Currently set to Index
Currently set to Follow
venerdì 7 maggio - Aggiornato alle 20:04

Trasimeno, Chiodini: «15 milioni di metri cubi d’acqua all’anno da Valfabbrica per salvare il lago»

di Giacomo Chiodini*

Il Trasimeno è un luogo straordinario ma con molti problemi. Le principali criticità ruotano attorno alle periodiche fasi di siccità che ne riducono, con cicli anche decennali, il livello del bacino. Dai cassetti del dipartimento di Ingegneria civile e ambientale dell’Università di Perugia è però riemerso un progetto – poi confluito nelle proposte della Regione Umbria per il Recovery plan – che può davvero mettere la parola fine alle ricorrenti crisi idriche. Si tratta di un’idea datata 2003, quando il lago precipitò sotto lo zero idrometrico di quasi due metri, ma che risulta ancora oggi attuale, innovativa, sostenibile e – si spera – risolutiva.

Non solo siccità: il lago oggi rischia l’eutrofizzazione Nei sempre più frequenti momenti di magra, la riduzione della quantità e della superficie complessiva delle acque trascina l’ecosistema a un passo dall’impaludamento. Nella fase di cambiamento climatico come quella che viviamo, il lago – senza l’intervento dell’uomo – è esposto già oggi a un’alterazione potenzialmente irreversibile. Strettamente legato al tema della povertà d’acqua, e con effetti accentuati dalla natura laminare del Trasimeno, s’impone ormai con forza il problema del rischio di eutrofizzazione. Un processo di modifica dell’equilibrio dell’ambiente acquatico, legato alla sempre maggior presenza di sostanze nutritive di natura organica e all’eccessivo proliferare di microalghe e clorofilla. Un fenomeno già visibile nei riflessi smeraldo che talvolta appaiono a chi osserva lo specchio d’acqua.

Non c’è inquinamento, ma manca il ricambio dell’acqua Si badi bene, non c’è presenza di inquinamento, come più volte evidenziato da Arpa e da soggetti autonomi come Legambiente. Perché l’anello che da anni raccoglie tutti i liquami fognari prodotti nel perimetro e li convoglia alla depurazione, garantisce un presidio costante contro eventuali sversamenti. Eppure l’acqua dal lago non esce se non per evaporazione, cioè senza un reale ricambio. Da qui – e sarebbero necessari studi più approfonditi – la tendenza all’eutrofizzazione.

L’equilibrio idrico si raggiunge con 15 milioni di metri cubi d’acqua aggiuntivi È stato ricordato, in un interessante convegno svoltosi a Castiglione del Lago poco prima della pandemia, che al Trasimeno sarebbero sufficienti 15 milioni di metri cubi d’acqua all’anno – ovvero circa quindici centimetri di livello – per veder ripartire lo sfioro dell’emissario e assistere finalmente al ciclo in entrata e uscita dell’acqua dal bacino. Un intervento dell’uomo necessario ad assicurare lo zero idrometrico e interrompere – o almeno rallentare – il processo di eutrofizzazione delle acque.

Perché Valfabbrica e non Montedoglio? Perché questa enorme quantità d’acqua che servirebbe al Trasimeno non può trovare soddisfazione nella diga di Montedoglio ed è necessario sopperire con l’allaccio a un secondo invaso artificiale? È una domanda più che legittima, effetto di un dibattito animato in questi anni attorno all’idea di immettere direttamente l’acqua dalla diga aretina, e non di utilizzarla solo per l’attingimento idrico come avviene ora. L’immissione diretta è ancora oggi tecnicamente possibile, ma di fatto la sua eventuale realizzazione si scontra con la crescente pressione politica sull’utilizzo di quell’invaso, fortemente orientato all’uso idropotabile e irriguo, sia della Toscana che dell’Umbria. Gravano infatti su Montedoglio gli acquedotti di Arezzo, Perugia Nord, Umbertide e altre aree dell’Alta Umbria; ma anche l’irrigazione del Trasimeno e in prospettiva – con il nuovo potabilizzatore di Tuoro – il sistema acquedottistico dei comuni della fascia settentrionale del lago. Le prese d’acqua dalla diga toscana per gli impianti irrigui, che verranno ulteriormente potenziati, riguardano pure la Valdichiana e Castiglion Fiorentino. La diga è quindi ormai “assegnata” a funzioni idropotabili e irrigue. Difficilmente le autorità preposte consentiranno in futuro i milioni di metri cubi di immissioni che sarebbero necessarie a stabilizzare il livello del Trasimeno.

Il ruolo della diga di Valfabbrica in chiave di sostenibilità idrica Quello che appare ormai difficile attendersi da Montedoglio può essere invece immaginato, grazie alla realizzazione di una condotta di allaccio, da Valfabbrica. Ed è questo il progetto che ha trovato giustamente spazio – e ampio sostegno istituzionale e politico – nelle proposte umbre per il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Questa diga rappresenta infatti il futuro della sostenibilità idrica dell’Umbria, sia per la notevole capacità d’invaso – con 224 milioni di metri cubi d’acqua a regime, molto più grande di Montedoglio – che per la possibilità di distribuzione verso più zone della regione, sia a scopo idropotabile che irriguo, compreso il Trasimeno. Il lago potrebbe addirittura avere un allaccio diretto all’acqua in grado di estenderne il bacino idrografico ancora una volta – come avvenuto negli anni Sessanta del Novecento – con il canale artificiale della Tresa.

