La «casa del parto» di Rovigo

di Daniele Bovi
Twitter @DanieleBovi

Case del parto al posto degli almeno tre punti nascita sugli undici totali che verranno chiusi dalla giunta regionale entro il 2013. Sebbene non ancora messa nero su bianco, l’idea intorno alla quale la giunta sta ragionando già da luglio sembra ora essere qualcosa più di un’idea. Di questo, anche, si è discusso nei primi giorni di questa settimana a palazzo Donini in una serie di incontri con i direttori delle due Ausl Legato e Fratini, l’assessore alla Sanità Tomassoni e la presidente Marini, il direttore regionale del settore Duca e quelli delle aziende ospedaliere Orlandi e Casciari. Oltre all’obbiettivo di arrivare nel giro di un paio di settimane alla riorganizzazione delle Aziende, entro l’anno c’è da mettere mano al tema rovente dei punti nascita.

Case del parto Nel piano di riforma della sanità regionale è scritto che si dovrà procedere entro il 31 dicembre alla chiusura di almeno tre punti (tra gli indiziati rimangono sempre Assisi e Narni), ma la novità ora consiste nell’idea di cui sopra: quella di non lasciare completamente sguarnito un territorio procedendo con l’apertura delle case del parto. A palazzo Donini, calcolatrice alla mano si stima che i risparmi siano identici a quelli derivanti da una serrata completa. I vantaggi potrebbero essere anche politici, con i sindaci che potrebbero anche abbandonare la trincea della difesa ad ogni costo del proprio reparto.

Cosa sono Ben note in paesi con la Germania, mentre in Francia il Senato ha dato il via libera alla sperimentazione in estate, in Italia strutture pubbliche di questo tipo sono presenti ad esempio in Veneto (a Rovigo) mentre la Puglia ha deciso da tempo di crearne una a Trani. Una casa del parto può essere una struttura pubblica, all’interno di un ospedale, gestita da ostetriche che prendono in carica le pazienti pronte per partorire in modo fisiologico, senza l’intervento chirurgico che comporta più personale e più spesa. Strutture che, vista la vicinanza con l’ospedale (se sono dentro o vicino un ospedale), garantiscono la sicurezza in caso di emergenza ma che si basano su una filosofia all’insegna di una de-medicalizzazione del parto. Insomma, un processo meno «asettico» e ospedaliero e più naturale, orientato al rapporto umano tra madre, padre e bimbo. Ben prima della fine del 2013 si capirà se sarà questa la strada intrapresa.

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