Un reparto dell'ospedale di Perugia (©️Fabrizio Troccoli)

di Mauro Agostini

L’organizzazione sanitaria è materia specifica di attribuzione regionale, e il Fondo sanitario occupa circa l’80 per cento del bilancio complessivo della Regione Umbria. La sanità umbra attraversa una fase delicatissima non solo di riassorbimento delle prestazioni inevase, ma di complessiva riorganizzazione del sistema, messo alla prova e disarticolato dalla pandemia da Covid-19 e dalle scelte compiute nella gestione della crisi sanitaria.

Due esigenze strategiche si delineano: una forte territorializzazione dei servizi primari, nello spirito della sanità di prossimità; e una sempre maggiore qualificazione dei servizi specialistici, con la piena valorizzazione delle professionalità presenti nella nostra regione e una lucida selettività degli obiettivi di investimento.

Il quadro nazionale non aiuta a sostenere queste sfide: la destra di governo penalizza, come era da attendersi, il settore sanitario pubblico. Al di là delle roboanti affermazioni di risorse aggiuntive (sempre espresse in termini nominali), la realtà è quella di un rapporto spesa sanitaria/Pil dell’ordine del 6,3 per cento (a fronte di una media Ocse del 7,1 per cento e di circa il 10 per cento in Francia e Germania). Ci sarebbe bisogno di un incremento in termini reali di almeno un punto percentuale, un obiettivo di medio termine che richiederebbe una mobilitazione di risorse per 23-24 miliardi, da reperire con tassazione aggiuntiva su redditi molto elevati e su patrimoni.

Per la prima volta nella storia repubblicana l’accesso alla salute è diventato un elemento di discriminazione sociale. Per affrontare questo impegno che fa tremare i polsi, e per farlo con un moderno piglio riformista, c’è bisogno in Umbria di una grande mobilitazione sociale. La Giunta regionale è impegnata nella redazione del Piano sanitario regionale: benissimo. Ma credo non manchi la consapevolezza che occorra fin da ora cominciare a riflettere sull’attività legislativa vera e propria che deve accompagnare e inverare il Piano, con leggi regionali che affrontino la riorganizzazione e la gestione economica del sistema.

In questa prospettiva, appare anche un po’ datato il dibattito sul numero di presidi: l’attenzione andrebbe spostata con forza sulle funzioni dei presidi e sui loro ambiti specifici di attività. Una scelta netta in questa direzione consentirebbe anche l’alleggerimento del carico di attività di bassa o media specialità che oggi grava sui due Policlinici, permettendo loro di concentrarsi sull’alta specializzazione. Si tratta di un lavoro molto complesso, che non può esaurirsi esclusivamente in un confronto e in una collaborazione — per quanto auspicabili — tra le due massime istituzioni titolate, la Regione e l’Università.

C’è bisogno, oltre a questo, di una grande mobilitazione sociale, insisto: dei Comuni in primo luogo, delle organizzazioni sindacali, delle associazioni del volontariato e del terzo settore, del mondo della salute, delle varie articolazioni delle nostre comunità e delle forze politiche. Non solo una azione di riforme, ma una stagione di riforme.

La scena oggi è in parte occupata dalle esternazioni del sindaco di Terni nel monomaniaco tormentone “stadio-clinica”; credo che, a partire dalla città di Perugia, si debba far sentire pubblicamente la propria voce. La scelta operata dalla presidente e dal rettore di avocare a sé la sanità è da intendersi quindi come la volontà di innescare rapidamente un percorso partecipativo intorno a un’azione realmente riformatrice dell’assetto esistente.

Non può che essere così: altrimenti si determinerebbe un imbuto decisionale che poco avrebbe di spirito innovativo e presupporrebbe, lo dico con bonaria ironia, di aver scoperto la formula della giornata a 25 ore! Certo, la scelta deve restare in capo alla soggettività politica che ne risponde elettoralmente, ma deve essere frutto di un confronto ampio con i soggetti professionali e con il variegato mondo dell’utenza.

Interessi corposi sono in gioco, solo per fare un esempio, nella ridefinizione dei confini tra sanità pubblica e privata. Ciò vale sia per i rischi di depauperamento della sanità pubblica, sia nell’interesse della sanità privata, che ha bisogno di un piano certo di medio termine per evitare fenomeni di sovradimensionamento che retroagirebbero sulla stessa redditività del settore.

La riforma dell’organizzazione sanitaria diventa dunque il terreno precipuo su cui si misureranno le classi dirigenti e il loro tasso di riformismo. Oggi più che in passato si gioca qui la partita della qualità dei servizi sanitari e socioassistenziali e anche — non lo si dimentichi — dell’innovazione e della ricerca scientifica e applicata. Un pezzo importante dello sviluppo economico e sociale dell’Umbria passa da qui.

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