di Danilo Nardoni
Toccare vette musicali più alte dei Radiohead, all’interno dell’universo sonoro che possiamo far rientrare nell’alveo del rock contemporaneo, è operazione difficilissima. Naturalmente prima di tutto per le band “competitor”, figuriamoci poi per uno che è l’anima principale di quella stessa formazione che ha contribuito a segnare nuovi confini della musica in ambito mondiale. Thom Yorke, sempre più immerso nel mondo dei loop elettronici e nelle trame dei beat, la sua “Anima” l’ha tirata fuori e non rimanendo schiacciato da quel gruppo seminale. C’è voluto del tempo ma con l’ultimo disco solista e questo tour, che è arrivato anche a Perugia per l’ultimo sabato sera di Umbria Jazz, sembra esserci riuscito.
Belfi in apertura L’Arena Santa Giuliana con 4.700 persone circa ad attenderlo mostra davvero e fin da subito un bel colpo d’occhio. A scaldare il pubblico a modo suo, quando ancora la notte non è calata sull’arena, arriva il batterista Andrea Belfi. Solo sul palco con tutto il suo carico di sperimentazione ed elettronica, il musicista italiano ma di stanza a Berlino da queste parti per la verità è già arrivato poco tempo fa. Il concerto di ‘batteria solo’ lo aveva proposto nel piccolo teatrino in via del Cortone a Perugia. Le gemme nascoste della musica a volte vanno cercate. Molti se le tengono strette e se le coccolano, ma stavolta a goderne è un pubblico molto più vasto. Bene così allora, con un inizio serata che quindi già promette altrettanto bene.
Esperienza sensoriale Intensità, ritmo, melodia, innovazione, sperimentazione, parte visual magnifica: c’è tutto questo a carico dell’imputato Yorke e per controbattere chi lo accusa di essere pesante e noioso nei suoi live da solista. In questo mondo sonoro sbattuto in faccia al pubblico di Umbria Jazz c’è, vero, un senso di ansia e d’impotenza verso un mondo, ed anche un’etica, che vanno a rotoli. La musica apparentemente ne deve esprimere il senso, ma nella luce in mille forme che esplode dal grande schermo e nel profondo delle note c’è quella speranza che ci basta. Gli album da solista di Yorke possono risultare freddi, altrettanto vero, ma dal vivo e con questo tipo di spettacolo la resa è migliore. Merito senza dubbio anche dei visual, per un concerto che alla fine si rivela come un’esperienza sensoriale ricca di sperimentazioni sonore ma anche visive.
Innovatore Il cantautore, polistrumentista, compositore britannico e storico frontman dei Radiohead, uno dei cantanti più importanti e influenti del nuovo millennio, ha eseguito brani dalle sue opere da solista – ‘The Eraser’, ‘Tomorrow’s Modern Boxes’ e ‘Amok’ del supergruppo Atoms For Peace – con il produttore/collaboratore di lunga data Nigel Godrich e il visual artist Tarik Barri. Non sono mancati naturalmente i nuovi pezzi di ‘Anima’, quarto album discografico da solista pubblicato il 27 giugno scorso, scritto e prodotto assieme allo stesso Godrich. Yorke l’innovatore – uno che non sta lì certo a guardarsi allo specchio per compiacersi – e gli altri due sul palco di Perugia hanno così dato vita ad un oceano di colori, immagini e suoni. Spontaneamente, non uscendo dal seminato del solo necessario. Yorke si merita gli applausi anche per il fatto di aver provato ad interagire con il pubblico parlando in italiano. Merito, a quanto pare, della sua fidanzata di origini siciliane, Dajana Roncione. Ed il risultato è da sufficienza piena: «Grazie per essere qui stasera», «Alla prossima».
Scaletta Inizia molto piano Yorke, anche di tonalità vocale, e davanti alle tastiere attacca con ‘Interference’. Poi si alza l’intensità dei beat con ‘Brain in a Bottle’, ‘Impossible Knots’ e ‘Black Swan’. Passa dalla chitarra al basso, dal lap-top alle tastiere, fino all’altro strumento voce, cantando magnificamente. Lascia poi andare il corpo alla sua maniera e danza. A seguire comincia un sali e scendi sonoro con il quale arrivano, tra accelerazioni e rallentamenti, ‘Harrowdown Hill’, ‘Pink Section’, ‘Nose Grows Some’, ‘Last I Heard’, ‘The Clock’, ‘Has Ended’, ‘Amok’, ‘Not the News’, ‘Truth Ray’ e prima della fine l’accoppiata ‘Traffic’ (brano che apre ‘Anima’) e ‘Twist’. Due pezzi che per un attimo fanno trovare conforto ai fan dei Radiohead. Alla fine infatti non c’è nessuna concessione ai brani della band. I più informati lo sapevano già. Gli altri rimangono delusi, ma solo un po’. Basta poco per capire che il live di Yorke non poteva e non doveva dare spazio a quella storia musicale. Questa al momento è un’altra cosa ed è, con i giusti pesi e contromisure del caso, allo stesso tempo emozionante e paritaria. Manca però qualcosa al concerto. Lo si capisce quando arrivano i bis. Yorke rientra e voce e tastiera esegue ‘Dawn Chorus’. Un momento di calma, con i battiti dei beat che si allineano a quelli del cuore, e dove la melodia prende il sopravvento prima dell’esplosione finale con ‘Runwayaway’, ‘Atoms for Peace’ e ‘Default’.
E il jazz? Umbria Jazz ha continuato così ad allargare i suoi orizzonti anche al rock e all’elettronica. Quello di sabato era tra i concerti più attesi fuori dall’ambito del jazz per questa edizione del festival. Non raggiungendo i picchi dello show di David Byrne dello scorso anno, ma comunque uno spettacolo originale, costruito bene e coinvolgente. Ma questo non è un festival jazz? Cosa c’entra il pop, l’elettronica, il rock con il jazz? Quante volte lo abbiamo sentito dire e lo risentiremo. Anche in questa occasione non è mancato da parte di molti il puntuale interrogativo. E continuerà comunque ad esserci finché non si capirà che il festival ha bisogno anche di queste operazioni, con il jazz che riempie i grandi spazi molto difficilmente e solo con pochi grandi artisti. Le stelle del jazz anche quest’anno, comunque, sono rimaste il cuore della manifestazione e perché così deve essere. Ma sabato sera un’altra “stella”, anche se “pop”, ha brillato molto nel cielo sopra il main stage.