Allaccio Trasimeno-Valfabbrica: 120 milioni di euro e 5 anni per completare i lavori Il progetto – firmato nel 2004 dall’accademico Lucio Ubertini con il supporto dei docenti Piergiorgio Manciola e Stefano Casadei del dipartimento di Ingegneria civile e ambientale dell’Università di Perugia – prevede il collegamento diretto dalla diga di Valfabbrica al Trasimeno. Il travaso sarebbe possibile, durante i mesi invernali, grazie all’utilizzo delle acque in esubero e mediante l’uso integrato degli adduttori irrigui, già in parte realizzati dall’Ente acque umbro toscano (Eaut) e da completare fino in prossimità del lago. Il prospetto preliminare individua la possibilità di addurre dieci milioni di metri cubi all’anno, incrementabili, per contenere le crisi idriche, senza alcun effetto limitante sugli impieghi prioritari di tipo irriguo e idropotabile della diga. L’intera opera – che darebbe soluzione anche alla regolamentazione dei livelli massimi in caso di piene – è modulabile a seconda delle esigenze. Una volta a regime si profilerebbe come uno strumento tecnico di ottimizzazione dell’intero sistema idrico umbro, che sebbene centrato sulle dighe di Montedoglio e Valfabbrica, troverebbe nel Trasimeno il naturale punto di collegamento e completamento. La stima dei costi è di 120 milioni di euro. La progettazione definitiva ed esecutiva, compresi i tempi amministrativi per l’approvazione dell’intervento e per l’affidamento dei lavori, dovrebbe richiedere circa un anno di tempo. Nella previsione del professor Piergiorgio Manciola – richiamata nella scheda inoltrata alla Regione Umbria dal think tank composto dall’Università di Perugia assieme all’Unione dei Comuni del Trasimeno, Corciano e Perugia – la realizzazione dell’opera potrebbe essere terminata già per agosto 2026.

La politica sostenga fino in fondo il progetto Per ora l’entusiasmo nei confronti di questa grande opera idraulica è stato corale e bipartisan. Il mondo accademico ha accolto con soddisfazione il recupero di questa “vecchia” soluzione, a partire dal Rettore dell’Università di Perugia Maurizio Oliviero e dallo stesso dipartimento di Ingegneria civile e ambientale. I sindaci del Trasimeno, guidati dal presidente dell’Unione Giulio Cherubini e sostenuti dai colleghi di Perugia e Corciano, sono riusciti a ottenere che nel recovery regionale venisse inserita questa proposta così essenziale per il territorio. La Regione Umbria, con in testa i consiglieri regionali eletti al lago (in un’articolata discussione soprattutto nella maggioranza), ha colto lo spirito di innovazione e sostenibilità della richiesta. Un’ampia convergenza d’intenti che deve ora trovare consenso a Roma, dove i parlamentari umbri dovranno costruire le condizioni per il concreto finanziamento da parte del Governo attraverso il Pnrr.

*Sindaco di Magione

Primo Maggio, Benaglia (Fim Cisl) sceglie Terni: «Siderurgia spina dorsale dell’industria»

di Roberto Benaglia*

Per il secondo anno consecutivo a seguito della pandemia siamo costretti a festeggiare il Primo maggio in emergenza e con ancora troppe vittime a causa del virus. Questo ci costringe a non dar vita a come vorremmo a manifestazioni e iniziative per animare questa giornata. Ma è giusto cosi e credo che sia importate ricordare in questa giornata le tante persone che nel corso di quest’anno e mezzo hanno continuato a lavorare, con molti sacrifici, purtroppo perdendo anche la vita. Questa festa è dedicata a loro con uno sguardo di speranza.

Fim Cisl Il Primo maggio è una festa carica di significati simbolici e i simboli ci aiutano, e questo Primo Maggio deve essere quello della speranza e della ripartenza, nel momento in cui grazie al vaccino e la ripresa dell’economia reale si comincia a vedere la luce in fondo al tunnel. Dobbiamo affrontare questa ripresa con uno spirito nuovo mettendo al centro l’occupazione e le tutele per il lavoro futuro in piena trasformazione, nessuno deve essere escluso. La pandemia ha mostrato la fragilità antropologica ma anche della nostra economia. Dobbiamo ripensare il modello di sviluppo, sul tema della sostenibilità siamo a una svolta, non è più un optional nel processo produttivo ma un fattore chiave per creare valore e superare quella frattura tra ambiente e lavoro che spesso si verificata ma dobbiamo farlo tenendo ben presente che la transizione ambientale e digitale della nostra industria deve avere al centro le persone e la sostenibilità sociale. Le risorse in arrivo dall’Europa sulla sostenibilità sono una grande opportunità da sfruttare a beneficio dei nostri figli.

