venerdì 10 luglio - Aggiornato alle 10:46

Appalti pubblici, ecco perché dopo la pandemia bisogna eliminare le bizzarrie stile click day

di Diego Zurli

Le singolari modalità di assegnazione delle risorse stanziate per sostenere il paese dopo la pandemia attraverso i cosiddetti “click-day”, hanno favorito la nascita di una nuova professione: il cliccatore. Trattasi per lo più di giovani, nativi digitali, reclutati per l’abilità di cui dispongono nell’inserire velocemente in un computer i dati di una pratica al fine di ottenere una specifica provvidenza la quale, essendo assegnata secondo un algoritmo che premia l’ordine cronologico di acquisizione della stessa al protocollo, richiede questa particolare attitudine per avere qualche possibilità di successo. Attorno a questa nuova figura professionale, affermatasi senza l’ausilio di navigator e assolutamente sconosciuta ai centri per l’impiego, sono nate anche società specializzate che mettono a disposizione potentissime apparecchiature informatiche a postazioni multiple per aumentare la probabilità di riuscita, offrono corsi di formazione per aspiranti cliccatori, piattaforme online per migliorarne le prestazioni nell’inserimento digitale di codici e di riconoscimento di “captcha” sviluppando simulatori e diavolerie varie.

I cliccatori I giovani smanettoni, una volta reclutati, come in uno spietato videogioco combattono contro altri colleghi all’interno della piattaforma per sbaragliare la concorrenza per mezzo della velocità acquisita nell’inserimento dei dati ma talvolta – incredibile a dirsi – anche contro cliccatori appartenenti alla propria compagine cui è stata assegnata la medesima pratica: poiché solo a quello che impiegherà meno tempo verrà riconosciuto un maggior compenso. Grandi enti pubblici nazionali adottano da tempo questo metodo a dir poco delirante (si era perfino pensato di utilizzarlo per assegnare il bonus dei 600 euro, poi per fortuna il buon senso ha prevalso) ma il primo a inaugurarlo fu il Governo Renzi con il programma dei cosiddetti mille campanili: sindaci “smart” di minuscoli comuni montani, trasformati in improbabili nerd alla disperata ricerca della postazione più veloce, si accorsero ben presto che, dopo alcuni secondi, i soldi erano già finiti sperimentando sulla propria pelle lo svantaggio di non disporre di reti digitali veloci.

Meno poteri di scelta Gli sparuti estimatori di tali procedure digitali evidenziano il vantaggio di disporre di un metodo molto democratico che si fonda su modalità e algoritmi che non lasciano spazio alla discrezionalità senza accorgersi che, al contrario, questo atroce meccanismo rappresenta il massimo della ingiustizia e della discriminazione anche per via del digital divide. I suoi detrattori, lo considerano invece il massimo della perversione burocratico-amministrativa che, nel nome dell’efficienza e dell’oggettività, è spesso in grado di produrre il massimo della disuguaglianza e della assenza di qualità nelle scelte. Ho voluto portare questo esempio che sembra uscito da un romanzo di William Gibson, perché la logica perversa che lo ha generato è all’incirca la stessa che ispira il funzionamento di molti procedimenti amministrativi tra i quali, purtroppo, quelli in materia di appalti pubblici. Ma che cosa accomuna le bizzarrie del “click day” con gli affidamenti in materia di lavori, servizi e forniture: la mortificazione quando non anche l’eliminazione di ogni margine di discrezionalità consentita alle stazioni appaltanti. In altri termini, nel nome della trasparenza e della concorrenza, si sceglie di esasperare e moltiplicare i gravami procedimentali, aumentando vincoli e oneri amministrativi, pur di ridurre il potere di scelta della stazione appaltante; sorvolando sul fatto che l’esercizio responsabile e misurato della discrezionalità rappresenta l’essenza stessa del buon governo e dell’operato della pubblica amministrazione.

Limitare la partecipazione Si tratta di modalità che, solo in apparenza, garantiscono la massima trasparenza e la concorrenza, ma che hanno il vantaggio di mettere al riparo la politica dalla critica di parzialità e l’amministrazione e i suoi addetti da ogni assunzione di responsabilità nell’esercizio delle rispettive funzioni. La scelta di una ditta, di un professionista, di un fornitore e così via, viene spesso affidata ad procedimenti digitali dove convivono fattori “random” come i sorteggi, unitamente a criteri apparentemente oggettivi come curriculum, volumi d’affari, e requisiti vari i quali, concepiti in origine per garantire la massima concorrenza, alla prova dei fatti producono l’effetto diametralmente opposto: quello di limitare la partecipazione alle gare a favore di pochi soggetti eletti, i soli che hanno qualche chance di successo restringendo il mercato invece di allargarlo. Si pensi al funzionamento di istituti come Consip o al Mepa, solo per fare qualche esempio illuminante: esattamente l’opposto di quanto richiesto dai principi del diritto dell’Unione Europea di cui la norma nazionale costituisce emanazione.

Gli appalti In questi giorni si discute di come riscrivere il codice dei contratti pubblici per agevolare la ripartenza del paese dopo la pandemia. Le posizioni estreme sono note: da una parte il cosiddetto “Modello Genova”, ovvero tana libera a tutti; dall’altra va tutto bene, non si cambia nulla (o quasi) nel nome della concorrenza e della legalità. Presto capiremo cosa ci aspetta sperando che venga trovato un ragionevole punto di equilibrio tra esigenze solo all’apparenza contrapposte. Ma se, tuttavia, non si ristabilisce il principio elementare che l’interesse primario della collettività è innanzitutto quello di utilizzare nel modo più efficiente le risorse pubbliche e che tutto il resto viene dopo – perché non si dovrebbe subordinare a un fittizio principio di legalità né a una improbabile tutela della concorrenza l’esigenza, suprema e imprescindibile, di spendere bene e rapidamente le provvidenze al fine di disporre delle opere o dei servizi di cui abbiamo bisogno – il rischio è quello di fare un ennesimo buco nell’acqua. In trepidante attesa di conoscere i futuri sviluppi di una partita molto delicata che non mancheremo di commentare, consoliamoci con i nostri ragazzi per la loro sorprendente capacità di adattamento a un mercato del lavoro sempre più bizzarro e irrispettoso delle qualità di un capitale umano che la società non riesce a impiegare in modo adeguato.

