di Gordon Brasco

Prendete «La vita è bella» di Roberto Benigni e capovolgetelo: togliete ironia, sarcasmo, colori, speranza e avrete solo un’idea di cos’è questo film di László Nemes, che sceglie uno degli argomenti più complessi e controversi per il proprio esordio alla regia. Complesso perché raccontare l’orrore dell’olocausto richiede una preparazione tecnica sopra la media e controverso perché, come tutte le vicende dolorose, ci sono vari aspetti da dover raccontare: quello che riguarda le vittime, i carnefici, gli eventi storici e così via. Nemes non si fa intimorire e compie tutte scelte radicali: inquadrature strette puntate sul protagonista e la sua «missione», immagini di corpi spezzati come bambole di pezza, la brutalità di chi è prigioniero e di chi imprigiona ma soprattutto c’è Saul e la sua lotta per sottrarre il corpo del figlio alla cancellazione definitiva dal mondo tramite forno crematorio. Saul non ha pensieri di vendetta o di liberazione… Saul è già stato sconfitto in tutti i modi possibili dalla vita e la morte non è più qualcosa di sconosciuto perché lavorando al campo di sterminio come soderkommando, assoldato per rimuovere i corpi dalle camere a gas e poi cremarli, è testimone di tutto l’orrore che l’umanità è capace di realizzare. E così a questo ebreo ungherese deportato ad Auschwitz-Birkenau rimane un’ultima cosa, trovare il modo per evitare che il corpo del figlio sparisca tra le ceneri di altre migliaia e migliaia di corpi.

Esordio Durissimo in alcuni passaggi e a volte eccessivamente alla ricerca della lacrimuccia facile, «Il figlio di Saul» rimane comunque un’opera prima di grande interesse perché il regista, conscio di non poter dare o togliere nulla a un argomento così tante volte già usato al cinema, si concentra sul protagonista e la sua ultima lotta contro il mondo, cercando di rendere evidente attraverso l’assurdità delle azioni di Saul e di tutto quello che gli sta attorno, la profondità del baratro nel quale i nazi-fascisti avevano gettato l’umanità intera. Insomma vale la pena spendere dei soldi per questo film? Secondo noi sì: l’esordio al cinema del regista ungherese László Nemes non è certo dei più semplici ma gli accorgimenti tecnici e la storia raccontata ne fanno una pellicola interessante. Saul considera se stesso già perso e non pensa più alla sua sopravvivenza per poter riavere una vita, tutto quello che lo fa ancora respirare è la sua ossessione di salvare il cadavere del figlio dal forno crematorio, il resto non esiste o non gli interessa più. Scene forti e drammatiche vi accompagneranno per un’ora e quaranta minuti, perciò se stavate cercando di passare una serata tranquilla girate al largo, se siete invece dei cinefili incalliti allora l’esordio di László Nemes è un appuntamento imperdibile.

Un film di László Nemes. Con Géza Röhrig, Levente Molnar, Urs Rechn, Todd Charmont, Sandor Zsoter. Titolo originale Saul Fia. Drammatico, Ratings: Kids+13, durata 107 min. Ungheria 2015.

Trama: Due giorni nella vita di Saul Ausländer, prigioniero ungherese addetto ai forni crematori di Auschwitz. L’uomo tenterà l’impossibile dopo aver scoperto il cadavere di un ragazzo che forse è suo figlio: recuperare almeno i resti e cercare un rabbino per seppellirli. Per raggiungere il suo obiettivo dovrà però voltare le spalle ai compagni e al loro piano di ribellione.

Perugia
Comunale Sant’Angelo: 18.30 / 21.15