con i suoi candidati i due capoluoghi di provincia. La Lega a Perugia non entra neppure in consiglio comunale, a Foligno l’uscente Stefano Zuccarini centra una vittoria risicatissima (appena 27 voti) e a Marsciano è stata sconfitta dal centrosinistra. A Orvieto la sindaca uscente Roberta Tardani ce la fa per poco più di 150 voti, a Bastia Umbra la ricomposizione del centrodestra in vista del ballottaggio è stata evidentemente solo di facciata.
Tesei e gli altri E così la posizione di Donatella Tesei, qualche mese fa riconfermata dai vertici nazionali dei partiti e decisamente sottotraccia durante la campagna elettorale, si indebolisce ancora di più anche tenendo conto dei risultati della Lega in Umbria; dall’altra parte però c’è anche la debolezza di FdI che ora, dopo le scoppole ternane e perugine (da sommare ad harakiri in altri grandi centri come Spoleto e Città di Castello) non può presentarsi al tavolo con una posizione di forza. Il presidente del consiglio regionale lunedì a caldo ha detto che occorrerà riflettere in vista dell’autunno. Meglio allacciare le cinture. Da martedì, invece, per Ferdinandi bisognerà fare i conti con il governo della città e con le aspettative.