Che la pandemia non si trasformi in rabbia sociale: le riflessioni del Cardinale Bassetti

«Mai come oggi è opportuno utilizzare la virtù della prudenza. Ci sono infatti segnali contrastanti sulla pandemia che ormai da mesi sta caratterizzando l’esistenza degli abitanti dell’intero pianeta. Mentre in Italia si sta cercando di tornare a uno stile di vita “normale”, con milioni di cittadini che sognano le vacanze, il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha affermato che nel mondo la pandemia “continua ad accelerare”». Lo scrive il cardinale arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei Gualtiero Bassetti nel suo ultimo articolo dal titolo: ‘Un mondo da rammendare. La società contemporanea, la pandemia e i nuovi untori’, pubblicato nella sua rubrica quindicinale Il pane e la Grazia nel settimanale La Voce in edicola venerdì 26 giugno, consultabile anche sul sito: Il pane e la Grazia – LaVoce .

Una nuova Babele «Di fatto, ai nuovi allarmi sanitari che provengono dalla Germania, dagli Stati Uniti, dal Brasile e dalla Cina – prosegue il cardinale nella sua riflessione –, si sovrappongono le cronache quotidiane, le statistiche ufficiali, le testimonianze eroiche di medici e, infine, anche una lunga serie di ardite teorie sull’origine o sulla reale consistenza della pandemia. Una ridda di voci, commenti e giudizi si affastellano uno sull’altro dando vita a una sorta di nuova Babele».

Gli untori contemporanei «Molti commentatori, in questi mesi di quarantena, hanno evocato I Promessi sposi di Manzoni. In quel prezioso capolavoro della letteratura italiana ci sono, infatti, molti spunti di attualità: dalla “miscredenza” iniziale alle misure drastiche di controllo dell’epidemia; dalla morte tragica nel lazzaretto di Milano fino ai “deliri” prodotti dagli “uomini di passione” nei processi agli “untori”. Quest’ultimo elemento è forse uno degli aspetti più inquietanti del mondo contemporaneo».

La rabbia sociale e la lista dei colpevoli «Il rischio più grande di questo periodo – evidenzia il presidente della Cei – è che dalla paura della pandemia si passi alla rabbia sociale. Una rabbia che si dimentica del virus, il cosiddetto “nemico invisibile”, e si scagli invece, di volta in volta, contro i nuovi “untori” che possono essere rintracciati nell’ordine: in una potenza straniera colpevole di aver prodotto o esportato il virus; in un’istituzione statale (una regione o una scuola) giudicata incapace di gestire la crisi; in una categoria sociale ritenuta ingiustamente protetta (gli statali); in una comunità ecclesiale responsabile di aver diffuso la malattia. La lista dei colpevoli, dei nuovi capri espiatori, potrebbe essere lunghissima. Ed estremamente pericolosa».

Due angosciose dimensioni sociali «Questa lista di nuovi “untori”, infatti, è drammaticamente amplificata dal nostro mondo così interconnesso e globale ma anche così profondamente ferito e diviso. Il tessuto sociale della società contemporanea è ormai da tempo lacerato e sfibrato. Una lacerazione sempre più visibile che sta progressivamente facendo venir meno il significato profondo di fraternità, comunione e del vivere insieme. Al suo posto sembrano regnare un individualismo esasperato e un pervicace relativismo etico. È da queste due angosciose dimensioni sociali dell’uomo contemporaneo, l’individualismo e il relativismo, che sorge la necessità di trovare nell’altro un “untore” – un colpevole – e non una persona amica, una persona in cui vedere il volto di Cristo».

Lo sguardo del samaritano  «Compito dei cristiani e di tutti gli uomini e le donne di buona volontà – conclude il cardinale Bassetti – è rovesciare questa prospettiva. Con zelo, gioia e umiltà abbiamo una grande missione per l’oggi e l’avvenire: rammendare questo mondo lacero. L’individualismo e il relativismo etico sono due false risposte ai grandi problemi odierni. Ciò che serve oggi, invece, è lo sguardo del samaritano e il gesto di amore di chi si china per ricucire ciò che è strappato, per unire ciò che è diviso, per amare ciò che viene odiato. Si tratta di una grandissima missione di carità ed evangelizzazione perché non sappiamo come sarà il mondo dopo la pandemia. E per usare le parole di Alessandro Manzoni “non sempre ciò che viene dopo è progresso”».

Terni e il Caos, l’appello di Rossi: «Serve cambiamento reale, a iniziare dal nome»

Michele Rossi *

La nostra coalizione politica si è proposta per dare alla città un cambio di passo e siamo stati eletti sull’onda di questa voglia di cambiamento. Coscienti che avremmo dovuto puntare tutto sulle idee, non potendo contare su adeguate risorse nelle casse comunali, in tutta onestà ho faticato alle volte a percepire il segno di questo cambiamento, può darsi che sia stato ancora troppo timido e che si tratti in ogni caso di un percorso difficile, ma alle volte si fa veramente fatica a vederlo.

Un caso eclatante è quello del nostro polo museale. Quel Caos che, fin dal nome, scoraggia i cittadini dal frequentarlo e non li spinge a viverlo come si dovrebbe. Caos è si l’acronimo che rimanda alle origini del luogo (l’ Opificio Siri) ma porta alle mente soprattutto la confusione, la disarmonia, il disordine, l’agitazione. Difficile sentire una grande attrazione per tutto questo, tutti rifuggono dal Caos in se anche solo per pochi minuti. Ammettiamolo, non si sta per niente bene nel Caos. Qualcuno potrebbe affermare che nel Caos c’è il principio creativo ma da questo deve poi scaturire qualcosa di chiaro e tangibile, se rimane un insieme confuso e disarmonico a nulla serve e soprattutto non piace proprio a nessuno.

Partendo da questo tipo di valutazione domandiamoci: in cosa si è trasformato il nostro “caos” in tutti questi anni? Cosa ha prodotto di permanente nella nostra città? I più ricorderanno la continua ricerca della provocazione artistica, alcune volte sfociata in spettacoli di dubbio gusto e al limite della volgarità. Resterà soprattutto quella fastidiosa sensazione che valicando il cancello spesso si provava, come di entrare in un luogo tutt’altro che aperto e di tutti. Come se si fosse entrati in casa d’altri (scusi è permesso?) , con la premura di non disturbare troppo i padroni di casa. Un luogo culturale che invece di essere patrimonio comune della città e di tutti i suoi cittadini, capace di accontentare con iniziative e mostre temporanee i vari gusti culturali, è sembrato piuttosto ospitare solo ciò che era nelle corde dei suoi gestori, votati esclusivamente al solo contemporaneo sperimentale. In altre parole è mancata la vivacità e la varietà dell’offerta culturale che dovrebbe caratterizzare quel posto; con la sola eccezione del ben assortito menù del Fat.

Purtroppo a distanza di due anni la sensazione è ancora quella. E certamente non aiutano le recenti esposizioni di proiezioni, mentre altre opere d’arte rimangono ingiustamente ancora impolverate nelle rastrelliere dei magazzini in attesa del loro momento.

