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lunedì 6 dicembre - Aggiornato alle 21:07

Treofan e Sangemini, destino da scrivere: «Troppa nebbia sui piani industriali»

di Daniele Lombardini, Fabrizio Bellini e Pierluigi Spinelli*
«Sarà un dicembre di attesa e speranze per tanti lavoratori dell’Umbria meridionale. Non solo di quelli che attendono gli sviluppi relativi alla vicenda Ast. Due importanti vertenze tengono in apprensione lavoratori e comunità territoriale: Treofan ed ex Sangemini.
Treofan La prima il cui piano di reindustrializzazione sembrerebbe legato, secondo quanto comunicato dal Mise e dal liquidatore ai sindacati, ad un paio di progetti definiti ‘complementari e non concorrenti’: uno legato al settore delle bioplastiche per il quale si fa ormai esplicitamente riferimento a Novamont, l’altro del quale sostanzialmente si sa ben poco, sia su oggetto che attori in campo (si va da una ipotesi di polo del riciclo della plastica allo stoccaggio dell’idrogeno). Poche informazioni, insomma, e tanta incertezza, nonostante le rassicurazioni della viceministra Todde. E a breve le scadenze della cassaintegrazione per la quale, è stato detto, ci sono risorse per una proroga. Sia per i circa 130 lavoratori che per i player che intendano partecipare alla reindustrializzazione del sito le tempistiche non sono affatto banali: gli impegni ‘nero su bianco’ costituiscono i presupposti necessari per il rinnovo della cassa integrazione e delle risorse attivabili del Pnrr.
Acque minerali d’Italia Non meno tensione tra i circa 80 lavoratori dell’ex Sangemini che aspettano il 16 dicembre per la ratifica dell’omologa del concordato, ma che ancora sono all’oscuro di quanto si voglia fare relativamente ai piani commerciali, quali saranno i ruoli dei marchi umbri, il rinnovo degli impianti, il futuro della ‘linea vetro’. Tutto ciò che qualifica la competitività del sito insomma. Anche in questo caso la Regione conferma la copertura finanziaria per cassa integrazione e formazione. Sullo sfondo la promessa di calendarizzare incontri futuri per condividere un percorso e pianificare la produzione del prossimo anno. Che nel frattempo è arrivato. Settori e storie diverse, ma con un denominatore in comune: una cappa di indeterminatezza e silenzi che i lavoratori non meritano. Una nebbia fitta non solo sui piani industriali, ma sulle reali risorse a disposizione. Più volte in questi giorni abbiamo assistito a dichiarazioni da parte della Regione che qualificano il rinnovo dell’Accordo di Programma (dopo più di 8 mesi di attesa) come panacea per tutti i mali, sia che si tratti di ammortizzatori sociali che di incentivi per creare nuovo sviluppo. Siamo sicuri che i fondi siano sufficienti per far tutto?
Politiche attive del lavoro Si parla poi molto spesso di formazione. Sarebbe interessante capire se gli interventi che saranno attivati saranno correlati agli stessi piani industriali in campo oppure se dietro alla funzione di politica attiva del lavoro non si nasconda in realtà un ennesimo ammortizzatore: due traiettorie con un respiro (compreso quello dei lavoratori e delle loro famiglie) completamente diverso. Il Partito Democratico intende mantenere alta l’attenzione su queste e altre crisi aziendali che purtroppo stanno interessando il nostro territorio. Oltre a batterci per la protezione dei nostri siti produttivi stiamo lavorando per costruire percorsi politici comuni insieme ad altre Regioni, forze politiche, associazioni, consapevoli che in mondo globalizzato solo la ricerca di soluzioni innovative e sostenibili possono contribuire a rafforzare lo sviluppo della nostra comunità. È nostra intenzione alimentare il dibattito a livello nazionale.
Pd Non ci rassegnamo infatti all’ostruzionismo che la Regione Umbria sta ponendo alle nostre proposte come quella di accompagnare le risorse aggiuntive relative all’area di crisi complessa con adeguate ulteriori risorse regionali per le piccole imprese e per le politiche attive del lavoro. E come quella di richiedere ai presidenti delle Regioni Lazio Marche e Toscana la convocazione di una formale e stabile conferenza interregionale sulle infrastrutture dell’Italia mediana al fine di attuare un coordinamento strutturato e rilanciare lo sviluppo dell’Umbria e di questa parte dell’Italia, cogliendo tutte le opportunità che il prossimo settennato di fondi europei e le risorse del Pnrr offrono come opportunità unica e irripetibile. Non comprendiamo il rifiuto del centrodestra umbro a tutti i livelli istituzionali ad impegnarsi a monitorare sin da subito questa difficile fase di transizione di fine anno coinvolgendo le istituzioni locali e le parti sociali. Per quanto ci riguarda stiamo già lavorando, in analogia con quanto fatto per la siderurgia, a dei momenti di approfondimento relativi a chimica verde, all’idrogeno ed alle nuove frontiere delle sviluppo sostenibile. Perchè ai silenzi, al giocare al nascondersi, preferiamo le proposte».
*Responsabile Lavoro segreteria regionale Pd Umbria, segretario Unione comunale Pd Terni, segretario federazione provinciale Pd Terni