Benaglia a Terni Come Segretario della Fim Cisl ho scelto di essere presente alla manifestazione di Cgil Cisl Uil davanti all’Ast di Terni, perché la siderurgia è la spina dorsale della ripresa e della nostra industria, anche di quella digitale. Senza acciaio non c’è industria di nessun tipo e un paese industriale come l’Italia non può permettersi di perdere una sovranità industriale su un settore così importante e strategico per l’intera economia italiana come la siderurgia. La messa in vendita dell’Ast deve costituire una occasione per attrarre investimenti di lungo periodo che riqualifichino e diano sviluppo a questo importante polo siderurgico, dando certezze alla occupazione e guardano alla possibile creazione di un polo nazionale dell’acciaio, definito dal ministro Giorgetti un settore strategico. Il covid-19 ci ha insegnato quando sia importante avere, almeno in settori chiave filiere corte a cui approvvigionarsi, per questo nei prossimi mesi anche grazie alle risorse del recovery plan sarà necessario trovare una soluzione stabile e sostenibile per i nostri siti siderurgici da Taranto a Terni, passando per Piombino, Genova.

*Segretario generale Fim Cisl

Primo maggio di festa e di lotta con Landini all’Ast, il punto di Alessandro Rampiconi

di Alessandro Rampiconi*

Il primo maggio 2021 Maurizio Landini sarà a Terni e da Acciai Speciali Terni farà il suo intervento in diretta sulle reti nazionali. Per la Fiom di Terni questa iniziativa rappresenta un momento importante e strategico. La pandemia ha cambiato tante cose e ha accelerato processi che probabilmente si sarebbero verificati dopo diversi anni. Emerge la necessità di utilizzare al meglio i fondi del Recovery attraverso il piano nazionale e regionale per la ripresa e la resilienza, ma questi per il momento rimangono documenti senza anima e senza il giusto coinvolgimento delle parti sociali.

Fiom Da tempo a livello nazionale abbiamo chiesto al Mise di aprire il dossier Ast nel momento in cui si è aperta ufficialmente la fase di vendita, ma non è arrivata ancora risposta, mentre del piano nazionale della siderurgia si sono perse le tracce. Il Parlamento, attraverso un ordine del giorno al Senato, ha chiamato il Governo ad un impegno diretto su Ast, con la Golden Power, ma anche in questo caso al di là degli strumenti che possono essere utili, serve capire se lo Stato può esercitare un ruolo decisivo per determinare le scelte di fondo dell’azienda. Secondo la Fiom, invece, dividersi sulla nazionalità del compratore è inutile e forse dannoso. Serve un soggetto capace di stare sui mercati internazionali e garantire l’integrità del sito, i livelli produttivi, l’occupazione e il salario. Ci aspettavamo un bilancio di Ast fortemente negativo, ma è singolare che la metà dei 157 milioni di perdita dipendano dalla svalutazione degli impianti.

Terni ‘L’Italia si cura con il lavoro’ è lo slogan scelto per il Primo maggio di quest’anno, ma anche in questa provincia pesso il lavoro è negato e umiliato. Per questo motivo abbiamo assunto la vertenza della Savit come una vertenza esemplare, che non guarda solo ai 6 lavoratori licenziati, ma è emblematica di come funzionano le relazioni industriali e di come queste riescano o non riescano a garantire lavoro stabile e di qualità. È particolarmente odioso che un’azienda, soprattutto se a capitale pubblico, utilizzi per 20 anni dei lavoratori e poi li licenzi con una pacca sulla spalla, dicendogli: ‘tranquillo tratto io la tua nuova occupazione’. Ma in realtà lasciando quei lavoratori senza certezze, umiliando la loro esperienza, la professionalità e il salario. L’obiettivo della Fiom, l’obiettivo del sindacato è invece quello di difendere tutto questo, di garantire dignità e futuro a quei lavoratori. Per questo abbiamo spostato lo sciopero dal 3 al 10 maggio 2021, per dare più tempo all’azienda di formulare una nuova e più dignitosa proposta. Come Fiom Cgil di Terni convocheremo il nostro massimo organismo dirigente, l’assemblea generale, davanti ai cancelli di Savit proprio il giorno dello sciopero e da li in poi ci sarà una escalation delle mobilitazioni. Per questi motivi, come sempre, per i metalmeccanici e le metalmeccaniche, sarà un Primo Maggio di festa e di lotta.

*segretario generale della Fiom Cgil di Terni 

Recovery, scelte troppo timide e troppo poco radicali: Piano umbro è piccolo passo nella giusta direzione

L’Agenzia Umbria ricerche, diretta da qualche tempo dal professor Alessandro Campi, ha lanciato sul proprio sito una «riflessione collettiva» sui contenuti del Recovery plan presentato nei giorni scorsi dalla giunta regionale; una riflessione sui «singoli progetti e le diverse linee d’intervento» nonché «sulla filosofia o visione che lo ispira». Il primo intervento, che pubblichiamo di seguito, è quello del sociologo dell’Università di Roma Luca Diotallevi.

di Luca Diotallevi

Che dire del Pnrr Umbria 2021-2026? Innanzitutto che dovrà assestarsi anche in relazione alla definizione del Pnrr Italia. E poi che questo dovrà avvenire in uno spirito sistemico e non gerarchico. E nel merito, che dire? Che rappresenta un passo in avanti nella direzione giusta rispetto a quanto fatto dalle precedenti gestioni, ma un passo troppo corto. L’Umbria è una area piccola e poco popolata. Lontana da grandi centri, da secoli esposta a un processo di lenta e costante marginalizzazione, processo acceleratosi negli ultimi decenni. Se nulla interviene, il futuro di quest’area è segnato: progressiva “meridionalizzazione” e del peggior tipo: ovvero trasformazione in un’area interna depressa e semi-abbandonata. I dati, ostinatamente negati dalle precedenti amministrazioni regionali, suonano tutti la stessa musica: da quelli demografici a quelli relativi al PIL. Il rischio è che presto l’area umbra venga semplicemente evitata o sorvolata dai flussi che contano.