Dobbiamo avere il coraggio di cambiare quel posto ad iniziare dal suo nome. Dare il segno di avere una politica culturale senza lasciare tutto al buon cuore dei gestori ma dando indirizzi e programmazione che ampli l’orizzonte culturale della città senza limitarlo ai gusti ed alle preferenze dei custodi temporanei. Per questo ho intenzione di presentare, nei prossimi giorni, un atto di indirizzo a riguardo.

*Capogruppo Terni Civica in consiglio comunale

Festa del XX Giugno, anche quest’anno Perugia dimentica Mario Angeloni

di Mauro Volpi*

Anche le celebrazioni del XX Giugno di quest’anno non vedranno l’apposizione della lapide in onore di Mario Angeloni nel luogo in cui ha vissuto, in via Danzetta angolo Corso Vannucci. Si tratta di una personalità che ha onorato Perugia: medaglia d’argento nella Grande Guerra, avvocato, perseguitato ripetutamente dal regime fascista, esule in Francia dove è stato segretario del partito repubblicano e ha operato nella Lega italiana per i diritti dell’uomo, infine volontario in Spagna dove ha perso la vita combattendo a difesa della Repubblica contro il colpo di stato militare e fascista. Il Comitato per le onoranze a Mario Angeloni, di cui ho avuto l’onore di essere presidente, ha realizzato varie iniziative per commemorarne degnamente la figura, tra le quali nel corso del 2016 la pubblicazione di un libro biografico e un importante convegno tenutosi all’Università per Stranieri. Il degno coronamento delle celebrazioni doveva essere rappresentano dalla apposizione della lapide. Da quasi tre anni il Comune è stato investito della questione. La competente Commissione si è espressa in senso favorevole ed è stato acquisito il consenso di proprietari dell’edificio.

L’ALBO D’ORO E IL PROGRAMMA DELLA FESTA

Un’offesa alla memoria La lapide è stata realizzata gratuitamente da un artigiano e consegnata al Comune. Purtroppo nonostante le ripetute sollecitazioni anche scritte l’Amministrazione comunale non si è adeguatamente impegnata per l’autorizzazione da parte della Soprintendenza. Da ultimo il 24 settembre 2019 ho incontrato, insieme al presidente della Società operaia di mutuo soccorso, il sindaco il quale si è impegnato a operare perché la lapide fosse apposta in occasione delle giornate del XX giugno 2020. Da allora solo silenzio e nessuna risposta a richieste scritte anche recenti. Sorge il dubbio che il vertice del Comune sia condizionato da componenti dell’attuale maggioranza che ostacolano la celebrazione di una personalità democratica e antifascista. In ogni caso il silenzio e il disinteresse dell’Amministrazione comunale e del suo vertice sono un’offesa alla memoria di Mario Angeloni e nei confronti di tutti i cittadini che, al di là delle loro convinzioni politiche, reclamano che gli sia dato il giusto e doveroso riconoscimento.

*Presidente Comitato per le onoranze a Mario Angeloni

Pd e sinistra, dopo errori e silenzi ecco perché è arrivato in Umbria il tempo delle scelte radicali

di Wladimiro Boccali

Il 7 giugno 2020 la Regione Umbria ha compiuto cinquant’anni. Dopo 22 anni dall’approvazione della Costituzione repubblicana l’Italia ha costituito le Regioni. L’Umbria è stata una di quelle realtà in cui si è discusso di più – nel merito e nel metodo – di un nuovo regionalismo. Una piccola regione che ha saputo produrre un dibattito politico economico e culturale di alto livello, trovando un suo spazio in una seduta plenaria del Parlamento. Erano anni di guerra fredda, di contrapposizioni ideologiche, di grandi partiti di massa che alle elezioni rappresentavano più del 70% dell’elettorato, di forze sociali realmente rappresentative, di grandi trasformazioni sociali. L’Umbria in quegli anni era una terra di mezzadri che in pochi decenni si è affermata nel panorama italiano come una terra civile, colta, produttiva, solidale, ricettiva e spesso guida dei cambiamenti sociali e culturali che in quegli anni si andavano affermando.

Analisi critica A distanza di 50 anni è necessario uno sguardo non nostalgico al passato ma una analisi critica che consenta una nuova ripartenza. In questi cinquant’anni l’Umbria è stata governata da forze di sinistra che hanno saputo rappresentare masse di contadini, lavoratori, intellettuali, in grado di dialogare con la borghesia, le categorie imprenditoriali e il cattolicesimo democratico, con spirito di apertura e collaborazione e senza smarrire la propria identità. I cambiamenti che hanno attraversato il mondo, l’Europa e Italia nel corso dei decenni non hanno lasciato l’Umbria fuori da profonde trasformazioni. La spinta propulsiva, di innovazione, di capacità di rappresentazione della realtà regionale, di visioni e prospettive di lungo periodo – unite al buon governo – hanno spesso lasciato il passo a un “amministrare il quotidiano” spesso subalterno a una cultura e a un pensiero unico di ispirazione neoliberista. La sinistra – nel mondo, in Europa e in Italia – sta vivendo un momento di profonda crisi nel quale quella parte di società che dovrebbe rappresentare in molti casi si sente abbandonata se non tradita . È da qui che si deve ripartire, dalla necessità di recuperare un pensiero e una prospettiva di lungo periodo in cui si riportino al centro i valori fondanti della sinistra, a partire dall’uguaglianza e dalla difesa dei più deboli.

Responsabilità penali e politiche Non si tratta di fare un processo al passato, come in maniera superficiale spesso si pensa per liberarsi più da un peso che per una reale volontà di innovazione. Una riflessione sui motivi per cui, in Umbria più che altrove, la sinistra ha subito un processo di degenerazione è necessario non per individuare singole responsabilità, ma per una analisi che vada più nel profondo e costruisca le basi per la riconquista di una centralità politica che sembra persa. I fatti che hanno portato alle dimissioni dell’ultimo presidente di sinistra dell’Umbria non possono essere affrontati sul piano esclusivamente giudiziario: le responsabilità penali sono individuali, ma quelle politiche appartengono a una classe dirigente che non ha saputo arginare forme di malcostume che non sono appartenute e non debbono appartenere alla cultura di governo della sinistra. Capire perché il Partito democratico dell’Umbria ha visto emergere modalità di esercizio del governo fondate su filiere di comando, non tanto costruite su basi politico ideali ma piuttosto su forme di gestione del potere in alcuni casi clientelare, è fondamentale per ripartire e costruire gruppi dirigenti autorevoli e non nuove forme di “capibastone”.

