di Daniele Bovi
L’8 e il 9 giugno gli elettori umbri, così come quelli del resto d’Italia, sono chiamati a esprimersi sui cinque referendum che riguardano il lavoro e la cittadinanza; quattro riguardano il lavoro e sono stati promossi dalla Cgil, mentre quello sulla cittadinanza da diversi partiti e associazioni. Dopo una presentazione generale dei cinque quesiti, Umbria24 dedicherà a ognuno di essi un approfondimento.
Il testo Con il quesito numero 1 (scheda verde) viene proposta l’abrogazione del decreto legislativo 23 del 4 marzo 2015, che ha introdotto il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, parte integrante del Jobs Act. «Questo contratto – dice il testo del quesito – ha modificato le tutele previste per i lavoratori in caso di licenziamento illegittimo, limitando la possibilità di reintegro nel posto di lavoro e introducendo un sistema di indennizzi economici crescenti in base all’anzianità di servizio». Col referendum si punta così a smontare un pezzo fondamentale di quel Jobs Act che, un decennio fa, è stata una delle riforme più discusse del governo di Matteo Renzi; un pacchetto di norme che aveva l’obiettivo dichiarato di aumentare la flessibilità e ridurre la precarietà.
REFERENDUM 8 E 9 GIUGNO, COSA PREVEDONO I QUESITI
Cosa cambia Un cambiamento profondo per il diritto del lavoro italiano dato che, in parte, è stato sostituito il meccanismo di tutele previste dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori con un sistema basato su indennizzi economici. Il contratto a tutele crescenti è stato introdotto per i nuovi assunti a tempo indeterminato, e prevede tutele contro il licenziamento illegittimo che viaggiano di pari passo con l’anzianità di servizio. In particolare il Jobs Act ha limitato il reintegro ai soli casi di licenziamento discriminatorio o nullo.
REDDITO DI BASE, SI RIAPRE IL DIBATTITO ANCHE IN UMBRIA
Perché sì Il dibattito a fasi alterne va avanti da un decennio. Per la Cgil e in generale per chi sostiene il «Sì», il Jobs Act ha finito per indebolire le tutele dei lavoratori: uno scenario davanti al quale viene ritenuto necessario ripristinare il diritto al reintegro in caso di licenziamento illegittimo. Oltre a ciò viene sottolineato l’aumento della precarietà (messo in evidenza giorni fa dalla Cgil anche per quanto riguarda il mercato del lavoro umbro): con il «Sì» – spiegano i promotori – si rafforzerebbe la stabilità occupazionale e si disincentiverebbero i licenziamenti ingiustificati, andando a ristabilire una equità tra i lavoratori assunti prima e dopo il 7 marzo 2015, data di entrata in vigore del contratto a tutele crescenti.
Perché no Dall’altra parte invece, chi si schiera per il «No» (o per l’astensione) spiega che la riforma del governo Renzi ha contribuito a rendere il mercato del lavoro più flessibile e che l’abrogazione potrebbe avere effetti negativi sull’occupazione. Partiti e diverse associazioni del mondo imprenditoriale hanno sostenuto che il Jobs Act ha permesso di facilitare le assunzioni riducendo le rigidità e anche il contenzioso giudiziario. Insomma, da queste parti si aggira lo spettro di un possibile ritorno dell’Articolo 18. Oltre a ciò chi si schiera per il «No» nel corso degli anni ha messo in evidenza come la riforma abbia bilanciato diritti dei lavoratori ed esigenze delle imprese. La parola ora passa agli elettori, mentre per i promotori il primo vero scoglio sarà superare il quorum.