«Nuovo piano sanitario da riscrivere: si dice di puntare sul territorio, ma i distretti passano da 12 a 5»

di Mario Bravi*

Quale futuro per la sanità in Umbria? Sicuramente non roseo. Ce lo dicono i dati drammatici sulle liste d’attesa, sempre più lunghi, tali da spingere le persone verso il sistema privato, con tasche sempre più asciugate dalla ripresa dell’inflazione e dal rincaro delle bollette in questo inverno che incomincia a mordere. Come faranno i 142 mila pensionati della provincia di Perugia a fare fronte a tutto ciò? Ricordiamo che oltre 121 mila anziani vivono, anzi sopravvivono, con meno di 1.000 euro al mese.

Sicuramente non aiuta in questa situazione il nuovo Piano sanitario regionale, preadottato dalla Giunta Tesei. Perchè questo piano, infarcito di parole inglesi, è vecchio, inadeguato e pieno di contraddizioni. Si dice di puntare sul territorio, mentre i distretti sanitari passano da 12 a 5, con aggregazioni territoriali che dimostrano una conoscenza dell’Umbria pari a zero (S.Giustino con Città della Pieve, Norcia con Nocera Umbra, Cannara con Pietralunga, ecc.).

Si dice: bisogna ridurre la catena di comando, ma i cittadini che vivono nei nostri territori, non sono fanti da ricollocare in caserma. Manca il personale, mancano gli investimenti soprattutto nella prevenzione e nella ricerca, nonostante il proposito di istituire l’Irccs. Serve un registro tumori. Non si dice nulla sui “medici di base”, niente sulla ”salute mentale”, che il Covid ha fatto emergere come problema rilevante per la nostra regione, niente sui consultori e sulla ginecologia.

E poi, non si precisano i ruoli e le funzioni dei singoli ospedali, nella logica della riabilitazione e della emergenza/urgenza. Manca il come costituire l’azienda ospedaliera universitaria e non si prevedono borse di studio per i “medici specialisti”. In questo quadro la Regione dell’Umbria non garantirà più i Lea (livelli essenziali di assistenza ) e questo va assolutamente evitato! Questo piano va totalmente riscritto, un piano suggerito da “alcuni stakeholders” (come appare nel testo).

Stakeholders significa letteralmente “portatori di interessi”, interessi che non sono evidentemente quelli dei lavoratori e dei pensionati, assolutamente non coinvolti, ma di chi pensa di fare della sanità umbra un’occasione di profitto. Non possiamo accettare questo piano inclinato della sanità umbra, se non ci sarà un cambio radicale, diventa necessario ricorrere alla mobilitazione delle forze sociali e dei cittadini.

*Mario Bravi segretario regionale dello Spi-Cgil

Azione Cattolica scrive alle prostitute di Terni e bacchetta il sindaco per l’ordinanza

di Azione cattolica italiana*

«Carissime sorelle, carissime donne, noi, uomini e donne della Presidenza diocesana dell’Azione Cattolica di Terni-Narni-Amelia, vogliamo dirvi tutto il nostro rispetto e offrirvi tutta la nostra amicizia; voi – come altri fratelli – non siete fuori dalla nostra comunità. Conosciamo o almeno intuiamo i ricatti vili e ignobili che spesso opprimono le vostre vite e avvertiamo come dovere denunciarli e porci al vostro fianco. Se non lo facessimo, non saremmo degni della liberazione che Gesù ha donato a noi e a tutti, e della quale Gesù stesso ci chiama in ogni momento e in ogni circostanza a essere responsabili senza eccezione alcuna».