Involuzione Sarebbe altresì sbagliato ridurre la crisi in cui è piombata l’Umbria alla responsabilità di qualche dirigente politico – che sicuramente ha sbagliato più di altri e questo non si deve sottacere – ma è altrettanto evidente che un’intera classe dirigente, dalle rappresentanze sociali al mondo del credito, dalle fondazioni bancarie all’università, dal terzo settore fino alla chiesa cattolica, è stata protagonista di una fase involutiva della nostra regione. Processi di conservazione del potere che hanno attraversato più la cosiddetta società civile che la politica hanno sicuramente rappresentato un freno nella ricerca di nuovi assi di sviluppo. Mi riferisco ad esempio alla permanenza, in alcuni casi per decenni, della stessa classe dirigente nelle associazioni di categoria, nelle fondazioni bancarie, nell’università e in tanti altri luoghi di gestione di pezzi di potere. Abbiamo assistito, troppo spesso silenti, a forzature di processi democratici, “aggiustamenti” di statuti, funzionali solo alla permanenza in ruoli apicali delle stesse figure. Questo ha creato spesso un circuito chiuso di autotutela rispetto al quale un pezzo di classe dirigente della politica è stata subalterna, gestendo potere e risorse che le crisi economiche degli ultimi trent’anni hanno lasciato in Umbria.

Stati generali Ora la sinistra, non avendo più l’obbligo e il dovere di governare tutti gli enti locali e la Regione, ha la necessità e il tempo per discutere, per promuovere nella società e con la società una prospettiva di governo che non lasci l’Umbria all’immobilismo, all’improvvisazione, alla reazione delle forze di destra che ora gestiscono il potere. Il Partito democratico dovrebbe farsi promotore di una grande chiamata della società umbra e convocare gli Stati generali, con l’obiettivo di disegnare un piano strategico per la nostra regione che incroci la programmazione europea e nazionale. Da questo luogo dovrebbe lanciare una strategia di alleanze territoriali interne ed esterne che vedano i due capoluoghi, Perugia e Terni, impegnati a costruire un’unità regionale tra tutte le città umbre e non contrapposizioni campanilistiche che spesso ci hanno fatto perdere una visione di carattere nazionale e internazionale. Così come è indispensabile una politica di alleanze con le Regioni confinanti in grado di avviare una reale programmazione della Italia di mezzo che superi divisioni regionali ormai anacronistiche.

Le priorità Penso alla programmazione di quei Fondi messi in campo dopo l’emergenza Covid. Sarà quanto mai necessaria una condivisione con le linee programmatiche europee, del governo nazionale e appunto delle regioni limitrofe, unite alla capacità di coinvolgimento e condivisione dell’intera società regionale. Gli assi fondamentali su cui muoversi nella nuova programmazione sono una nuova stagione di politiche sociali in grado di immettere nella società regionale risposte nuove a nuovi bisogni, capaci di rispondere alle conseguenze della crisi finanziaria e occupazionale che l’Italia si trova a subire; un piano per le infrastrutture, anche questo condiviso con le Regioni limitrofe, a partire dalla rete ferroviaria, alle strade fino alla infrastrutturazione immateriale dell’intero territorio umbro; riprogrammare l’organizzazione dei servizi pubblici locali superando le divisioni territoriali che in questi ultimi anni hanno parcellizzato l’organizzazione di alcuni servizi come la rete idrica, i rifiuti e i trasporti. Serve coraggio e innovazione per costruire un processo di razionalizzazione dei soggetti erogatori di servizi nell’ambito di una strategia regionale e interregionale; d’intesa con il governo nazionale, devono essere individuate le priorità riguardo alle opere pubbliche necessarie all’Umbria, a partire dalla rete stradale interna fino a scuole e dissesto idrogeologico; le politiche culturali, poi, devono uscire dal declino in cui sono state lasciate, con una chiamata di tutte le istituzioni regionali – pubbliche e private – perché lavorino insieme a un piano di rilancio che sia nello stesso tempo di tutela e rilancio del patrimonio culturale umbro .

Scelte radicali Questi sono solo alcuni titoli su cui disegnare un profilo autorevole e autonomo di forza di sinistra e di governo, sul quale costruire un nuovo gruppo dirigente, che non abbia paura né di innovare né di recuperare il meglio dal passato, e che sia in grado di aprire una stagione di alleanze di forze sociali ed economiche provenienti dalla migliore tradizione della sinistra riformista, del cattolicesimo democratico e delle esperienze laiche della nostra Umbria. Il Pd ha l’obbligo di aprirsi alla società, non serve un gruppo dirigente con una cultura minoritaria, con l’unico scopo di conservare quel ruolo di opposizione senza prospettiva nel quale sembra relegato in questi mesi. Chi ha responsabilità istituzionali deve svolgere al meglio il suo compito nelle sedi in cui è stato eletto, con il buon governo e con un atteggiamento di netta opposizione ma propositivo e con la capacità di interloquire con le forze migliori della società regionale. È urgente che il partito democratico dell’Umbria avvii una discussione su questi temi recuperando il tempo perso, non di mesi ma di anni, in cui non si è voluto affrontare il problema pensando di continuare una lotta interna per occupare i sempre minori spazi di potere. È altrettanto urgente la convocazione di un congresso che costruisca piattaforma e classe dirigente in grado di costruire questo processo politico. È il tempo delle scelte radicali, non ipocrite, rispetto alle quali il gruppo dirigente nazionale deve farsi garante.

Perugia Rispetto alla città di Perugia, pur continuando ad avere un atteggiamento distante dalle questioni amministrative e di rispetto per chi governa la città, non posso non notare una totale assenza di una visione di città, di un’idea che esca dalla mera, seppure importante, gestione del quotidiano. La città di Perugia ha la responsabilità di essere una guida sia a livello regionale che nazionale, cosa che oggi sembra completamente smarrita. In questi ultimi anni non ho visto né prospettiva né un’idea di lungo periodo, né una classe dirigente in grado di poter gestire un processo di reale innovazione. Per diversi anni il governo cittadino ha vissuto sulla rendita della “novità”, spesso fondata su bugie, false rappresentazioni del passato, sulla assenza di identità, sul dire di sì a tutti, con una sinistra subalterna o meglio spaventata di difendere il buon governo che fino allora c’era stato, pur ammettendo gli errori commessi. Nel centro sinistra si è pensato che bastasse trovare un capro espiatorio per salvarsi individualmente e ripartire. Non mi sembra che sia stata una scelta azzeccata. Né sul piano politico, tantomeno su quello elettorale.