L’Umbria non è una landa piatta. Non solo dal punto di vista orografico, ma anche da quello sociale. L’Umbria non è un deserto “naturale” o una palude perché ci sono fiumi, laghi e montagne, e non è un deserto “sociale” perché ci sono (ancora) almeno alcune città medie (Perugia, Terni, Foligno, ecc.). È innanzitutto nelle città, infatti, non nei borghi (per quanto carini), che la vita sociale diviene vita civile e dinamica, capace di crescita in ogni campo. L’agonia, demografica e non solo, delle residue città medie dell’Umbria è il nocciolo del declino umbro e delle sue cause. Se perde le sue città medie, l’Umbria evapora. L’Umbria è “verde”, “blu”, “bella” … certo, ma lo è sempre meno. Costantemente si sta riducendo la sua dotazione di verde vitale, di acque buone, di arte, conoscenza e cultura vive. Non vi è ambiente o monumento o istituzione scientifica o culturale che resista al tempo ed alla accelerazione della modernizzazione senza manutenzione, e senza una manutenzione che non si limiti a conservare, ma che aggiorni ed arricchisca. La riduzione delle nascite compendia questo generale progressivo avvizzimento. Più appassisce, più l’Umbria cesserà di essere “un’altra cosa”.

Su questa base, tre sono i parametri da adottare per valutare il Pnrr regionale. (1°) L’Umbria deve sventare il rischio di essere evitata o sorvolata: dunque deve tornare ad essere attraversabile e attraversata. (2°) Per evitare di evaporare, l’Umbria deve tornare ad avere città medie attrattive (per persone, imprese, famiglie, nascite, culture, informazioni, sapere). (3°) Se appassisce (nel suo ambiente naturale, culturale ed umano), l’Umbria non sarà più alternativa. Il Pnrr regionale noto da qualche giorno serve ad aumentare attraversabilità, attrattività e alternatività dell’Umbria? Oppure distribuisce ancora qualche mancia di troppo? In questa prospettiva l’attacco del Pnrr regionale è sicuramente un positivo segnale di discontinuità rispetto alla ideologia dell’Umbria mediana, consociativa e con i ponti levatoi sempre alzati, da ultimo agonizzante eppure ancora tenacemente conservatrice. Il Pnrr regionale fissa infatti due priorità assolutamente adeguate: (a) riprendere a crescere – non vago sviluppo, ma misurabile crescita – e (b) riprendere ad attrarre.

Poste queste priorità, però, è la coerenza con esse delle 45 “linee di intervento” che va controllata. Le 45 linee di intervento sono troppe. Due soli esempi. Perché due ospedali piccoli nell’area ternana (Terni, Narni – Amelia) invece che uno più grande, moderno ed efficiente, capace di potenziare la tradizionale attrattività della medicina dell’Umbria meridionale? Oppure, perché investire ancora in un aeroporto che non decolla mai (Sant’Egidio) invece che velocizzare i collegamenti con Falconara e gli aeroporti romani? Oggi, mantenere un aeroporto non abbastanza grande è uno spreco. Ci sono le risorse e gli spazi per un aeroporto che non si riduca a un costoso status symbol? Un numero elevato di interventi comporta necessariamente una dispersione di risorse la quale a sua volta fatalmente riduce la forza d’impatto di interventi (compresi tra i 45) che invece potrebbero fare la differenza.

Le 45 “linee di intervento” in qualche caso riflettono ancora un guardare all’Umbria come se fosse un’isola. Essa è invece un’area talmente piccola e potenzialmente alla deriva che può riavere futuro solo connettendosi ai flussi vitali che sempre più spesso le corrono lontani. Per far solo qualche esempio, la vita regionale non può ignorare ciò che succede al porto di Civitavecchia, alla dorsale adriatica o ai collegamenti da Firenze a Pescara (via Terni, Rieti, Chieti), né può ignorare che difficilmente le università del centro Italia avranno futuro se non federandosi. Non si può delegare al solo governo nazionale l’intervento su quanto accade “20 centimetri oltre” il confine amministrativo della regione. Gli allacciamenti a processi virtuosi extra-regionali che potrebbero interessarci possono essere conseguiti anche attraverso accordi diretti tra diverse amministrazioni regionali e cittadine. Se vuole avere futuro, l’Umbria deve avere su sé stessa uno sguardo non locale, ma globale. Il passo del Pnrr in questa direzione c’è, ma è ancora insufficiente. I ganci vanno buttati là dove c’è qualcosa cui agganciarsi, se no non servono. E i tanti modi per farlo vanno tentati tutti.

