Mario Mariano

di Mario Mariano

Sarà il campo a spostare il giudizio sul rivoluzionatissimo Perugia che si appresta a partire in Prima Divisione con il dichiarato proposito di centrare almeno i play off, obiettivo a più riprese messo nel mirino dall’attuale società. Tra i propositi che avrebbero spinto Santopadre e Moneti a smantellare l’organigramma tecnico e buona parte dello staff ci sarebbe quello di fare terra bruciata di tutto ciò che riconduceva a Roberto Damaschi. Fosse stata questa la sola molla, brutti mesi aspettano il Grifo. Crediamo invece legittimo che ciascun «capo» abbia l’obbligo di circondarsi di figure professionali di sue fiducia, e così ha fatto lo stesso Damaschi, che a Foligno ha portato i suoi fedelissimi. In buona sostanza, crediamo che a spingere il Perugia a stravolgere la rosa della scorsa stagione non sia stato tanto il desiderio di consumare vendette (verso chi? E con quale scopo?), ma, piuttosto, la convinzione di dover presentare protagonisti con un curriculum più importante, con una esperienza collaudata tra i professionisti.

Gioco delle parti Insomma il decisionismo del tandem dei due azionisti laziali aveva come mission quella di dare a Battistini un’auto di una cilindrata superiore. Rientra nel gioco delle parti che Frediani l’anno scorso sia sia lamentato per la mancata conferma, scaricando la colpa sull’allenatore e sostenendo perfino che la società (Damaschi) lo avrebbe magari confermato. Battistini ha le spalle larghe ed ha imparato ad assorbire anche critiche ben più pepate: userà le stesse armi anche con Benedetti che ha esercitato il diritto di togliersi qualche sassolino prima di raggiungere la sua nuova destinazione. Il calcio senza il ping-pong dialettico che tiene banco per giorni e giorni sulle pagine dei giornali e nelle discussioni tra tifosi, sarebbe ben poca cosa: è il dibattito, la discussione, il diverso parere a tenere calda la materia per tutta la settimana.

Tutto si dimentica «Peccato che poi arriva la domenica e che tocca lasciare spazio alla partita», usava ripetere fino alla noia Claudio Nassi, il dirigente più silenzioso del calcio mondiale. Il caso di Cassano è solo l’ultimo atto di una commedia che in certi dialoghi è perfino monotona, ma che diventa appassionante perché il finale non è mai prevedibile. Cassano aveva giurato amore eterno alle sue 600 «fidanzate» (ne parla lui nella sua biografia), ma quasi tutte hanno gioito solo per lo spazio di una notte. Nel calcio tutto si dimentica, a meno che non si è delle bandiere vere, come lo sono stati Facchetti e Rivera, lo stesso Boniperti, come lo è oggi Zanetti ,oppure Totti e pochi altri del calcio moderno; Baresi e Maldini per citare altri due nomi da incorniciare. Nei panni di Del Piero avremmo chiuso la fantastica carriera con il tripudio dello Juventus Stadium di qualche mese fa, ed invece il pur immenso Alessandro è ancora lì a sfogliare la margherita come un precario qualsiasi.

Il caso Benedetti Tornando al Perugia, la sensazione è che sia stato lasciato poco spazio all’improvvisazione, perché è apparso subito chiaro che Santopadre ha voluto sfruttare al meglio le opportunità concesse dai club di serie A per approfittare della ritrovata fiducia dei tifosi e puntare in un paio di anni alla promozione in serie B. Dispiace che non abbiamo trovato spazio i giovani della prima ora, e tra questi Benedetti, ma evidentemente è stato fatto un ragionamento di pura natura tecnica: chi ha firmato queste decisioni se ne assume tutte le responsabilità. Anche se di natura diversa, va fatta una puntualizzazione anche sulla rivoluzionata divisa, magliette che nulla hanno a che vedere con un passato più o meno recente. Santopadre di mestiere fa l’imprenditore nel settore del della moda: insomma dovrebbe sapere dove vanno i mercati ed i gusti della gente. Se i suoi collaboratori, stilisti e venditori, lo hanno consigliato male nel proporre le nuove divise, a rimetterci sarà l’azienda di famiglia e le «quotazioni» di Frankie Garage si abbasseranno.

E quello delle divise Se invece, al di là della tradizione poco rispettata, i nuovi colori saranno accolti bene dal mercato, il business crescerà e di conseguenza le risorse da investire nel calcio. Non resta che aspettare. Che il calcio cambi a ritmi impressionanti è evidente, altrimenti occorrerebbe internare tutti i dirigenti del pianeta: accontentarsi del solo ingaggio risparmiato, pur di liberarsi di un calciatore sarebbe stata giudicata una follia. Ma è diventata una opzione piuttosto frequente, specie nelle serie inferiori. Sono novità difficili da comprendere, ma non si può fare sempre dietrologia, a meno che non si voglia pensare che ci sia sempre più gente disposta per fare un dispetto alla moglie.

A caccia dell’amalgama Per una squadra rinnovatissima occorrerebbe acquistare solo un «ingrediente» che pure il compianto Massimino, presidente del Catania, disse al suo direttore sportivo di acquistare al calcio mercato, cioè l’amalgama. Quell’«acquisto» dovrà farlo Battistini che ha avuto ciò che ha chiesto e forse anche di più. Dovrà scegliere in una rosa ampia, ma questo per lui non è il principale problema. Dovrà fare i conti, piuttosto,  con l’esercito di nuovi intenditori che hanno le famose soluzioni tattiche, perché in questi tempi di crisi in molti hanno capito che è meglio dedicarsi al fantacalcio che alle slot machine. Ma anche in questo il calcio è cambiato: solo la crisi ha ridimensionato un po’ il fenomeno, altrimenti ad ogni stagione i combattenti e i reduci dell’anno prima si conterebbero sulle dita di una mano. In tutte le categorie. Così è se vi pare.

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