Sinistra scomparsa In città la sinistra è sostanzialmente scomparsa dallo scenario politico istituzionale, comprese quelle “quattro anime belle” che hanno fatto per anni il gioco della destra cittadina, diventando una forza minoritaria che si è fatta notare rincorrendo qualche comitato spontaneo di protesta. Per quanto mi riguarda ritengo esaurita una fase di espiazione e di autocensura: ritengo che a una giusta e impietosa critica degli anni in cui ho avuto responsabilità si debba però unire la rivendicazione del lavoro svolto. Magari chi ha combinato danni molto più rilevanti ammettesse le proprie responsabilità! Prima di tutto respingendo accuse, falsità, consapevoli e inconsapevoli, che sono state riversate sugli ultimi governi di centro sinistra. Sulla sicurezza, sul bilancio, sulle politiche urbanistiche, sulla selezione della classe dirigente e del personale, sulle politiche urbanistiche, sono state dette tante e tali bugie che con un po’ di onestà intellettuale tutti possono riconoscere come tali. Lo dico prima di tutto alle forze di sinistra: se per primi non sono loro a riconoscere il positivo che è stato fatto per Perugia è difficile pensare di aprire una fase nuova. Non penso certo al ritorno al passato, ma chiedo che chi ha responsabilità politiche e istituzionali sia in grado di leggere e conoscere la storia, i fatti, i numeri per poi progettare nuove politiche.

Ast, Treofan e Sangemini vertenze incandescenti: Cisl Terni scommette su Green new deal

«Terni deve rafforzarsi nel ruolo di città della manifattura, una manifattura sostenibile». È quella del Green new deal la scommessa della Cisl di Terni che, nella giornata mondiale per l’Ambiente ha aperto la seduta di coordinamento con un ricordo a Pierre Carniti, ex Segretario del sindacato scomparso due anni fa. Presenti Gianluca Giorgi e il segretario regionale generale Angelo Manzotti. «In questo periodo – è stato sottolineato – sono emerse nella provincia di Terni tutte le criticità legate alla frammentazione dei contratti che hanno confermato l’appiattimento al ribasso dei diritti dei lavoratori. Come Cisl, tra le altre battaglie, stiamo sostenendo quella per il riconoscimento di una indennità di cassa in deroga per i lavoratori a domicilio, sia per quelli occupati nel settore industria che per quelli impiegati nel settore artigiano, rimasti fuori da tutto. Era stata inclusa nell’accordo regionale ma poi rigettata». È lo stesso periodo in cui sono finite sotto i riflettori le vicende di Ast, Treofan e Sangemini.

Cisl Terni Nella relazione introduttiva il responsabile della Cisl di Terni Riccardo Marcelli, ha rilanciato i temi della sostenibilità ambientale economica e sociale che deve proporre Terni e il suo comprensorio come laboratorio del Green new deal trasformando le problematiche del Covid-19 in opportunità in considerazione del fatto che ci sono aziende del territorio che sono già impegnate nel promuovere la sostenibilità ambientale, la riqualificazione urbana, i processi di innovazione e l’economia circolare. «In questi mesi – ha spiegato Marcelli – sono tanti i settori che hanno sofferto. Dei 21.579 lavoratori ammessi alla cassa integrazione in Umbria, un terzo sono della provincia di Terni. 934 aziende artigiane ternane hanno effettuato la domanda al fondo Fsba interessando 3.656 lavoratori. Il tetto salariale nel settore edile è sceso a marzo del 60 per cento, ad aprile addirittura dell’80 per cento. Le conseguenze del lockdown dovrebbero produrre un calo del Pil superiore all8% per il 2020 (Banca d’Italia). Senza dimenticare il turismo con Orvieto che negli scorsi mesi ha visto azzerarsi le entrate derivanti da i parcheggi, visita al pozzo di San Patrizio, tassa di soggiorno. Analogo discorso vale per la Valnerina perché il turismo non è un settore che si può vendere via social: le persone vogliono viverlo. Con la nostra sede aperta, seppur con modalità diverse, abbiamo convissuto con vecchie e nuove povertà, segnalando per esempio, come a diversi bambini veniva negato l’accesso allo studio da casa perché privi di strumenti o di connessione, a cui successivamente le istituzioni scolastiche hanno posto rimedio. Il tema della connessione rimane drammaticamente attuale e deve diventare un servizio essenziale alla pari di acqua luce e gas».

Le vertenze Ast-Treofan-Sangemini Come è noto nei giorni scorsi il Ceo di ThyssenKrupp Martina Merz ha annunciato una riorganizzazione interna che comporterà la ricerca di soluzioni nuove al di fuori di TK o in partnership, per diverse società del gruppo ed impianti di produzione in diversi paesi, tra cui Acciai Speciali Terni: «La riproposizione della trama di un film già visto e che qualcuno sta cercando di proiettare nonostante la pandemia. Dobbiamo evitare che il declino che ha caratterizzato l’area Ternana negli ultimi decenni non si trasformi in un ulteriore cedimento. Ast – ammonisce Marcelli – rimane un sito altamente competitivo con produzioni di eccellenza, il cui futuro deve continuare ad essere inquadrato come sito integrato e strategico.  Un’Acciaieria strategica per il Governo a condizione che sia strategico tutto il territorio: per questo è fondamentale, oltre alla messa in opera del progetto scorie, il completamento e il rafforzamento della rete delle infrastrutture sia materiali che immateriali. Come non rammaricarsi della chiusura del viadotto di Montoro? Un rischio, almeno quello sulla tratta per Civitavecchia, tra l’altro non ancora conclusa, segnalato mesi fa sia in sede parlamentare che regionale. iamo preoccupati per la piastra logistica di Maratta la cui asta è andata nuovamente deserta nonostante le rassicurazioni ricevute in Regione qualche mese fa. Determinante sarebbero i lavori di bonifica per il sito Sin, in attesa ancora della bretella di Prisciano. Per Ast i nuovi assetti del Gruppo non mettano in discussione gli investimenti e la tenuta occupazionale del sito. Per Treofan è stato richiesto un piano industriale scritto che contenga riferimenti certi all’organizzazione, ai mercati di riferimento, agli investimenti, all’occupazione, ai rapporti della stessa Treofan all’interno del gruppo Jindal, all’organigramma e al valore aggiunto dei prodotti, volto ad un consolidamento e ad uno sviluppo dell’unità produttiva di Terni. Un progetto industriale coadiuvato anche dalle necessarie risorse economiche di investimento. La Sangemini del gruppo Ami è in concordato in bianco. Nonostante le rassicurazioni, la continuità aziendale ed occupazionale viene messe a repentaglio dalle scelte quotidiane dell’azienda che stanno logorando i lavoratori, in attesa dell’eventuale Piano di rilancio che necessariamente debbono tener conto di marchi storici come Sangemini, Amerino, Fabia, Grazia e Aura. Le istituzioni, a tutti livelli, dovranno giocare la loro parte».