Il maschilismo «Come voi, anche noi conosciamo il dramma di tutte le volte che in un gesto d’amore mettiamo un po’ meno di tutto noi stessi. Come voi anche noi a volte viviamo il nostro corpo come dono, mentre altre volte non ci riusciamo. Come voi anche noi a volte sentiamo forte il peso della vita e impossibile la fedeltà ai desideri più veri. Tante volte Gesù ci ha rialzato dalla polvere in cui altri ci avevano gettato o nella quale ci eravamo cacciati! … e quante volte anche con noi Gesù ha dovuto farlo di nuovo. La sua mano tesa, il suo sguardo dolce, la sua parola possono avere mille nomi, ma sono per tutti. Quello stesso Gesù ci chiede anche franchezza e passione per la giustizia. Per questa ragione sentiamo il dovere di dire pubblicamente che leggi e norme devono essere accettate solo se efficaci, se non si fanno aggirare spostandosi di cinquecento metri; solo se giuste, se non lasciano nella penombra le responsabilità dei maschi e del maschilismo nel mercato del sesso; solo se non difendono il pudore in un caso e non in altri dieci, pudore ferito nelle nostre strade anche altrimenti; solo se non ripetono il già prescritto, con una ripetizione che evidentemente ha scopi solo in piccola parte propriamente giuridici».

Libertà e giustizia Sorelle nostre, perdonateci per le volte che vi abbiamo scansato preferendo mantenere il nostro passo, dettato da pregiudizi e piccole preoccupazioni, e private del vostro bene e della benedizione del Signore su di voi. Vogliamo, sollecitati dal Vangelo, imparare a camminare insieme verso un po’ più di libertà e di giustizia. E voi, concittadine e concittadini ternani: riprendiamo insieme e con più forza l’impegno per la qualità civile di tutte le nostre istituzioni pubbliche: di quelle politiche, certamente, ma anche di quelle della famiglia, della scuola, della Chiesa e delle comunità religiose, delle imprese e altre ancora. Rialziamoci e riprendiamo il cammino senza lasciare per strada nessuno. Ascoltiamoci di più gli uni con gli altri, prestiamo attenzione a quanto accade, condividiamo le speranze più autentiche e facciamone tessuto di una amicizia civile più forte».

*Presidenza Diocesana Azione Cattolica Terni Narni Amelia

L’Umbria rischia di perdere i fondi del Pnrr: siamo in ritardo e con un progetto sbagliato

di Nicola Preiti
coordinatore provinciale Italia Viva

È in arrivo la prima tranche di fondi della missione 6- Salute del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Le Regioni hanno ricevuto la proposta di riparto del Governo, dettagliata per risorse, per obiettivi e tempistica di realizzazione degli interventi. Siccome è prevista anche la sospensione e la revoca dei contributi in caso di mancato rispetto degli impegni, non c’è tempo da perdere. E, purtroppo, l’Umbria appare già in ritardo perché il Pnrr regionale varato ad aprile risulta completamente avulso da quello nazionale. Si impone quindi il suo immediato adeguamento, per non perdere le risorse e garantire un futuro alla sanità dell’Umbria.

La proposta nazionale fissa specifici interventi, nell’ambito della Missione 6, per una spesa complessiva di euro 8,042 miliardi. All’Umbria sarebbero assegnati oltre 108 milioni di euro così distribuiti, con arrotondamento: 27 milioni per realizzare 18 case di comunità; 1,5 milioni per 9 centrali operative territoriali (Cot); 1,5 milioni per l’informatizzazione, connessione aziendale e device; 13,4 milioni per la costruzione di 5 ospedali di comunità; quasi 19,5 milioni per la digitalizzazione dei dipartimenti di emergenza-urgenza (dea). 16 milioni per l’acquisto di grandi apparecchiature tecnologiche negli ospedali; 8,5 milioni più 19,4 (del fondo Pnc) per ristrutturazione con adeguamento alle norme sismiche degli ospedali; 0,46 milioni per garantire quattro nuovi flussi informativi; 1,2 milioni per garantire la formazione ai sanitari. Di fronte a questi obiettivi dettagliati con tanto di controlli semestrali, se si guarda il Pnrr Regionale dell’Umbria, l’apprensione sorge spontanea.

Nel piano regionale non si rileva nessuna organicità progettuale, nessun disegno complessivo di riorganizzazione del sistema sanitario in coerenza con il Pnrr nazionale, ma un calderone di vecchi (e spesso già falliti) progetti, con uno sbilanciamento su allucinogene spese edilizie e la mancanza del rilancio organizzativo e dei servizi del territorio. E il piano sanitario regionale di cui tanto si parla, non può sostituire questa progettualità, ma dovrebbe integrarla.

Rimanendo ai progetti finanziati in questa prima tranche nel Pnrr dell’Umbria, a voler essere ottimisti si possono rilevare (forse) 7 case di comunità, invece di 18 che è l’obiettivo nazionale per ottenere le risorse. Si ritrova il progetto di 1 Cot invece di 9. L’adeguamento sismico è velleitario. L’informatizzazione è un generico buon proposito senza progetti definiti. Della digitalizzazione dei dea di I e II livello non se ne parla proprio. Le grandi apparecchiature da sostituire non sono definite. E si potrebbe continuare.

