Il neo presidente Leonelli poco dopo l'elezione

Giacomo Leonelli, presidente del consiglio provinciale di Perugia e ‘renziano della prima ora’ è intervenuto all’incontro della Leopolda per il lancio della candidatura di Matteo Renzi a segretario nazionale del partito Democratico. Questo il suo intervento.

L’ultimo secondo è quello prima della sirena di una partita di pallacanestro, dove hai la palla in mano e in una frazione di secondo devi prendere la mira e tirare, sapendo che se questa non andrà a canestro, la partita sarà persa. Ecco, oggi il PD è in una situazione analoga, al termine di una partita diciamolo, tutt’altro che esaltante. Una partita timida, caratterizzata spesso da errori tecnici e da scelte tattiche tutt’altro che congrue.Scelte spesso figlie dell’insipienza, dell’incapacità di guardare l’Italia per quello che è davvero, per la grave miopia di non capire che oggi rientrano tra i nuovi deboli coloro che per anni abbiamo considerati distanti, come i piccoli imprenditori o come i giovani professionisti; e specularmente invece, che altre categorie, da sempre di riferimento, vivono oggi una situazione di acquisito benessere rispetto alla maggioranza del paese.

C’è stata poi la peggiore strategia in questi anni, che è quella non tanto figlia dell’incapacità, ma di un disegno; su temi che oggi consegnano all’Italia modelli sperequati e prossimi al collasso. L’esempio tipico è forse il tema “giustizia” e dei “diritti”: da molti ritenuti temi tecnici, ma forse veri e primari termometri dell’iniquità di una società; temi su cui abbiamo lasciato incrostare le peggiori dinamiche conservatrici non fosse altro perché rompendole, ci si diceva (specie sulla giustizia), avremmo fatto un favore a Berlusconi. Per la paura del cambiamento, abbiamo in altre parole pensato di difendere un nostro ipotetico DNA, mentre lo iato tra deboli e non, si allargava vertiginosamente, così da produrre contestualmente un’idea di sinistra contraddittoria:
-la sinistra delle toppe: come l’amnistia e l’indulto; perché se è vero che l’emergenza carceraria non solo è una realtà eticamente deprecabile, ma anche un pesante fardello innanzi alle istituzioni europee, una sinistra che fa dell’equità un pilastro, non può non difendere la certezza del diritto e tutelare chi rispetta lo Stato e le sue regole.
-la sinistra dei timori: quelli di scontentare vere o spesso presunte rendite di posizione, considerandole a volte ideologicamente vicine, per poi scoprirci con lo scudo in mano a difendere posizioni privilegiate; parlo per esempio al rapporto con la magistratura, a volte fin troppo timido al punto dal non adeguare la normativa sulla separazione delle carriere o sulla responsabilità civile dei magistrati a quella europea, ricevendo per questo poco tempo fa una procedura d’infrazione.
-la sinistra dell’incertezza: sulla durata dei processi e sulla prescrizione, come se la dilazione non fosse peggior condanna per chi è nel giusto e la miglior scappatoia per chi invece non lo è.
-la sinistra in mezzo al guado: su riforma del mercato del lavoro, sui nuovi diritti; in particolare a quelli delle coppie di fatto dove le abbiamo dette tutte per non dire ciò che la stragrande maggioranza degli italiani pensa; così come lo pensano i cittadini europei in Francia, in Spagna o in Inghilterra.

Noi oggi siamo qui non per dire che siamo meno di sinistra di altri; ma per ribadire che senza le parole coraggio, sfrontatezza e ambizione la sinistra non è tale. Per rompere la morsa delle catene di una società bloccata non basta il buonsenso, ma serve il coraggio; non basta l’equilibrio, ma serve la sfrontatezza; non basta governare i processi, ma serve l’ambizione di deviarli se è il caso. Se c’è una colpa esiziale che possiamo attribuire alla classe dirigente del PD, non è quella di aver sbagliato le trattative sul Governo o sul Presidente della Repubblica. Ma di non aver ancora capito che accanto alla parola “debole” non c’è più scritto quello che c’era scritto nel loro vocabolario delle superiori. E che oggi, alcuni temi come per esempio la tutela del merito non possono essere più un’aspettativa, ma un pilastro dell’equità stessa tra le generazioni e nelle generazioni.

Per questo vogliamo un partito solido e di visione, pragmatico e sognatore. Un PD capace di cambiare se stesso per cambiare il Paese, perché a forza di pensare che avremmo potuto farlo dall’esterno siamo invecchiati dentro e pure fuori, se è vero che prima parlavamo del nostro futuro, e oggi da qui sento parlare di futuro dei nostri figli con ancora più preoccupazione.
Diceva Roosvelt “l’unica cosa di cui puoi aver paura è la paura”: La sirena l’8 dicembre suona, e noi con coraggio e talento all’ultimo secondo appunto, non possiamo fare altro che mettere la palla in quel canestro.

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