Concludendo, non si tratta del solito “bicchiere” che può essere visto “mezzo vuoto”, ma anche “mezzo pieno”. Mentre le scelte sbagliate delle vecchie amministrazioni regionali rimasero a lungo coperte da una complessiva inerzia positiva e da quanto accumulato nel passato, scelte troppo timide, troppo poco radicali compiute oggi, intervenendo in un momento nel quale velocemente si allarga la forbice tra chi coglie l’onda della ripresa e chi la perde, rischiano di produrre risultati addirittura inferiori rispetto alle ragionevoli aspettative, rischiano di produrre insuccessi non più a lungo occultabili come in passato. Una maggioranza in cui prevalevano i toni antieuropei si trova oggi a gestire il più generoso sforzo dell’Unione Europea per la ripresa del nostro paese e della stessa Umbria. L’autocritica che serve non è quella che si svolge sul piano delle affermazioni generiche, ma su quello delle scelte politiche. E la situazione umbra è tale che un passo piccolo fatto nella direzione giusta, anche se encomiabile rischia di non bastare.

Recovery Plan, Confartigianato Terni: «Elisoccorso, piastra logistica e ‘Due porti’»

Confartigianato Terni

La bozza umbra del Recovery plan è solo l’avvio di un processo di confronto con il Governo e l’UE durante il quale il nostro territorio deve tenere alta l’attenzione e guadagnarsi ogni singolo traguardo, sia quelli che alla fine saranno accolti che quelli che non troveranno spazio ma sono essenziali e vanno realizzati con i fondi ordinari. C’è il rischio che mentre commentiamo la bozza umbra del recovery plan più o meno positivamente, nel frattempo le opportunità e i bisogni sacrosanti del territorio vengano ignorati.

Tre sono le questioni adesso sul tappeto sulle quali occorre tenere alta la guardia. La prima è l’Elisoccorso. Nella regione Umbria c’è attualmente realizzato e pronto per entrare in funzione anche per il volo notturno solo l’eliporto di Terni che può garantire il servizio di elisoccorso regionale. La regione invece finora ha preferito una convenzione con le Marche (e già questo è incredibile) e ora che la convenzione è terminata invece di procedere con l’elisoccorso di Terni sembra tentennare. L’elisoccorso regionale a Terni non è semplicemente una rivendicazione territoriale è la scelta più efficace nell’interesse dell’Umbria. Si tratta solo di buonsenso e di buongoverno. Sarebbe gravissimo se la politica regionale iniziasse un teatrino infinito per realizzarlo altrove.

Secondo punto, la piastra logistica. E’ incomprensibile che la struttura non sia ancora entrata in funzione nella configurazione attuale, che
avrebbe già potuto essere considerata un primo stralcio funzionale dimensionato ai flussi logistici caratteristici delle Pmi. L’attuale struttura può costituire un valore aggiunto essenziale per il nostro territorio, per questo Confartigianato Terni ha già determinato l’aggregazione di Pmi interessate ai servizi che potenzialmente può erogare la struttura e formulato un piano operativo, rivolto alla razionalizzazione dei flussi logistici delle aree urbane di Terni e Narni. Ma la Regione finora ha preferito realizzare l’edificio e abbandonarlo per anni al degrado e alle erbacce. La semplice citazione “Realizzazione collegamento ferroviario della Piattaforma logistica di Terni-Narni” nella bozza del recovery plan dell’Umbria non è sufficiente: occorre avviare subito la struttura, realizzare il collegamento ferroviario, completare la struttura con un secondo stralcio per renderla utilizzabile così come progettato inizialmente.

Terzo punto, il collegamento Due Porti. Nel Centro Italia mancano i collegamenti est-ovest. Quello più ovvio e utile da realizzare è il collegamento veloce stradale e ferroviario per flussi importanti di persone e merci tra i due porti del Centro Italia Civitavecchia e Ancona. Esso ha un indubbio valore europeo, se si considera che aprirebbe al Mediterraneo occidentale e a Roma una nuova ed efficace direttrice di collegamento con i Balcani e l’Est europeo e integrerebbe una fascia territoriale di grande valenza turistica e produttiva (industria crocieristica e cantieristica, poli chimici e siderurgici, snodi ferroviari, insediamenti di multinazionali e PMI operanti nell’alimentare, nei servizi digitali, nella ceramica, nel commercio). Tale collegamento di fatto oggi ancora non esiste e probabilmente non esisterà nemmeno ad opera del Recovery plan. Infatti il collegamento ferroviario, che sarebbe essenziale anche ai fini della transizione ecologica, sconta l’arretratezza della linea Roma Ancona che è una linea in gran parte a binario singolo e anche se venisse effettivamente potenziata con il Recovery, continuerebbe a mancare del tutto il tratto Civitavecchia-Orte, nonostante le richieste delle categorie economiche e le raccolte di firme tra la popolazione dei territori interessati. Le cose non vanno meglio per il collegamento stradale: tramite il recovery possiamo sperare nel completamento del tratto
Monte Romano -Civitavecchia, mentre è del tutto dimenticato dalla regione Umbria il rifacimento necessario del tratto umbro Spoleto-Terni anche se esiste una progettazione operativa per iniziativa della Camera di Commercio di Terni. Rischiamo di diventare presto noti come regione Umbria per l’assurdità di una direttrice viaria a 4 corsie strategica per l’Italia che collega i due porti, ma che viene costretta alla
viabilità ordinaria (nelle condizioni in cui versa la Spoleto Terni) in una “strozzatura” di soli 30 chilometri. Su questo cosa dicono il Comune di Terni e la Regione Umbria?