Green new deal Nel comprensorio ci sono aziende che stanno operando verso la sostenibilità. Ecco quindi la necessità di sfruttare le risorse della programmazione europea 2021-2027 per avere una Terni più intelligente, una Terni più connessa, una Terni più verde, una Terni più sociale, una Terni più vicina alle persone. Le risorse ci sono. L’idea di trasformare Terni in laboratorio nel New green deal è quella appunto di aggregare tutti questi soggetti che già esistono, chiedendo ad ognuno con lo scambio delle buone prassi, realizzando un modello di Terni, non per spolverare vecchi slogan, ma davvero per trasformarlo nel cuore verde d’Italia nella doppia accezione. Ci sono le professionalità per riuscirci.Nelle aziende serve una nuova figura, quella del Responsabile alla Sostenibilità ambientale economica e sociale. E per questo va visto positivamente l’istituzione di un corso di specializzazione Its in economia circolare. La sfida è quella di coinvolgere tutti gli attori, associazioni datoriali, forze politiche, istituzioni che debbono sostenere questi temi per sostenere un nuovo modello di sviluppo per sostenere le nuove generazioni. Il green new deal deve passare anche attraverso un nuovo efficiente sistema di welfare: la salute è un bene comune e deve essere affrontata come tale, nessun sistema economico può sopravvivere senza una sanità pubblica forte e adeguata. Anche in Umbria è necessario il rafforzamento delle politiche sociali a partire da una legge sulla non autosufficienza che non può essere mortificata con ulteriori tagli come vorrebbero fare la Regione Umbria.

 

Export, ecco perché un apparente punto di forza dell’Umbria è in realtà uno di debolezza

di Elisabetta Tondini e Mauro Casavecchia*

Abbiamo detto più volte che la crisi economica da Covid-19 è particolarmente difficile da affrontare perché colpisce sia il versante dell’offerta che quello della domanda, interna ed estera. In particolare, la pesante flessione del commercio estero genera ripercussioni importanti sulle economie locali, non solo per quelle a forte vocazione esportativa, ma anche per le altre, comunque coinvolte in modo indiretto dal rallentamento della catena di produzione. Va ricordato infatti che l’export è una componente molto importante della domanda finale per la sua elevata capacità propulsiva sulla generazione di valore aggiunto. Non è un caso che le esportazioni siano state, per il paese, l’unica componente di domanda che nell’ultimo decennio ha contribuito ad attenuare i contraccolpi della recessione, contrastando la pesante perdita di impulsi generatisi sul fronte interno. Questo è vero soprattutto per quelle regioni a vocazione esportativa (l’area Nord Est ma anche le vicine Toscana e Marche) per le quali quello estero è un importantissimo mercato di sbocco; un po’ meno lo è per regioni più autoreferenziali come l’Umbria, sostenute prevalentemente dalla domanda interna.

L’export Oggi il rallentamento degli scambi internazionali sta assumendo dimensioni piuttosto preoccupanti. A livello nazionale, secondo le più recenti previsioni della Commissione europea, le esportazioni nel 2020 potrebbero diminuire del -13% (con un rimbalzo positivo stimato al 10,5% per l’anno successivo), ma la perdita pronosticata da Banca d’Italia si spinge al -15,4%. Naturalmente, la caduta della domanda proveniente dagli altri paesi colpisce settori economici e territori in modo differenziato. A essere più penalizzati sono i comparti manifatturieri più aperti al commercio internazionale. Tra quelli maggiormente esposti troviamo tessile-abbigliamento, apparecchi elettrici, macchinari, autoveicoli, alimentari e bevande, metallurgia, chimica, gomma e plastica. Tenendo conto della specializzazione esportativa umbra, per la quale i primi quattro settori (metallurgia, meccanica, moda e alimentare) da soli coprono oltre due terzi del totale, si prefigurano conseguenze fortemente negative sulle esportazioni regionali. Questo anche in considerazione del fatto che la domanda estera di prodotti umbri per i 2/3 proviene dagli stati dell’UE28 (la Germania da sola copre quasi un quinto dell’export totale umbro) e per un 10% ciascuno dagli Usa e dal continente asiatico.

L’Umbria In realtà, il grado di sofferenza derivante dal calo del commercio estero dipende non solo dalla struttura delle esportazioni e dalla variazione attesa della domanda estera per settori e per paesi, ma anche dal grado di apertura regionale (fatturato esportato su Pil), in Umbria notoriamente sottodimensionato. Combinando questi fattori è possibile arrivare a un indice sintetico in grado di rappresentare l’impatto derivante dalle variazioni della domanda estera. È quello che ha provato a fare recentemente Prometeia con il suo “indice di vulnerabilità” calcolato per le economie regionali. In base a queste elaborazioni, le regioni più esposte alle ripercussioni derivanti dalla contrazione della domanda internazionale sono Emilia-Romagna, Veneto e Toscana, mentre la meno penalizzata risulta essere la Calabria. Come si colloca l’Umbria? Per quanto riguarda il grado di apertura, la regione si piazza all’11° posto (con un valore di 0,46 in una scala da 0 a 1). Ma, data la sua struttura esportativa, sale in settima posizione (con 0,67) in termini di sensibilità alle variazioni della domanda estera. La sintesi di queste due informazioni è condensata nell’indice composito di vulnerabilità, che vede l’Umbria nella seconda metà della graduatoria al 13° posto con 0,57.

Vulnerabilità Come va letto questo suo posizionamento? Intanto va detto che la regione in fase di recessione risentirebbe di meno dello shock esterno, avendo una vulnerabilità alle variazioni dell’export più bassa della media, cosa che in prima battuta potrebbe essere letta come un relativo vantaggio. Tuttavia questo dato costituisce di fatto un elemento di debolezza, perché impedisce alla regione di beneficiare appieno del potere propulsivo della domanda estera nelle fasi espansive. Ricordiamo infatti che la porzione di valore aggiunto che rimane dentro l’Umbria a seguito dello stimolo generato dalla domanda finale è ben più alta nel caso delle esportazioni rispetto a quanto succede per la spesa per consumi delle famiglie e per gli investimenti.

