di Valerio Marinelli*
Una cosa è chiara: Matteo Renzi non è clonabile. Il Pd non può farne fotocopie e distribuirle in ogni comune; non può replicarlo in ogni ruolo dirigente di partito locale o regionale. Il suo straordinario valore aggiunto elettorale non è traducibile sul territorio, perché, semplicemente, il messaggio di Renzi è Renzi stesso. Risultano quindi piuttosto ingenue e banali le analisi di coloro che ritengono che le sconfitte dell’ultima tornata amministrativa siano per la gran parte attribuibili a un mancato rinnovamento di marca renziana. E’ mistificatoria e bugiarda la paventata contrapposizione tra “Nuovo PD” e “vecchia sinistra”. Lo è in quanto contrapposizione priva di solido contenuto progettuale e politico, oltre che di riscontro reale. In Umbria, infatti, hanno perso la competizione pure giovanissimi candidati mai appartenuti alla presunta “vecchia sinistra”, mentre in certi casi l’hanno spuntata personalità di lungo corso. Tuttavia, il nodo è un altro. Un simile approccio sottende- in maniera tutt’altro che velata- una sorta di superamento delle categorie destra\sinistra, le quali sono da sempre mobili e dinamiche, ma sono indispensabili a non cadere nell’oblio di un eterno presente che muore nel pragmatismo. Se cadono tali categorie si sfumano e si confondono le alternative visioni di società e il debole partito-programma è costretto ad appellarsi sempre e comunque al leader trascinatore, a sua volta indotto spesso a trarre ispirazione politica più dagli umori che dai bisogni sociali. Detto ciò, allora, cosa è “il nuovo” e come si consegue? Intanto conviene dire che non è nuovo, né giusto, né utile al paese e alle nostre comunità locali selezionare gruppi dirigenti “televisivi” ma di scarsa qualità elaborativa. Non basta presentarsi bene al pubblico, serve una dote di rappresentatività e autorevolezza sociale, elementi- purtroppo- che il PD è andato trascurando. Non è nuovo, né giusto, né utile organizzare i gruppi dirigenti in base al grado di fedeltà al capobastone di turno. In questo caso i ruoli vengono esercitati in nome di parziali interessi correntizi e l’interesse generale, che dovrebbe animare il primario senso civico dell’impegno politico, diviene solo un farmaco retorico a cui ricorrere in occasioni particolari. Un gruppo dirigente davvero “nuovo” è costruito in connessione con le esigenze sociali che un partito intende rappresentare, è profondamente legato a quelle persone che per realizzare la propria emancipazione necessitano di uno strumento collettivo funzionale a disegnare e inverare il mondo che ancora non c’è. Qui torna l’importanza della visione politica, delle differenze destra\sinistra, della qualità del progetto e dei contenuti. Oggi il rinnovamento del PD deve guardare a quei giovani (e meno giovani) che sognano una “società della conoscenza”, ma che con le loro competenze, con la loro preparazione, magari sudata e pienamente meritata, vivono il quotidiano incubo dello sfruttamento e dell’ingiustizia sociale. Il rinnovamento sano non guarda tanto all’età anagrafica, bensì alla storia della persona, alla sua rappresentatività nei frammentati universi contemporanei, alla sua motivazione, alla sua generosità, alla sua solidità etica e, soprattutto, alla condizione in cui questa è relegata e da cui invece vorrebbe liberarsi. Infine, è evidente che un partito di governo, composito e plurale come il PD, non possa poi rinunciare alle capacità maturate con l’esperienza. Al contempo, però, i rapporti tra i più esperti e i meno esperti vanno mantenuti in una dimensione di solidarietà e trasparenza e non di strumentalità e padrinaggio. In conclusione e in conseguenza a questa riflessione, appare peregrino avvitarsi nella ricerca di capri espiatori della sconfitta elettorale. Le responsabilità sono del gruppo dirigente nel suo insieme; responsabilità che sono determinate dal ruolo prima che dal contingente orientamento dei percorsi politici. Attestarsele fino in fondo sgombra il campo da un’insensata caccia ai colpevoli, previene la sterilità di un dibattito schiacciato su noiosissime liturgie, favorendo così una discussione vera sui complessi motivi del negativo esito uscito dalle urne. Al contrario, astenersi da una piena assunzione di responsabilità da parte di un gruppo dirigente non è nuovo, né giusto né utile al PD e alle nostre comunità locali. E’ soltanto uno scaricabarile dalle gambe corte. Ora la più grande innovazione è tornare a fare politica avanzando progetti coerenti e facendo del PD una spazio di larga partecipazione. Nessun dirigente sarà mai adeguato se non sa in quale direzione dirigere.
*Dirigente Pd Umbria
