di Daniele Bovi
La due giorni di maratona in consiglio regionale, dove martedì è stata approvata la nuova legge elettorale, lascia dietro di sé una scia di veleni e approfondisce crepe in parte già aperte. Una legge che, in un mondo ideale, palazzo Cesaroni avrebbe dovuto varare molto tempo fa, e non a tre mesi dal voto quando inevitabilmente sono gli interessi contingenti a prevalere. Un testo che presenta novità positive, come l’abolizione del listino bloccato e del voto disgiunto, l’abbassamento del numero di firme richieste per presentare una lista, la garanzia della governabilità e la doppia preferenza di genere. I punti più critici sono invece il premio di maggioranza senza la previsione di una soglia minima di voti (raccomandata anche dall’ufficio legislativo di palazzo Cesaroni), un meccanismo che in teoria potrebbe permettere a una maggioranza relativa del 25% di portarsi a casa 12 seggi su 20, penalizzando esplicitamente chi decide di non allearsi, tanto che addirittura il 7-8 o 9 per cento potrebbe non bastare a questi ultimi per ottenere un seggio.
Governabilità Tutto ciò mentre a chi si allea (i maligni guardano subito ai socialisti) basterebbe il 2,5% per eleggere. Fino a che punto la governabilità e la volontà di aggregare coalizioni deve prevalere sulla rappresentanza democratica? Altro punto nodale è il collegio unico: secondo i sostenitori servirebbe per creare una «classe dirigente regionale» (che è un po’ come affrontare il problema afferrandolo dal fondo), mentre invece assomiglia più a un meccanismo che favorirà le filiere del voto e i ’signori’ che sui vari territori smistano le preferenze. Una legge che pare fatta più per i partiti che per gli elettori.
LE SIMULAZIONI E I DUBBI DEGLI UFFICI
Centrodestra spaccato In aula col ‘cavallo di Troia’ del ‘premio di minoranza’ il centrosinistra, o meglio Pd e Psi, hanno aperto una breccia all’interno di un centrodestra che dal voto esce diviso e che, agli occhi di molti, è parso come accontentarsi; come se la sconfitta fosse già stata introiettata e allora meglio portare subito a casa qualcosa. Altrettanto diviso il centrosinistra, con il voto di martedì che certifica la spaccatura tra il Prc, ciò che rimane dell’Idv, Goracci e il resto della coalizione. Una spaccatura che potrebbe tradursi nella fine di quel centrosinistra regionale che governa da lungo tempo l’Umbria.
CHE COSA PREVEDE LA NUOVA LEGGE
Quale centrosinistra? E a tal proposito le parole pronunciate martedì dal segretario di Rifondazione Enrico Flamini, che bersaglia duramente la legge così come fatto in aula da Damiano Stufara, sembrano come un requiem: «La liquidazione sostanziale del centrosinistra umbro si è pertanto tradotta in norma di legge. È indispensabile adesso rafforzare il confronto tra le forze politiche e sociali che intendono contrastare la svolta autoritaria impressa a tutti i livelli di governo del territorio dal Partito democratico, costruendo una proposta per il governo della regione che si ponga in alternativa all’impianto neoliberista e neocentralista alla base della devastante crisi economica e sociale e contribuendo a riaprire, in Umbria come nel resto del Paese, nuovi spazi di democrazia, di libertà e di emancipazione». Una strada che Sel, altro pezzo fondamentale della sinistra-sinistra, non sembra voler seguire.
Sel dialoga Fausto Gentili, coordinatore regionale del partito, lo spiega chiaramente. Volendo sintetizzare la linea è cambiare l’Umbria, ma stando dentro il centrosinistra. Gentili parla di combattere povertà e ineguaglianza, di tutela dei beni comuni, di estensione dei diritti civili, di innovazione del sistema d’impresa. Vaste programme che «non sarà possibile se nel governo della Regione non ci saranno forze plurali capaci di contribuire ad innovare consuetudini amministrative e programmi che rischiano di tenere l’Umbria al palo». Su questi punti il confronto con il Pd sarà «franco». «Ci dicano – dice il coordinatore – se sono disponibili a costruire con noi un vero programma di svolta». Tirando le somme quindi Pd e Psi potrebbero guadagnare l’appoggio di Sel mentre il Prc diventerebbe il perno di un’Altra Umbria con Tsipras, una rete tutta ancora da costruire.
Nelle mani del ministro In attesa di capire che forma avrà il centrosinistra dopo l’approvazione della legge elettorale gli occhi sono puntati ora al ministero degli Affari regionali. Qui, in attesa di possibili ricorsi al Tar dell’Umbria, l’articolato verrà vagliato dagli uffici. «Chiederò al governo nazionale di intervenire» dice Sandra Monacelli, consigliere regionale Udc, in un comunicato nel quale si fa riferimento al ministro Lanzetta, dimessosi però a fine gennaio. «Nella legge – continua – c’è una palese violazione del principio democratico, che consentirà ad una minoranza del corpo elettorale una sproporzionata rappresentanza istituzionale». Il collega di partito Maurizio Ronconi mette invece nel mirino un centrodestra che «ricade nel solito vizietto di partecipare alle competizioni non per vincere ma per garantirsi un seggio in consiglio regionale». Il M5s con la candidata alla presidenza della Regione Laura Alunni parla invece di una legge «fatta apposta per sottrarre seggi a chi rifiuta i cartelli elettorali, stile armata Brancaleone, messi in piedi all’unico scopo di spartirsi le poltrone disponibili».
Twitter @DanieleBovi