Apertura Questa relativa bassa esposizione umbra agli shock esterni da domanda mondiale non dipende tanto dalla specializzazione esportativa, che risulta invece concentrata in settori particolarmente esposti, quanto da un grado di apertura alla domanda estera molto basso. Al riguardo, è emblematico il tradizionale sottodimensionamento del fatturato umbro realizzato all’estero, testimoniato da una incidenza sul totale nazionale che si mantiene strutturalmente intorno allo 0,9%, una quota molto al di sotto dell’1,3% espressa in termini di Pil. È vero che il rapporto tra il fatturato esportato sul Pil prodotto in Umbria ha raggiunto nel 2018 il 18,9% (il valore più alto di sempre), ma solo grazie all’eccezionale crescita delle esportazioni (+9%) in un quadro di quasi stazionarietà del Pil nominale. L’export umbro è poi tornato a calare nel 2019, in controtendenza a una performance italiana ancora in aumento. L’intensità della contrazione del commercio mondiale nel 2020, così come le aspettative di rimbalzo per il 2021, dipenderanno a ogni modo dalle dinamiche evolutive del contagio nei prossimi mesi.

*Agenzia Umbria ricerche

«Civici per», l’ex assessore Chianella chiarisce: «La mia adesione al Psi non è in discussione»

di Giuseppe Chianella*

Leggo con stupore in questi due giorni articoli di stampa che associano il mio nome a una costituenda formazione politica capitanata da Andrea Fora. Questa cosa nasce credo da un fraintendimento e forse anche da un equivoco nato negli ultimi giorni. Apprezzo l’esperienza di Andrea Fora con il quale ho avuto diversi incontri nel periodo di preparazione delle liste per le elezioni regionali e anche dopo, ma la mia storia socialista non è in discussione. Mi era stato detto, o almeno così avevo capito, che solo dopo il convegno di sabato al quale non ho partecipato, e più avanti nel tempo , si sarebbe discussa l’eventuale costituzione di una associazione dove anche esperienze politiche avrebbero potuto contribuire a iniziative utili alla comunità regionale e alle singole comunità locali. Sto invece registrando che così non è e ciò che si sta realizzando sembrerebbe una formazione dove persone con esperienze diverse confluiscono per dare vita a un soggetto politico. Quindi cosa diversa da una associazione politico-culturale, tutto ovviamente nella piena legittimità, ma non è una cosa che mi appartiene. La mia adesione al Partito socialista, ai suoi ideali, alla sua storia e alla sua cultura non è e non è mai stata in discussione. Sono iscritto al Partito socialista ininterrottamente dal settembre del 1973 (dopo l’uccisione di Salvador Allende) e ho nuovamente rinnovato la tessera nel dicembre scorso. Tra l’altro il Partito socialista in Umbria è impegnato in questi ultimi giorni alla definizione del tesseramento per poter poi celebrare i congressi provinciali e regionale e quindi rieleggere i nuovi organi del partito. Faccio pertanto i migliori auguri ad Andrea Fora e a coloro che sono coinvolti in quel percorso. Tanto si doveva.

*Ex assessore regionale

Superbonus del 110% su ristrutturazioni, occasione ghiotta ma occhio a ostacoli e truffe

di Diego Zurli

Il nutrito pacchetto di agevolazioni fiscali previste dal Governo a favore dei contribuenti che effettuano interventi sugli edifici per migliorarne le prestazioni antisismiche, energetiche o per il rifacimento delle facciate, costituisce una delle novità più importanti volte al sostegno e alla rivitalizzazione del settore immobiliare. Si tratta di misure introdotte a più riprese per via normativa con benefici fiscali diversificati che tuttavia hanno funzionato in misura limitata senza produrre quell’effetto di vero e proprio rilancio che i suoi promotori si erano proposti di ottenere.

Analizzarne in modo approfondito le ragioni richiederebbe ben altro spazio e, tuttavia, l’idea di fondo alla base dell’iniziativa è senz’altro meritevole di grande apprezzamento: l’Italia è infatti un paese che dispone di un patrimonio edilizio di media/bassa qualità – in particolare quello costruito negli anni del boom edilizio – e perciò migliorarne le prestazioni attraverso appositi incentivi è un obiettivo che merita di essere perseguito. Il “Decreto Rilancio” – il D.L. n. 34/2020 pubblicato il 19 maggio 2020 – introduce un ulteriore importantissima misura, il cosiddetto “superbonus” che, articolando ulteriormente le possibilità già previste consente come è noto una detrazione fiscale fino al 110% da recuperare in cinque quote annuali di pari importo. Si tratta di una operazione di notevole interesse che concilia le esigenze di riqualificazione urbanistico-edilizia con quelle di sostegno del settore immobiliare in grande difficoltà che la vicenda della pandemia ha reso ancor più critiche.

Evitando di entrare nei meandri della normativa ancora in via di definizione, trattandosi di un decreto-legge che non ha compiuto per intero il proprio iter parlamentare e che dovrà essere ulteriormente precisato attraverso ulteriori provvedimenti, vale la pena evidenziarne succintamente taluni aspetti fin qui emersi. Il punto di forza principale delle norme approvate dal Governo, oltre alla straordinaria appetibilità della detrazione del 110% cui si è fatto già cenno, è quello di operare ad ampio spettro interessando una molteplicità di interventi: da quelli più incisivi volti a migliorare il comportamento antisismico degli edifici che tuttavia presentano maggiori difficoltà per poter essere messi in atto, a quelli relativamente più leggeri diretti all’efficientamento energetico o al rifacimento delle facciate oltreché alla loro cumulabilità. Un ventaglio di opportunità che possono offrire preziose occasioni di lavoro a imprese, artigiani e professionisti in tempi tutt’altro che facili per chi fa questo mestiere. Inoltre, l’ampliamento della platea dei soggetti cui trasferire il credito d’imposta costituisce innegabilmente un ulteriore elemento in grado di superare alcune delle criticità osservate nelle precedenti esperienze.

Accanto alle notevoli opportunità emergono tuttavia alcuni punti di debolezza e, purtroppo, qualche rischio. Innanzitutto i tempi ristretti: l’arco temporale che consente di sfruttare gli incentivi si conclude con l’anno 2021, un periodo alquanto risicato che rischia di limitare fortemente l’ambito di applicazione del provvedimento considerati i tempi necessari ai procedimenti autorizzativi, alle pratiche da espletare ai progetti da redigere e infine dai lavori da eseguire. Occorre inoltre considerare che, ove la misura avesse il successo che merita, è assai probabile che il numero di imprese dotate di una adeguata capacità organizzativa chiamate tutte nello stesso periodo a occuparsi della realizzazione delle opere potrebbe risultare insufficiente. A quanto si conosce, sono allo studio in sede di conversione emendamenti volti ad allungarne il periodo di applicazione e all’ampliamento della platea dei soggetti beneficiari delle misure (ad esempio i soggetti Irap oggi in buona parte esclusi).

