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martedì 18 maggio - Aggiornato alle 09:06

Franceschini in Parlamento: per l’arte ferita da calamità naturali fare come a Spoleto

Il ministro pensa di replicare il deposito dei beni culturali di Santo Chiodo in altre zone d’Italia recuperando beni dello Stato dismessi

Restauratrici al lavoro

Con l’arte ferita da calamità naturali dobbiamo fare come a Spoleto. Questo uno dei progetti accennati dal ministro della cultura Dario Franceschini nella sua presentazione alle Camere delle linee programmatiche del suo ministero e dei contenuti della proposta di Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), che prevede anche capannoni e luoghi industriali dismessi, «anche ex centrali nucleari» da trasformare in hub per il ricovero dell’arte ferita dalle calamità naturali.

GALLERY: FRANCESCHINI NEL DEPOSITO

L’idea, ha spiegato il ministro, nasce dalla considerazione che l’Italia è attraversata da molte calamità naturali e «che sempre quando c’è un terremoto o un alluvione o un’altra calamità naturale, scatta un piano del ministero per mettere in salvo i gioielli del patrimonio artistico e culturale. E’ vero, però, che l’unico luogo adibito a questo in Italia è il deposito di Spoleto, per il resto si deve far ricorso a caserme e a luoghi da reperire sul momento»: l’ospedale delle opere ferite del sisma Franceschini lo ha scoperto il 30 gennaio 2017, quando da ministro della Cultura ha raggiunto Santo Chiodo (Spoleto) e toccato con mano l’operazione di ricovero di 4.500 opere d’arte salvate principalmente dalle chiese della Valnerina. Da qui il progetto di «individuare su tutto il territorio nazionale in parte anche con il recupero di centrali nucleari dismesse e già bonificate, dei luoghi da ristrutturare e destinare permanentemente al ricovero dell’arte calamitata». Franceschini è consapevole che «si tratta di un progetto che richiede risorse consistenti e anche idee, perché bisogna immaginare per questi luoghi anche altre funzioni, per quando non sono occupati dall’arte da restaurare o da proteggere, perché sono luoghi che di fatto si spera di non dover mai usare, si spera sempre che non ci siano altre calamità, e che potrebbero comunque rimanere pronti ospitando nel frattempo laboratori di restauro , attività per start up, industrie culturali creative ed altre attività del genere».

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