Ora, alla luce di ciò, è chiaro che se i progetti non saranno coerenti con quello nazionale saranno bocciati e quindi l’Umbria perderà risorse e opportunità. Per la sanità sarebbe il declino definitivo. Italia Viva chiede alla giunta regionale di aprire un confronto con tutte le forze politiche e sociali della regione per adeguare immediatamente il Pnrr regionale. Il destino della sanità umbra riguarda tutti i cittadini e non può essere pregiudicato da scelte sbagliate. Che sarebbero purtroppo definitive

Lettera di due genitori: nostro figlio finalmente sorride alla vita grazie alla sanità umbra

Una lettera firmata da parte di due genitori, Andrea e Valentina Bigini, è giunta alla redazione per una felice storia di sanità umbra. Un in bocca al lupo al piccolo Lorenzo da parte di Umbria24

La lettera integrale

Mio figlio Lorenzo ha un anno, gioca, ride, cammina spedito e frequenta l’asilo nido. Un bimbo sano e felice. Ma non è stato sempre così. Io e mia moglie abbiamo vissuto momenti drammatici e se oggi Lorenzo è il ritratto della salute lo dobbiamo al professor Marco Prestipino, primario del reparto di clinica Chirurgica pediatrica del Santa Maria della Misericordia di Perugia.

Lorenzo è infatti nato con la atresia esofagea, una malformazione congenita che colpisce un neonato su 3500 ed è di difficile diagnosi prenatale. Ad essa, nella maggior parte dei casi, si associano altre problematiche che possono risolversi soltanto se si interviene chirurgicamente. Lorenzo, prima di guarire, è stato sottoposto a tre interventi dal professor Prestipino tutti risolti con successo. Ma non voglio rimarcare soltanto la competenza e la professionalità di altissimo livello di cui l’Umbria deve essere fiera, ma anche lo spessore umano che accompagna il suo operato ventiquattro ore su ventiquattro. Come papà, anche a nome di mia moglie, rivolgo quindi un ringraziamento sincero al professore che sta guidando una squadra che da lui può trarre insegnamento professionale e umano.

Ordine del giorno sulla violenza di genere, dieci associazioni a Romizi: «È grottesco, ritiratelo»

Pubblichiamo la lettera aperta, firmata da dieci associazioni, inviata al sindaco di Perugia Andrea Romizi e al consiglio comunale a proposito dell’ordine giorno, presentato da due consiglieri di maggioranza e approvato martedì dalla commissione Cultura, intitolato «Finché violenza non ci separi».

La violenza non va in vacanza è uno slogan utilizzato, in particolare d’estate, per mantenere viva l’attenzione sul tema della violenza di genere. Il Comune di Perugia, invece, vorrebbe realmente mandare in vacanza “per staccare la spina” le donne che subiscono violenza, peraltro insieme ai compagni violenti. Il Comune di Perugia, con l’ordine del giorno «Finché violenza non ci separi» strumentalizza il tema della prevenzione e formazione per raccogliere consenso e propone, in maniera artatamente confusa, una serie di interventi che hanno più il fine di riconciliare le coppie che quello di interrompere il ciclo della violenza.

L’APPROVAZIONE DELL’ORDINE DEL GIORNO

La proposta così formulata è in contrasto con la normativa internazionale, nazionale e regionale sul tema della violenza di genere che vieta la mediazione, ed è in palese contrasto con i protocolli sottoscritti dallo stesso Comune di Perugia con altri enti e associazioni. La gravissima e pericolosa derubricazione della violenza di genere a conflitto di coppia conduce di fatto alla normalizzazione fino alla negazione della violenza maschile contro le donne.

In maniera grottesca si propongono viaggi e vacanze, gadget e visite ai musei: «Per rendere ancora più appetibile alle coppie l’adesione all’iniziativa, si potrebbe pensare di legare l’adesione a qualche benefit o gadget forniti da qualche sponsor del progetto, visita gratuita a qualche museo, teatro etc». La proposta si articola in tre punti che dovrebbero impegnare giunta e sindaco nel contrasto alla violenza di genere.

Al primo punto si vuole intervenire sulla formazione, ma guai a parlare nelle scuole di violenza di genere, si preferisce collegare, in maniera quasi ineluttabile il bullismo con un «futuro violento in ambito di convivenza e familiare». Non si propone una formazione che parli ai/alle giovani di rispetto e parità, ma si vorrebbe “imporre una seria riflessione sulla motivazione che inizialmente affascina anche alcune delle potenziali future vittime».

