Con il disegno di legge, che si compone di otto titoli e 60 articoli – spiega la Regione nella sua scheda – si intende realizzare una revisione dell’assetto istituzionale e organizzativo del Servizio sanitario della Regione Umbria, sia per renderlo maggiormente aderente alle attuali esigenze dei diversi soggetti, che concorrono al suo funzionamento, sia per adeguarlo alla revisione normativa che si è susseguita negli anni e che in parte è stata recepita nei Piani sanitari regionali. Alla luce di questo, il ddl ridisciplina la materia sanitaria, già oggetto della legge regionale 19 gennaio 1998, n. 3 e della legge regionale 29 marzo 2000, n. 29 e loro successive integrazioni e modificazioni, abrogandole integralmente. Rispetto alla precedente normazione, il ddl costituisce un momento attuativo dell’esercizio della potestà legislativa regionale in materia di tutela della salute, attribuita dalla legge di riforma costituzionale n. 3 del 2001, che ha introdotto nel nostro ordinamento sostanziali innovazioni nelle competenze legislative dello Stato e delle Regioni.
Il ddl Inoltre, il ddl ricomprende la normativa di settore, che a livello nazionale è andata stratificandosi nel tempo, con particolare riferimento alle principali fonti normative che prevedono e individuano i Livelli essenziali di assistenza (LEA), vale a dire le prestazioni e i servizi necessari ed appropriati che il Servizio sanitario è tenuto a garantire in modo uniforme su tutto il territorio nazionale a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di una quota di partecipazione (ticket), fatte salve ulteriori prestazioni non incluse nei Lea, da erogare con stanziamenti propri delle Regioni. I LEA sono organizzati in tre grandi Aree: – l’assistenza sanitaria collettiva in ambiente di vita e di lavoro, che comprende tutte le attività di prevenzione rivolte alle collettività ed ai singoli (tutela dagli effetti dell’inquinamento, dai rischi infortunistici negli ambienti di lavoro, sanità veterinaria, tutela degli alimenti, profilassi delle malattie infettive, vaccinazioni e programmi di diagnosi precoce, medicina legale), – l’assistenza distrettuale, vale a dire le attività e i servizi sanitari e sociosanitari diffusi capillarmente sul territorio, dalla medicina di base all’assistenza farmaceutica, dalla specialistica e diagnostica ambulatoriale alla fornitura di protesi ai disabili, dai servizi domiciliari agli anziani e ai malati gravi ai servizi territoriali consultoriali (consultori familiari, SERT, servizi per la salute mentale, servizi di riabilitazione per i disabili, ecc.), alle strutture semiresidenziali e residenziali (residenze per gli anziani e disabili, centri diurni, comunità terapeutiche), – l’assistenza ospedaliera, in pronto soccorso, in ricovero ordinario, in day hospital, day surgery e altre forme di ricovero a ciclo breve, in strutture per la lungodegenza e la riabilitazione, e così via.
L’impianto Infine, l’impianto complessivo del federalismo – delineato dalla legge 5 maggio 2009, n. 42 e dal decreto legislativo 68/2011 sui costi e fabbisogni standard in sanità – introduce, rispetto al sistema di riparto fra le Regioni delle risorse destinate ai livelli essenziali di assistenza, in vigore dagli anni novanta, due innovazioni: il potenziamento dei meccanismi di ponderazione della quota capitaria e l’individuazione di regioni benchmark. I capisaldi sui quali si regge tale impianto sono sostanzialmente i seguenti: 1) i livelli essenziali delle prestazioni che devono essere garantiti sul territorio nazionale, 2) il costo standard ed il fabbisogno standard che a tali livelli essenziali sono correlati. Il disegno di legge svolge un fondamentale raccordo con la disciplina relativa al fondo per la non autosufficienza e con quella relativa al fondo sociale, introducendo strumenti per sostenere l’integrazione tra le attività sanitarie, socio-sanitarie, socio-assistenziali e sociali, assicurando un sistema di erogazione dei servizi, capaci di corrispondere ai bisogni prioritari di salute evidenziati nel territorio.