Recovery, Sgalla: «Tesei riapra discussione su un piano senz’anima né visione»

di Vincenzo Sgalla*

In questi giorni si è detto molto sul Recovery plan in salsa umbra. Questo è sicuramente un buon segno e dimostra, se mai ce ne fosse stato bisogno, che è imprescindibile, come abbiamo evidenziato con insistenza negli ultimi anni, un nuovo progetto di sviluppo per l’Umbria. Ma il documento della Regione risponde a questa necessità? Questo è tutto da dimostrare. Anzi, la mia impressione è che si rischi un’ulteriore occasione persa. In primo luogo il Pnrr in salsa umbra manca di una coerenza di fondo. Esso si basa, infatti, su una premessa ben fatta, analizza la situazione umbra senza tanti infingimenti, a differenza di quanto faceva l’ultima giunta Marini, che negava l’evidenza, assecondata dai soliti sparring partner di comodo. Il documento indica invece la direzione di marcia giusta verso cui orientare le risorse. Ma poi nello svolgimento – le sei missioni e i relativi capitoli – va in tutt’altra direzione. Sembra quasi che il documento sia scritto da due mani diverse. E questa dicotomia, a mio avviso, è frutto di una precisa scelta che fa la presidente Tesei: usare le risorse del Recovery plan per sistemare il suo consenso politico, forse persino gli equilibri della sua maggioranza.

Riaprire il dialogo Questo è inaccettabile, l’Umbria ha bisogno di una direzione di marcia chiara, definita. Non di contentini elettorali buttati là per tenere buoni pezzi di maggioranza o peggio soddisfare interessi particolari. Cosa sarà l’Umbria dopo il piano Draghi? È del tutto evidente che c’è uno scarto incolmabile tra quello che c’è scritto nel Pnrr nazionale, approvato ieri da tutto il Parlamento, e la lista delle cose incompiute negli ultimi dieci anni scritte nel documento regionale. Mentre si mettono centinaia milioni di euro per la digitalizzazione del nostro paese, noi riproponiamo il Nodo e il Nodino di Perugia. Mentre c’è un piano nazionale tutto orientato alla salvaguardia dell’ambiente, noi scriviamo poche righe sulla fondamentale bonifica dell’amianto. Abbiamo detto che è un documento senza una visione, molti commentatori hanno confermato questo limite. Allora presidente Tesei, anziché chiedere “patti di sangue” inopportuni, alla luce di quanto approvato ieri dal Parlamento riapra una discussione vera tra gli attori sociali, le istituzioni locali, le università, per individuare poche direttrici chiare e davvero strategiche. E faccia diventare questa discussione per pochi, una opportunità per tutti. L’umbria ne ha davvero bisogno.

*Segretario Cgil Umbria

Ast, Venturi (Fiom): «Primo Maggio in un luogo simbolo, Governo incontri TK»

di Gianni Venturi, segretario nazionale Fiom-Cgil e responsabile siderurgia

Acciai Speciali Terni è un’azienda strategica nell’industria dell’acciaio. Tuttavia l’azienda ha dichiarato nei giorni scorsi 157 milioni di passivo. Pesa ovviamente sul bilancio la crisi innescata dalla pandemia, ma anche la decisione di ThyssenKrupp di svalutare gli asset per 70 milioni di euro, di cui 32 negli impianti, nelle attrezzature industriali e commerciali. Quando si vende, teoricamente, si dovrebbe fare il contrario. Il segnale delle svalutazione non è quindi il massimo che ci si potesse attendere nel momento in cui si è formalmente avviata la procedura di cessione. Per non dire del fatto che la perdita di esercizio di 157 milioni di euro, fa scendere il valore del patrimonio netto da 243 a 81 milioni di euro, introducendo in prospettiva il tema di una necessaria ricapitalizzazione. A maggior ragione dovrebbe aprirsi un’interlocuzione tra il Governo e ThyssenKrupp per garantire non solo l’integrità del sito ternano, ma per avere certezze sulla solidità industriale, commerciale e finanziaria di coloro che presenteranno le manifestazioni di interesse vincolanti. In questo senso restano assolutamente interessanti gli scenari di un possibile rientro di Ast nel perimetro della siderurgia nazionale; è evidente che tutto dipenderà dagli attori in gioco compreso il Governo che potrebbe decidere di usare la ‘golden power’ nei confronti di imprese extra Ue.