Non ci stancheremo mai di ripetere che le donne non scelgono la violenza, la subiscono, hanno difficoltà a riconoscerla prima e ad allontanarsi dalla persona con la quale hanno una relazione affettiva, dopo. Non subiscono violenza da uno sconosciuto (giova forse ricordare la distinzione con il reato di rapina), ma da una persona della quale si sono fidate, con la quale hanno, in alcuni casi, cercato di costruire una famiglia, con aspettative e speranze poi disattese. Sono intrappolate in quella che viene definita una spirale per meglio far comprendere la difficoltà a uscirne.

Al secondo punto, secondo i proponenti, la formazione «ai ragazzi» dovrebbe essere appaltata per intero alle forze dell’ordine e dovrebbe avere un «taglio estremamente pratico». Senza voler sminuire il lavoro che le forze dell’ordine svolgono quotidianamente e le tante situazioni che si trovano ad affrontare, la formazione scolastica e i percorsi formativi più in generale devono essere caratterizzati da una corretta lettura del problema che vada alla radice dei pregiudizi e lavori sugli stereotipi sociali e culturali, attraverso la conoscenza approfondita degli studi di genere e un approccio alla materia che non può non essere femminista.

Con il terzo punto si mira a creare percorsi prematrimoniali che dovrebbero far emergere «indicatori che caratterizzano rapporti sbilanciati o malati…  allo scopo di informare e formare dando magari consapevolezza a chi è già dentro il tunnel della paura». Ebbene, se durante questi ipotetici corsi prematrimoniali emergessero situazioni di violenza – che si preferisce definire rapporti sbilanciati –  o se la donna maturasse la consapevolezza che è già dentro il tunnel (non la spirale) della paura (non della violenza) che si farebbe? Secondo i proponenti si mandano in vacanza le coppie: «Si potrebbe ipotizzare, in ambito di edilizia popolare, la possibilità di riservare qualche piccolo spazio da utilizzare a tempo determinato, da destinare a partner di coppie in crisi… potrebbe avere una sua utilità la formula della vacanza presso appartamento di altro comune (in formula di scambio con appartamento del Comune di Perugia) per …staccare la spina…».

Appare superfluo anche commentare quanto scritto dai consiglieri comunali se non fosse che iniziative di questa natura, qualora venissero prese in considerazione, arrecherebbero seri e concreti pregiudizi all’incolumità di donne e minori che vivono in contesti violenti. La presa in carico di tali situazioni necessita di competenza e professionalità; nel documento si confonde non solo il conflitto con la violenza, ma anche il piano della formazione, della prevenzione e della presa in carico di chi subisce violenza, in un moltiplicarsi di errori di metodo oltre che di diritto, fino ad arrivare a sostenere che «le persone (non le donne) oggetto (!) di violenza quando denunciano, sono spesso vittime anche di un percorso giudiziario e/o di assistenza che non dà risposte efficaci», accusando così, in un atto istituzionale, le autorità giudiziarie di incompetenza e inefficacia.

Da ultimo, non possiamo non evidenziare come le associazioni che da anni in Umbria lavorano su prevenzione e contrasto della violenza di genere e maschile contro le donne, con dedizione, competenza e professionalità, non siano state volutamente audite in Commissione, nonostante le richieste da parte dei componenti della stessa. Al loro posto sono state interpellate associazioni che hanno altre mission e poca, se non nulla, esperienza in materia, ascoltando le dichiarazioni rese in audizione.

Molto altro ci sarebbe ancora da dire sull’ordine del giorno e sugli interventi che hanno accompagnato le audizioni in Commissione comunale, poiché la proposta si colloca fuori da qualunque seria cornice di intervento sul tema della violenza di genere, per il linguaggio utilizzato e per le proposte inadeguate di intervento, ma confidiamo in una lettura del testo da parte di tutte e tutti che permetterà anche a chi non ha una formazione specifica di capirne i limiti e i pericoli.

Alla luce di tutto ciò, sentiamo la necessità di rivolgerci al sindaco e al consiglio Comunale affinché non si ripetano episodi simili e venga immediatamente ritirato l’ordine del giorno, poiché va nella direzione di disconoscere la violenza e danneggiare il lavoro pluriennale di associazioni e centri antiviolenza da sempre al fianco di donne e minori.

RU2020 Rete Umbra per l’autodeterminazione
Udi Perugia
Liberamente Donna Ets
Terni Donne
RAV Rete delle donne AntiViolenza Onlus
L’Albero di Antonia Aps
Forum Donne di Amelia
Omphalos LGBTI
Donne contro la guerra Spoleto
Coordinamento Donne CGIL Umbria

Alghe maleodoranti al Trasimeno: nel ‘500 si sentivano fino a Perugia. La scoperta

di Giampietro Chiodini

Il recente episodio delle alghe dei fondali del lago Trasimeno spinte a riva dal vento e rese nauseabonde dal sole ancora cocente di settembre, ha indotto molti di noi a ipotizzare cause diverse e scenari allarmanti. Che spaziano dagli effetti imprevedibili dei cambiamenti climatici in atto, alle prime avvisaglie di un prosciugamento dello specchio d’acqua, previsto dagli esperti a lunghissimo termine. Ma la storia millenaria del nostro lago ci offre una testimonianza autorevole che dovrebbe rasserenare gli animi, anche dei più pessimisti.