Un sistema universalistico Oggi la capacità del Servizio Sanitario Regionale di continuare a fornire ai cittadini risposte eque, efficaci ed efficienti – sottolinea la scheda della Regione sulla delibera di riordino e riorganizzazione del settore – è sottoposta a nuove e più complesse sfide, generate da un lato dall’evoluzione del quadro demografico ed epidemiologico e dall’altro, dalla progressiva diminuzione delle risorse economiche messe a disposizione delle Regioni italiane. Elementi questi che costringono l’Umbria a ripensare in maniera sostanziale sia il modello organizzativo del Servizio Sanitario Regionale che le modalità di erogazione delle prestazioni e degli interventi sanitari e socio-sanitari, cercando di migliorare ulteriormente l’appropriatezza dei servizi e delle prestazioni nel contesto di risorse economiche disponibili limitate. Per mantenere elevato il grado di copertura e la qualità assistenziale del Sistema Sanitario Regionale risulta pertanto opportuno individuare specifiche misure di razionalizzazione e sviluppo organizzativo, con l’obiettivo di garantire la stabilità dei conti e di evitare forme di “razionamento” delle prestazioni e/o di ridimensionamento dei livelli di assistenza, nella logica di un nuovo modello assistenziale. L’obiettivo prioritario della Regione Umbria rimane comunque il mantenimento di un sistema sanitario «universalistico», che garantisca i livelli essenziali di assistenza e quelli aggiuntivi previsti dalla normativa regionale a tutta la popolazione residente, senza distinzioni di genere, età, reddito, lavoro.
Centrale unica e alte specialità «Le parole chiave per orientare l’azione di razionalizzazione sono appropriatezza e integrazione». «Le misure che si intendono adottare sono, in questa fase, sono: la prevenzione, l’assistenza distrettuale e l’assistenza ospedaliera». Nell’ambito dell’assistenza ospedaliera, «con la decisione formale di realizzare una unica centrale operativa 118 su scala regionale, incardinata nell’Azienda ospedaliera di Perugia, si é avviata una fase di riorganizzazione dell’intero Sistema dell’Urgenza e dell’Emergenza, a partire da una vera e propria cabina di regia dell’intero sistema, rappresentata dalla centrale operativa. La centrale operativa sarà anche la garante di protocolli operativi riguardanti tre patologie tempo dipendenti: infarto del miocardio, ictus cerebrale e politrauma grave». Per le alte specialità chirurgiche (Neurochirurgia, Chirurgia toracica, Cardiochirurgia), il numero di unità operative attualmente esistenti dovrà essere riconfigurato non più su ambito aziendale o provinciale ma su scala regionale. Il riordino del “sistema alta specialità” deve essere sostenuto e garantito dalla costituzione di Dipartimenti unici interaziendali tra i Presidi Ospedalieri di Perugia e Terni. Per quanto riguarda le Chirurgie Specialistiche occorre riqualificare le strutture chirurgiche per ottimizzare l’offerta chirurgica specialistica e ridurre la mobilità passiva.
Punti nascita Analogamente si prospetta lo stesso percorso per le Unità Operative di Medicina Generale verso unità operative per le cure intermedie. Tale riordino prevede la definizione puntuale delle strutture di Medicina d’urgenza con relativa dotazione di posti letto integrate nel sistema emergenza/urgenza e il riequilibrio tra le strutture specialistiche, le strutture di day service e le strutture ambulatoriali, con relativa dotazione dei posti letto e la definizione dei livelli di intensità di cura. Per i punti nascita «é stato realizzato un rilevamento sui requisiti minimi sia strutturali che organizzativi degli undici punti nascita regionali, che permette di avere un quadro puntuale sulla efficienza operativa e sull’efficacia nei termini di costi, di sicurezza e di ricorso al taglio cesareo non appropriato. Dal quadro analizzato si evidenziano criticità sia riguardo i numeri di parti effettuati, sia alla disponibilità H24 di medici nonché alla dotazione tecnologica. Relativamente al taglio cesareo risultano valori di inappropriatezza in alcuni punti nascita. La rete dei punti nascita va pertanto ridisegnata perché sia in grado di garantire tempi rapidi di accesso e al contempo massima sicurezza della madre e del bambino».