 

Recovery, Tesei, non va bene che da sola scegli il destino dell’Umbria dei prossimi 50 anni

di Vincenzo Bianconi
consigliere regionale Umbria

In Umbria sta passando un treno carico di miliardi di euro, risorse che andrebbero utilizzate per cancellare la crisi economica e costruire un futuro sostenibile sotto tutti i punti di vista. Una partita così importante che condizionerà il futuro per i prossimi 50 anni nella nostra regione, non ha avuto purtroppo un percorso strutturato di confronto e partecipazione reale, volto a perseguire una visione concreta, armonica e complementare dell’Umbria di domani, partendo dalla risoluzione dei problemi di oggi. Come consigliere regionale è da mesi che invoco la definizione di un percorso serio di confronto volto a far emergere le idee migliori, per poter poi mettere chi legittimamente governa la regione nelle condizioni di fare le scelte migliori per il bene comune. Questo mi è stato più volte promesso nelle sede istituzionali ma purtroppo non è mai avvenuto.

Soltanto ieri la presidente Tesei ci ha rappresentato in Commissione cosa ha deciso,  per tutti noi e per il futuro dei nostri figli. Durante la sua esposizione la presidente ha parlato di una avvenuta condivisione del Pnnr, ma essendo state in passato su altri temi queste affermazioni prive di reale fondamento, mi sono preso lo scrupolo di fare alcune telefonate, per capire.

Siamo alle solite, anche in una partita così importante, dove se sei coscienzioso, ti dovrebbero tremare i polsi prima di chiudere qualsiasi scheda, per l’importanza che queste scelte avranno sugli Umbri di oggi e di domani, che dire: anche in questo caso si ha avuto il coraggio o la spregiudicatezza di andare dritti, da soli. Non si può chiamare “confronto” mandare oltre 300 pagine di progetti ad un referente di un sindacato di categoria e chiedergli da li’ a poche ore un parere, senza che questo poi abbia potuto attivare, come la rappresentanza dovrebbe imporre, un successivo percorso di analisi e confronto interno con i suoi organi e associati.

Ieri sono stati molti i presidenti di associazioni e sindacati ad aver ricevuto telefonate dai loro soci, all’oscuro di tutto, che invece apprendevano dai media le dichiarazioni circa ampie intese e condivisioni con le rappresentanze sindacali e sociali. Alcuni speravano che almeno lui, il presidente, avesse condiviso per tutti le scelte più importanti; altri erano semplicemente arrabbiati per non essere stati coinvolti e volevano capirne le ragioni. Lo stesso sconcerto c’è stato anche nel mondo della politica, gli stessi consiglieri regionali di maggioranza, se non tutti, quasi, hanno visto i progetti presentati dall’Umbria al Governo per il Piano nazionale di ripresa e resilienza soltanto dopo il loro invio a Roma. Non parlo poi delle istituzioni locali e dei sindaci, dove il rapporto è stato a macchia di leopardo, ancora una volta a testimonianza dell’assenza di una vera e concreta visione d’insieme dell’Umbria e del suo futuro.

Da umbro, da consigliere regionale, avrei auspicato la definizione di un metodo chiaro per affrontare, ripeto, una programmazione che non può essere ostaggio di logiche partitiche o delle ambizioni personali di qualche politico umbro. Tutti noi sentiamo il peso di questo momento che ci schiaccia tra crisi ed opportunità per rinascere. La presidente sempre ieri, al termine del suo discorso in Commissione regionale, ha invocato ancora una volta il senso di responsabilità che dovremmo avere tutti in questo momento, ha invocato all’unità tra tutte le forze politiche ed alla cooperazione, che dire, purtroppo oggi mi resta sempre più difficile crederlo veramente, ormai penso che queste frasi da alcuni vengano usate come formule standard da inserire nei discorsi, perché ci stanno bene e fanno colore, ma prive di reali conseguenze e volontà attuative.

Da umbro dico che amo la mia terra, sono obbligato a sperare e a fare tutto quanto in mio potere nel rispetto della legge, per far si’ che l’Umbria possa rialzarsi. Nel cercare di vedere il bicchiere mezzo pieno mi sento di dire che c’è ancora spazio per introdurre miglioramenti, ormai occorre attendere la definizione delle schede finanziate, e magari poi aprire una prima vera stagione di concertazione. La messa a terra della fase attuativa, in funzione delle reali risorse concesse, da armonizzare con i fondi della programmazione Europea 20121-2027 sarà fondamentale per dare all’Umbria un futuro dignitoso.
All’Umbria serve un cambio di passo e di metodo nel fare le cose, soltanto così potremmo divenire non succubi ma artefici del nostro futuro.

Un salto culturale serve, e di metodo. Serve a quasi tutti i livelli della nostra comunità e questo è il momento in cui dobbiamo avere il coraggio di attuarlo, dando veramente il meglio di noi, in tutti i mondi nei quali ci troviamo ad operare, oggi siamo ad un punto di non ritorno, possiamo farcela ma, ripeto, dipende da ognuno di noi, e’ la sommatoria di questi noi alla fine a fare la differenza tra l’aver costruito un cambiamento funzionale a tutta la nostra comunità o purtroppo delle piccole oasi che salveranno forse per un po’ soltanto alcuni.