Quella drammatica testimonianza L’architetto bolognese Cipriano Piccolpasso, che lavorò in Umbria dal 1558 al 1575 su incarico del Papa, ci ha lasciato, in proposito, una memoria, molto più scioccante e perfino difficile da credere, su quanto da lui stesso osservato in una calda estate di quasi cinque secoli fa. “… Questo lago – scrive Piccolpasso in un italiano antico ma facile da capire – genera cattivo aiere, massimamente nella parte rivolta verso il Chiugi e Castiglione, là dove poco invecchiano gli huomene…. E’ si fatta la noia de l’aria, la state in quel luogo, che a fatiga vi si può tenere aperti gli occhi e passarne un giorno senza grandissima doglia di testa; ha cattivo odore e calde acque… A certi tempi, al tirar d’un certo vento che porta quell’aria a Perugia, le case della città volte a quella banda potano di gravezza di testa li suoi habbitatori e di mille altre ansietà”.

Fino a Perugia La descrizione, da Inferno dantesco, si riferisce, evidentemente, a episodi non di breve durata che, già allora, prefiguravano un possibile prosciugamento dello specchio d’acqua. Un evento già temuto anche duemila anni prima. Come dimostra l’intuizione del glottologo ed amico, professor Augusto Ancellotti dell’Università di Perugia, che studiando le antichissime Tavole di bronzo conservate a Cortona, ha ricostruito l’etimologia del nome Trasimeno in “Tàrsmeno”, un termine di epoca preromana tradotto in “quello che si asciuga”. Ma il racconto di Piccolpasso ci rassicura su un altro aspetto, per noi importantissimo. Quella situazione che generava un’insopportabile emicrania, perfino agli abitanti di Perugia distanti venti chilometri dal lago, non si verificò in un periodo di acque particolarmente basse e di siccità come oggi. Tutt’altro. Negli anni di Piccolpasso il livello del lago, ricostruiti magistralmente dall’amico Ermanno Gambini, era mediamente di quattro metri più alto di adesso e continuò ad aumentare di un altro metro fino al 1600. Questo comportava due fenomeni certi. Le abitazioni dei centri rivieraschi di San Feliciano e di Passignano rimanevano per lunghi periodi sotto un’acqua, stagnante e maleodorante.

Gli interventi Il vecchio emissario di San Savino (La Cava), realizzato nel 1420 da Braccio Fortebraccio per risolvere lo stesso problema, si dimostrò quasi subito incapace di far defluire le acque verso la pianura di Magione. Di conseguenza, altre inondazioni si ripresentarono più volte in tutta la loro drammaticità, come nel 1770 e particolarmente nel ventennio 1810-1830. Fu allora, 180 anni fa, che le autorità pontificie – a fronte della prolungata interruzione della strada principale di Passignano, invasa continuamente dalle acque, come attestava già la vecchia lapide di via Nazionale – decisero di trasferire la Pretura a Magione. Fu uno sgarbo politico che gli abitanti di Passignano poco gradirono, ma del quale dovettero prendere tristemente atto. Perché la stessa situazione di acque alte e stagnanti si ripresentò minacciosa ancora nel 1887. Erano gli anni in cui l’onorevole Guido Pompilj, tirato per la giacca da due schieramenti opposti: quelli che volevano risolvere il problema prosciugando definitivamente il lago, facendone circa 1.000 poderi da coltivare; quelli che il Trasimeno volevano salvarlo, magari ricavandone anche un po’ di terre fertili lungo le rive, decise di realizzare il nuovo e moderno canale sotto il colle di San Savino. Il lago era finalmente salvo dalle continue inondazioni che in meno di cinque secoli avevano portato a realizzare due emissari, ma non certo dall’aumento delle temperature e dalla diminuzione delle piogge di questi ultimi tempi.

Ast, Federmanager in pressing sul Mise: «Il confronto non può aspettare l’Antitrust»

di Federmanager Terni*

Anche nella vicenda dell’acquisto di Acciai Speciali Terni (Ast) dalla Finarvedi non si può non fare tesoro delle esperienze passate. È per questa ragione che troviamo difficile essere d’accordo con la viceministra Todde la quale, subito dopo la notizia del nome dell’acquirente, ha proposto un tavolo ministeriale per seguire i vari step solo dopo la pronuncia dell’Antitrust Italiano ed Europeo.

