di Chiara Fabrizi

È appena tornata dalla sua quinta missione al Polo Sud, la ricercatrice scientifica della Caltech di Pasadena (California), Sofia Fatigoni, nata e cresciuta a Perugia, ma da tempo impegnata in quello che definisce «uno dei più importanti progetti al mondo per la Cosmologia sperimentale». L’astrofisica umbra lavora per tre o quattro mesi l’anno, che coincidono con l’estate australe, nella stazione Amundsen-Scott, che si trova a circa 2.900 metri di altitudine: qui Fatigoni e il team di cui fa parte cercano «la luce più antica dell’universo per avere più informazioni sui primissimi istanti dopo il Big Bang», ha spiegato a Umbria24

Diplomata al Mariotti di Perugia, trapiantata prima a Roma, dove si è laureata in Astrofisica alla Sapienza, che considera «un’università eccellente con docente straordinari», e poi a Vancouver, dove ha conseguito il dottorato alla University of British Columbia, Fatigoni è infine approdata alla Caltech come ricercatrice scientifica ed è quindi entrata nel team del progetto Bicep (background imaging of cosmic extragalactic polarization), che prova a semplificare per i lettori di Umbria24: «Cerchiamo tracce delle cosiddette onde gravitazionali primordiali, che sarebbero la firma dell’inflazione cosmica: un’espansione rapidissima dell’universo nei suoi primissimi istanti. Se riuscissimo a rilevarle in modo inequivocabile – dice – confermeremmo un pezzo fondamentale della nostra teoria sull’origine dell’universo». Semplificando ancora di più: «Potremmo avere una fotografia dell’universo quando aveva meno di un miliardesimo di miliardesimo di secondo». 

Con temperature che possono raggiungere anche i -65 gradi e il sole che compie un giro completo intorno all’orizzonte senza mai tramontare, irradiando h24 il Polo Sud, Fatigoni e gli altri ricercatori vivono giornate «scandite da una routine molto precisa, che è fondamentale – sostiene la 32enne – in un ambiente così estremo». E quindi la quotidanità di Fatigoni nella base permanente di Amundsen-Scott prevede «la sveglia alle 6:30 e colazione nella mensa comune, dopodiché si va al telescopio, che si trova a circa un chilometro dalla stazione principale: qui si lavora – è il racconto dell’astrofisica perugina – tra upgrade degli strumenti, controlli di sistema, calibrazioni, analisi preliminare dei dati». Per il team del progetto Bicep «le giornate possono facilmente superare le 10-12 ore di lavoro, ma sono molto varie: c’è una parte più tecnica e manuale, un’altra di coordinamento con il team internazionale e, infine, una più scientifica di analisi e interpretazione dei dati».

Se le si chiede come si affronta una missione così ambiziosa, ma caratterizzata da condizioni ambientali incredibilmente complesse, Fatigoni dice che, «sul piano personale, la vita è sorprendentemente comunitaria, perché si mangia insieme, si lavora insieme e si sta insieme anche dopo il lavoro. Lo spazio limitato – va avanti con Umbria24 – crea un senso di piccola comunità molto forte, mentre l’isolamento favorisce profondamente lo spirito di squadra, perché  sappiamo che dipendiamo gli uni dagli altri, sia professionalmente sia umanamente, e questo inevitabilmente rafforza molto i legami». 

A vivere nella stazione del Polo Sud durante l’estate australe possono essere anche 150 persone, compresi naturalmente medici e cuochi, ingegneri e personale logistico, mentre in inverno il numero si riduce fino a 30-40 unità. «Il nostro team è principalmente americano, coi ricercatori che hanno all’incirca tra 25 e 45 anni», racconta l’astrofisica umbra, rilevando che «le donne sono ancora una minoranza, variando tra il 10 e il 30 per cento in base alla stagione, ma la presenza femminile nella Cosmologia sperimentale sta crescendo». 

Oltre al gruppo, comunque, c’è la motivazione personale e scientifica, che costituisce la leva principale. Fatigoni, infatti, racconta che al Polo Sud si alza «spesso con l’entusiasmo di chi lavora per qualcosa che ama molto profondamente e mi sento molto fortunata per questo, ma anche qui abbiamo giornate difficili per problemi tecnici e relativa frustrazione, per stanchezza o anche per nostalgia, che compenso con un motore potentissimo: la curiosità scientifica. In questi momenti – sottolinea la ricercatrice umbra della Caltech – è di fondamentale sostegno anche la squadra, che aiuta a ricordarci perché siamo lì, ossia per cercare risposte a domande fondamentali sull’universo».

In questo senso, Fatigoni nel suo percorso di ricerca non ha «un “mito” di riferimento», ma ciò che la lega «agli scienziati e alle scienziate, che hanno lavorato con determinazione in contesti storicamente dominati dagli uomini, è il desiderio profondo di capire come funziona l’universo, perché credo  – afferma a Umbria24 – che il vero motore del progresso sia il lavoro di squadra, fatto di confronto continuo, e la perseveranza di continuare a porsi domande anche quando le risposte tardano ad arrivare». A chiederle qual è la differenza tra la ricerca in Italia e in Nord America, Fatigoni sostiene che «la differenza principale, in base alla mia esperienza, sta tutta nei finanziamenti e quindi nella dimensione dei progetti: università come la Caltech hanno risorse e infrastrutture enormi, che permettono di partecipare a progetti molto grandi, mentre in Italia sappiamo che c’è un’altissima qualità scientifica, ma spesso meno continuità nei fondi e meno stabilità per i giovani ricercatori».

Se tre o quattro mesi l’anno la 32enne perugina è impegnata nella missione scientifica al Polo Sud, i restanti li trascorre a Pasadena, «dove – dice – la quotidianità è fatta di ufficio, riunioni, analisi dati e seminari». Il suo futuro Fatigoni lo vede comunque legato a doppio filo alla ricerca: «Quanto resterò al Caltech dipenderà dalle opportunità future, del resto la carriera accademica è fatta di tappe, ma vorrei comunque continuare a lavorare su esperimenti cosmologici di frontiera e tra dieci anni mi vedo ancora nella ricerca, magari con un mio gruppo, continuando a lavorare per rispondere alle grandi domande». 

Della Caltech, probabilmente, il grande pubblico italiano e non solo ne ha scoperto se non l’esistenza almeno il prestigio con la serie tv “The Big Bang Theory”, che racconta la quotidianità a Pasadena di un gruppo di ricercatori, ma Fatigoni dice di avere poco in comune col protagonista, Sheldon. «La serie è divertente e, pur nella caricatura, racconta abbastanza bene un aspetto reale della vita da ricercatori, che non è fatta di continui “Eureka!”, ma per lo più di tentativi che non funzionano, strumenti da sistemare, analisi da rifare e anche un po’ di frustrazione», dice Fatigoni, che poi scherza con Umbria24: «Se proprio dovessi riconoscermi in qualcuno, direi un mix degli altri tre protagonisti della serie: sono una fisica sperimentale come Leonard, un’astrofisica come Raj, e in parte anche un po’ ingegnera in stile Nasa/Jpl, con cui peraltro sono affiliata insieme a Caltech, come Howard. L’unico personaggio in cui decisamente non mi ritrovo è Penny, ironicamente proprio l’unica donna del cast principale».

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