Io, 74 anni, quando potrò essere vaccinato in Umbria?

di Fabrizio Bracco*

Egregi presidente Tesei a assessore Coletto,
sono sempre stato convinto della mia grande fortuna a essere nato italiano e umbro, ma da alcuni mesi mi sento molto meno fortunato, non della cittadinanza italiana, ma, in quanto 74enne, di quella umbra. I miei amici marchigiani, emiliani, liguri, laziali – anche più giovani – sono stati tutti vaccinati e quei pochi che ancora non lo sono sanno che lo saranno a breve, essendo già prenotati. Anzi nel Lazio sono già arrivati a vaccinare i nati nel 1959 e nel 1960. Ma perché, io, cittadino umbro sono ancora in attesa e soprattutto non so quando mi potrò vaccinare? Cosa ha di diverso l’Umbria dalle altre regioni? Voi dite che vi è una carenza di vaccini, ma non vengono distribuiti alle regioni in base alla popolazione, con qualche opportuno correttivo? In Umbria sono state fatte scelte diverse nelle priorità, prima dell’ordinanza del generale Figliuolo, e dopo nell’organizzazione della campagna vaccinale. Avete rinunciato ad assumere un numero adeguato di medici e infermieri, annunciando con grande enfasi l’accordo con i medici di medicina generale, che generosamente si sono impegnati, ma non avete fornito mezzi e soprattutto avete assegnato loro poche dosi e non in proporzione ai pazienti da vaccinare.

La lettera Per recuperare i ritardi accumulati, li avete spinti a inoculare le scarse scorte in pochissimi giorni, e poi silenzio… Molti medici da oltre una settimana, sono fermi e non sanno quando riprenderanno, mentre i loro assistiti, sempre più impazienti (con crescenti pressioni sul proprio medico) restano in attesa… Fino a quando? I settantenni vaccinati sono circa un terzo, molti di meno i sessantenni. Eppure non è necessario ricordarvi che il tasso di letalità tra i primi è dell’ 11,5 per cento per gli uomini e del 6 per le donne, nei secondi è dell’1,4 nelle donne e del 3,1 tra gli uomini. Al di sotto di queste età scende drasticamente fino allo 0,002 per gli under quaranta. Dunque, in quale direzione si debba accelerare, dopo ottantenni e fragili, ce lo dicono i numeri, l’esperienza di altre regioni vicine (per non parlare dei paesi più virtuosi), e le indicazioni del generale Figliuolo. Se non avete più scorte di AstraZeneca usate gli altri vaccini disponibili per i medici di medicina generale, ma usateli! Con le riaperture a breve, rimanendo questa situazione, vi assumete infatti una grave responsabilità.

*Ex assessore della giunta Marini ed ex segretario dei DS

Thyssenkrupp, Uilm: «La strategicità di Ast impone attenzione sulla vendita»

di Uilm*

Nella giornata del 19 aprile si è tenuta, presso lo stabilimento Ast di Terni, la riunione dei componenti dell’esecutivo delle Rsu di Ast con la partecipazione della segreteria Uilm Terni. Nel corso della riunione è stato analizzato lo scenario del mercato, la situazione aziendale e l’avvio
della fase 1 della procedura di vendita di Ast annunciata nei giorni scorsi dall’Ad, Massimiliano Burelli. La Uilm auspica che Acciai Speciali Terni assuma una considerazione ed una posizione strategica nelle scelte di politica industriale che il governo ha annunciato di voler assumere a sostegno del settore, anche in ragione delle future risorse che si renderanno disponibili con il Pnrr di prossima definizione.

Thyssenkrupp, vendita Ast La Uilm ritiene che, in virtù delle fallimentari gestioni dei patrimoni industriali italiani da parte delle multinazionali estere nel nostro Paese, la cessione di Ast possa rappresentare una grande occasione per assicurare un controllo nazionale della realtà ternana che eviti, in futuro, l’impatto di processi decisionali che seguano esclusivamente logiche di interessi di gruppo distanti dalle necessità del nostro sistema industriale. La strategicità delle produzioni di acciaio inox per il nostro sistema manufatturiero impone al governo la massima attenzione sul processo di vendita con un approccio preventivo ed una interlocuzione ai massimi livelli, rispetto alla assegnazione di Acciai Speciali Terni. La Uilm auspica che la vendita avvenga in tempi ristrettissimi, per ridurre al minimo la fase transitoria, che dovrà, purtroppo, considerare anche i tempi della decisione dell’autorità sulla concorrenza della commissione europea sull’operazione di cessione. La Uilm ribadisce che in fase di valutazione delle offerte di acquisto si debba prediligere quelle che assicurino l’unicità dell’azienda, la crescita dei volumi, dell’occupazione e del volume di investimenti necessari per lo sviluppo di Ast Terni: un piano industriale serio e credibile garantito da una solidità economica e finanziaria di un soggetto industriale saldamente posizionato nel mercato nazionale ed internazionale dell’acciaio. Anche la Uilm seguirà con attenzione le prossime fasi della procedura di vendita assicurandosi, nel frattempo, che si prosegua con l’attuazione degli impegni assunti da Ast presso il ministero dello Sviluppo economico con l’accordo del 22 dicembre scorso.

*Segreteria nazionale Uil metalmeccanici