Acciaieria Alla Onorevole deve essere sfuggito che Terni ha subito sulla sua pelle brutte esperienze seguendo queste linee comportamentali. Nel 2013 c’era un acquirente, un piano industriale ed un progetto articolato in cui Terni, nell’ambito delle politiche strategiche e commerciali di Outokumpu aveva un ruolo primario. Ci siamo seduti, abbiamo aspettato la decisione dell’Antitrust europeo talmente sicuri che non si prospettavano problemi (tanto che il nostro Antitrust nazionale non ha neanche partecipato all’incontro conclusivo di tutte le Agenzie dei paesi interessati) con la conseguenza di costringere la ThyssenKrupp al riacquisto. E naturalmente a farne le spese fu ancora una volta Terni.
Non commettiamo lo stesso errore oggi. Il tavolo e le procedure di monitoraggio del periodo di passaggio vanno attivate subito e ben prima delle decisioni dell’Autorità per la concorrenza.

Il cronoprogramma È nostra convinzione che il Governo con il confronto delle parti interessate vigili e sia protagonista di indicazioni nelle seguenti fasi: 1) L’analisi delle Autorità per la concorrenza sia italiana che comunitaria al fine di verificare che i perimetri degli asset interessati e le prescrizioni formalizzate nel 2014 con le quali veniva creato il 4^ player europeo, vengano rispettati sia dal venditore che dall’acquirente; 2) La fase di passaggio fino alla conclusione della procedura di vendita venga resa trasparente attraverso adeguate informazioni o l’istituzione di un soggetto supervisore (monitoring Trustee) sia in relazione agli investimenti industriali e ambientali che alle politiche commerciali; 3) L’indicazione di almeno una sintesi del progetto di massima presentato dall’acquirente che ne ha determinato la scelta.

Acciai speciali Terni Chiedere di conoscere e di confrontarsi su un piano industriale dell’Acquirente è sicuramente necessario con i tempi e nelle modalità che un accordo tra soggetti privati consentirà. Ma farlo quando i giochi sono conclusi può essere altamente pericoloso come i precedenti ci insegnano. Per questo concordiamo pienamente con le OO.SS. che hanno chiesto una urgente e tempestiva apertura della fase di confronto e sarebbe auspicabile che a questa partecipasse anche il Ministro competente anche per meglio inquadrare l’acquisto della realtà produttiva dell’inossidabile all’interno del tanto richiamato piano per la siderurgia nazionale di cui, fino ad ora, non si è visto traccia.

*Associazione di categoria che rappresenta manager e alte professionalità delle aziende produttrici di beni e servizi

Dopo la cessione di Ast ad Arvedi è tempo di premere l’acceleratore sul tema delle infrastrutture

di Daniele Lombardini*

La vicenda relativa all’acquisizione di Ast da parte di Arvedi e tutte le attese per il nuovo piano industriale, rilanciano le aspettative della nostra Regione e del sistema industriale umbro, in particolar modo quello dell’Umbria meridionale, sulla partita delle infrastrutture e della logistica. Non servono infatti manuali di economia per comprendere come, senza un’adeguata infrastrutturazione del territorio, qualsiasi progetto di sviluppo economico e di creazione di benessere diffuso parta svantaggiato. Sembra infatti complicato immaginare una proiezione nei mercati internazionali se rileviamo ancora innumerevoli criticità negli spostamenti interni di poche centinaia di km.

Spesso viene ricordato – anche se non sempre appare percepito fino in fondo dalle classi dirigenti del paese – che l’Italia è il secondo paese manifatturiero d’Europa dopo la Germania. Un’Italia però lontana dal podio quando vengono prese in considerazione le condizioni di contesto, cioè quelle che consentono alle nostre merci di essere consegnate nei mercati di destinazione: infatti, mentre alla Germania l’Osservatorio della Banca mondiale attribuisce il primo posto nella classifica 2018 sull’efficienza logistica (il Logistic performance index), all’Italia spetta solo il 19esimo.

L’Umbria rispetto al quadro italiano purtroppo non si colloca in controtendenza e il sistema industriale regionale aspetta da troppo tempo delle risposte. La giunta Tesei è ferma alle buone intenzioni e, sostanzialmente, attraverso l’assessore al ramo già ha esplicitato l’impossibilità di una progettazione (lungi dal parlare di realizzazione) a medio termine relativa alle emergenze più stringenti. Se il Governo auspica davvero uno sviluppo del settore industriale in quanto considerato strategico per il sistema paese, allora è il tempo di premere l’acceleratore sulla questione collegamenti.

