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venerdì 21 gennaio - Aggiornato alle 00:08

Pd e M5s, ‘bruciati’ 52 mila voti in 4 anni. La Lega sostituisce i dem nei comuni medio-piccoli

Analisi del voto: Pd meglio nei comuni sopra i 15 mila abitanti, pentastellati in crisi di identità. Salvini da solo vale l’80% della coalizione

Un seggio elettorale (foto ©Fabrizio Troccoli)

di Daniele Bovi

Tra le foto simbolo di questa campagna elettorale va probabilmente annoverata quella di un sorridente Matteo Salvini a Bastardo, attorniato dalla gente del paese e con indosso l’immancabile felpa con il toponimo della piccola frazione di Giano. Questo non per le ovvie ironie suscitate bensì per un dato politicamente pesante che emerge dalle urne di domenica: la Lega in Umbria è diventato in particolare il partito dominante nei comuni medio-piccoli, dove ha sostituito nel giro di pochi anni il Pd; il fatto che il Capitano abbia battuto in particolare queste realtà non è un fattore casuale. Dividendo i 92 comuni umbri a seconda della fascia di popolazione infatti, viene fuori che il Pd ottiene le percentuali maggiori in quelli sopra i 15 mila abitanti, a differenza di quello che accadeva nel 2015.

UNA LOGICA SCONFITTA CHE ARRIVA DA LONTANO

LEGA PIGLIATUTTO: I NUMERI DEI COMUNI

Pd e M5s I salviniani, invece, veleggiano intorno al 41% in quelli con meno di seimila persone mentre dove ci sono più di 50 mila abitanti si fermano, si fa per dire, al 33% (a Perugia il dato è ancora più basso: 28%); tra il capoluogo di regione e alcuni piccoli comuni ci sono dunque anche 20 o 30 punti di differenza. Il confronto numerico rispetto a quattro anni fa (quello metodologicamente più corretto), è impietoso. Pd e M5s insieme hanno visto ‘scomparire’ qualcosa come 52 mila voti con una percentuale di affluenza schizzata in alto di quasi 10 punti. La coalizione guidata da Vincenzo Bianconi grazie al «patto civico» col M5s e altre liste ottiene 166 mila voti contro i 153 mila di quella del 2015, quando Pd e M5s insieme totalizzarono però 178 mila voti. I dem ne hanno persi 32 mila (da 125 mila a 93 mila) mentre i pentastellati 20 mila (da 51 mila a 31 mila); in termini percentuali, il partito di Zingaretti scende di 13,5 punti mentre il Movimento esce dimezzato dal voto.

COSA SUCCEDE ORA: LE TAPPE PER L’INSEDIAMENTO

La crisi del M5s Il fatto che storicamente i grillini non abbiano mai toccato palla in Umbria alle amministrative, scontando una ormai cronica carenza di organizzazione e classe dirigente con alti livelli di consenso, è rilevante fino a un certo punto. Come sottolineato lunedì anche dall’Istituto Cattaneo, «il voto regionale in Umbria così come quelli precedenti mostrano l’esistenza di difficoltà più profonde che riguardano non più o non tanto la struttura organizzativa del partito ma l’identità stessa del M5s, intrappolato in un limbo tra le attuali cariche di governo e l’iniziale carica di opposizione al sistema, incerto sulla propria collocazione a destra del Partito democratico e a sinistra della Lega, malfermo sull’originaria contrapposizione all’Europa e la sostanziale, benché passiva, adesione alle logiche di potere sovranazionali». La storia del «né di destra né di sinistra» non funziona più, specialmente quando dall’altra parte c’è un blocco ad elevato tasso di identità e saldamente ancorato a destra. Il partito liquido, senza radici, storia e orizzonti saldi prima o poi si liquefà.

TUTTE LE PREFERENZE

Il destra-centro Dal 2015 a oggi sull’altro versante è andato avanti il processo di archiviazione del centrodestra, trasformatosi in un destra-centro sovranista. La coalizione di Donatella Tesei ha ottenuto 255 mila voti mentre Ricci si era fermato a 146 mila. I rapporti di forza si sono ulteriormente ribaltati: la Lega ha triplicato i propri consensi, passando da meno di 50 mila voti a 154 mila e attestandosi al 37%, più o meno lo stesso livello delle europee (in termini assoluti 17 mila voti in meno); a questo punto saranno interessanti le analisi dei flussi per capire quanto consenso la Lega abbia drenato da Pd, M5s e alleati. A Perugia ad esempio, secondo il Cise della Luiss, rispetto alle politiche 2018 c’è stata una «massiccia smobilitazione» dell’elettorato M5s verso Salvini, tanto da cedere più di quanto abbia conservato, e verso l’astensione. Sintomo che il «patto civico» non è stato né capito né digerito.

Sovranisti e forzisti L’ala sovranista della coalizione si è rafforzata poi grazie al fatto che Fratelli d’Italia nel giro di quattro anni è passata da poco meno di 22 mila voti ai 43.443 di domenica; Salvini e Meloni in Umbria da soli valgono ormai il 49%, tanto da rendere Forza Italia un accessorio politico. I berlusconiani in Umbria cedono 7 mila voti (3 punti percentuali), passando da 30 mila a 23 mila. Consenso che, con tutta probabilità, si è diretto verso Lega e FdI. Numeri di fronte ai quali cozzano in modo molto evidente le dichiarazioni di centralità politica fatte lunedì dagli esponenti forzisti; un partito in piena crisi di identità e di consensi, stretto da una parte dal duo Salvini-Meloni e dall’altro dalla neonata creatura di Renzi.

Twitter @DanieleBovi

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