Un secondo punto critico è indubbiamente rappresentato dalle procedure. Occorre chiedersi infatti per quale motivo il nostro paese che dispone da anni degli incentivi più generosi d’Europa non riesce a far decollare gli investimenti in questo settore. La risposta a questa domanda non può essere banalmente quella più ovvia, ovvero la burocrazia. E’ chiaro che occorrerà maggiore coraggio per rimuovere gli ostacoli mettendo mano alle regole superando la propensione alla conservazione che caratterizza gran parte dell’amministrazione pubblica; l’intendimento manifestato dal Governo di approvare un pacchetto di norme volte alla semplificazione può essere una prima occasione per farlo ma – detto da chi di questo un po’ se ne intende – il vero problema sono le leggi, non la burocrazia: infatti quanto più le norme sono complicate, tanto più chi è chiamato ad applicarle o ad adeguarvisi tenderà a far scattare la “burocrazia difensiva” per cui anche strumenti come l’autocertificazione in capo ai professionisti diventano inefficaci (la vicenda della ricostruzione post-sisma dovrebbe insegnarci qualcosa al riguardo). In estrema sintesi, pertanto, più che il bisturi, occorre l’accetta, altrimenti il rischio di vanificare una grande occasione di rilancio, forse irripetibile, è molto forte.

C’è inoltre un altro punto debole nel meccanismo fin qui delineato: una volta definito ed autorizzato l’intervento, considerata la carenza di liquidità che caratterizza il tessuto delle imprese di piccola e media dimensione cessionarie del credito proveniente dai contribuenti, come si riesce ad ottenere il beneficio che scatta all’apertura del cosiddetto cassetto fiscale nei primi giorni di marzo dell’anno successivo? Poiché, come è chiaro, dall’esecuzione dei lavori all’inizio del ristoro fiscale possono passare molti mesi anche nel caso di ulteriore cessione del credito a soggetti terzi. Grandi player nazionali – principalmente aziende operanti nel settore dei servizi o in un immediato futuro istituti di credito – disponendo di grandi liquidità e di ampio spazio creditizio, sono già scesi in campo per offrire questa ultima opportunità (ovviamente a titolo oneroso). Ma il problema esiste e andrebbe affrontato adesso. Si tratta ad esempio di capire se e a quali condizioni il sistema bancario può intervenire nella fase transitoria anticipando, in base all’avanzamento dei lavori, la liquidità necessaria. Non mi sentirei peraltro di escludere in siffatte circostanze anche l’esposizione al pericolo di infiltrazioni o di usura.

Infine c’è il rischio dell’improvvisazione: si assiste in questi giorni al proliferare di soggetti abbastanza improbabili che avanzano ai cittadini interessati proposte fantasiose ben sapendo che, a tutt’oggi, non sono ancora ben chiari i meccanismi e le regole di funzionamento di un sistema piuttosto articolato che, in questa fase, richiede molta prudenza. L’auspicio è che il mondo delle imprese, attraverso le proprie organizzazioni, possa offrire ai propri iscritti il supporto necessario anche per evitare che, in un processo che arricchisce tutti, gli unici a non trarne benefici o a farne le spese siano proprio coloro che realizzano gli interventi.

Concludendo, le norme in corso di approvazione possono rappresentare una straordinaria opportunità per un comparto in profonda crisi. Regalare soldi – perché di questo si tratta – può tuttavia non bastare per rilanciarlo ed anzi può persino diventare dannoso laddove alcuni dei nodi evidenziati non vengano sciolti. La strada è piuttosto stretta ma con un po’ di coraggio può portare a risultati importanti e concreti.

Terni ad un passaggio storico, Cipolla: «Per Ast conta il piano industriale, non i nomi»

«La comunità ternana già fortemente penalizzata dalle ultime crisi, come più volte analizzato e denunciato dal sindacato, rischia di subire un ulteriore indebolimento sul versante economico e soprattutto occupazionale. Il contesto attuale e la fase che stiamo attraversando meriterebbe una attenzione maggiore da parte dei soggetti interessati che hanno a cuore le sorti del territorio». Questo il monito del numero uno della Cgil di Terni Claudio Cipolla, che in passato ha seguito in prima persona le vicende Ast a capo della Fiom. «Dovremmo avere tutti piena consapevolezza che la recente emergenza sanitaria causata dal Covid-19, per altro non ancora terminata, ci sta riconsegnando un tessuto produttivo, economico e sociale profondamente cambiato rispetto a quello di qualche mese fa». Da qui parte la sua riflessione

Claudio Cipolla «Non può sfuggirci la situazione di difficoltà che stanno attraversando molte lavoratrici e lavoratori nei diversi settori, soprattutto quelli della produzione, del manifatturiero, del turismo e del terziario dove, ancora molti, non hanno ripreso l’attività lavorativa. Questa situazione determina inevitabilmente una crisi sociale di dimensioni rilevanti, che necessita di una contrattazione per determinare interventi diretti sul disagio di giovani ed anziani. A tutto ciò si aggiungono le crisi e le vertenze aperte sul territorio, nel settore dalla chimica, dell’agroalimentare e non ultimo dei metalmeccanici, che vedono un amplificarsi delle problematiche anche a causa del contesto determinatosi in questi mesi. L’annuncio dell’avvio delle procedure di vendita di Ast, da parte della multinazionale più grande presente sul territorio, non rappresenta un fulmine a ciel sereno per il sindacato, ma preoccupa proprio a causa del contesto nel quale arriva. Siamo, a nostro avviso, di fronte ad un passaggio storico per il futuro delle produzioni ternane, che inevitabilmente condizionano, per quello che rappresentano, un tessuto economico e sociale più ampio».

Acciai speciali Terni «Per queste ragioni – prosegue Cipolla – auspichiamo che non si facciano fughe in avanti, che si coinvolga il governo ai massimi livelli e soprattutto che si compiano i passaggio corretti nell’interesse generale della comunità.Come ribadito anche ieri nell’incontro ministeriale, per quanto ci riguarda non abbiamo pregiudizi a discutere delle possibili soluzioni che saranno prospettate, ma intendiamo farlo nelle modalità corrette, in un rapporto di trasparenza con le persone che rappresentiamo e dando giudizi esclusivamente di merito, basati sul piano industriale che sarà presentato e che dovrà avere punti fermi sull’unitarietà del sito, sui livelli occupazionali diretti ed indiretti, sulle quantità dei volumi prodotti e sulle prospettive commerciali e di sviluppo.
È su questo piano che l’insieme dei soggetti interessati dovrebbe impegnarsi, con lucidità di analisi e senza posizioni precostituite, con l’obiettivo della salvaguardia del tessuto economico, occupazionale e sociale del territorio, senza rimanere alla finestra magari dando giudizi al termine dei percorsi, come spesso avvenuto in questi anni». Nei giorni scorsi il sindacato aveva già detto «no a soluzioni preconfezionate».