Ed è proprio la questione Ast, con la cessione della relativa organizzazione commerciale in Germania, Italia e Turchia a ricordarci che se da un lato scontiamo un pesante ritardo, dall’altro abbiamo davanti a noi una chiara opportunità: quella di una riflessione interregionale su quella dotazione infrastrutturale complessiva in grado di connettere le aree interne con Civitavecchia, Ancona, Livorno, Trieste, Genova. Uno sforzo comune di “area vasta” tra istituzioni, forze politiche e sociali che abbia la capacità di segnare un passaggio fondamentale della storia dello sviluppo delle nostri territori.

È il tempo di scelte selettive e di risposte certe sulle direttrici che congiungono l’Umbria ai porti del Tirreno e dell’Adriatico, di una tempistica affidabile relativa alla Orte-Falconara-Ancona, di Alta velocità realmente fruibile (visti anche i recenti insuccessi su Orte), di un sistema ferroviario adeguato ad una movimentazione dei manufatti fra Terni e Spoleto, di percorsi dedicati e in sicurezza per i carichi eccezionali, del completamento della Terni-Orte-Civitavecchia (i 18km tra Monte Romano e Civitavecchia), di una E45 che non riversi in uno stato di perenne manutenzione, di un ruolo definito delle piastre logistiche, del completamento della bretella di San Carlo, di una implementazione delle autostrade digitali per le aziende.

Serve l’impegno di tutti e uno sforzo nell’attivazione di risorse e progetti integrati sul territorio. A sette mesi dalla scadenza dell’Accordo di programma, nonostante una mozione approvata all’unanimità in Consiglio regionale e le rassicurazioni da parte dell’assessore allo Sviluppo economico dell’avvio delle interlocuzioni con il Mise, non c’è stato nessun aggiornamento sulla questione Area di crisi complessa Terni-Narni per il rilancio e riqualificazione industriale dei comparti siderurgico e chimico: uno strumento che andrebbe ulteriormente rafforzato, in una prospettiva territoriale più ampia, dedicata proprio all’architettura infrastrutturale e logistica del territorio e declinata con politiche rivolte alla mobilità urbana, all’ambiente e alla formazione.

Un’Area che, nello spirito del Pnrr, può affrancarsi da un profilo di crisi e intraprendere la strada della transizione; il Pnrr, appunto. Quello elaborato dalla giunta Tesei, privo di un’idea di Umbria (e quindi privo anche di un’idea di sistema industriale e di una identità dello sviluppo regionale), appare, anche agli occhi più inesperti, un contenitore frettolosamente assemblato con una distanza evidente dalla logica sottesa nel piano nazionale… e quindi difficilmente finanziabile nelle sue linee. Dove sono, inoltre, quegli interventi volti a migliorare il tessuto urbano, innovare i servizi, incrementare l’attrattività per nuovi player e la crescita dimensional-qualitativa delle nostre imprese?

Per chi crede nelle potenzialità del nostro sistema industriale, nell’impegno di cercare un equilibrio tra competitività e rispetto ambientale, nello sforzo di migliorare il know how tecnologico delle nostre imprese è il momento di rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono ai protagonisti del lavoro dei nostri territori di acquisire commesse importanti e di giocare le sfide del presente e del futuro.

*Responsabile Lavoro e digitalizzazione Pd Umbria

Scale mobili chiuse: passeggini volanti e turisti con i trolley in spalla. È questo il ‘benvenuto’ di Perugia?

Riceviamo e pubblichiamo la lettera che ha inviato al nostro giornale David Brunelli, noto avvocato e Professore di Diritto Penale all’Università di Perugia, a proposito di una questione riguardante le scale mobili di piazza Partigiani.

di David Brunelli
La via pedonale di accesso alla città di Perugia largamente più frequentata dai turisti è senz’altro il corridoio che collega il parcheggio di Piazza Partigiani al percorso delle scale mobili della Rocca Paolina. Non per niente il corridoio è tappezzato dal messaggio di «benvenuto» al visitatore scritto in tutte le lingue. Purtroppo però da un paio di anni il messaggio è contraddetto dallo sbarramento che circonda la prima rampa di scala mobile in salita e che costringe l’incupito visitatore a inerpicarsi lungo la parallela scala pedonale concepita per la sola discesa.

Trolley e passeggini È ricorrente per chi, come me, si trova a passare più volte al giorno in quel pertugio imbattersi in viaggiatori che debbono imbracciare pesanti trolley per affrontare le scale in salita, o in genitori affannati che, stando anche ben attenti al traffico di pedoni in discesa, sono costretti a collaborare per afferrare il passeggino del figlioletto dal davanti e dal di dietro e condurre entrambi (passeggino e figlioletto) al piano strada. E questo per i più fortunati. Perché se invece i figlioletti sono due o il genitore solo uno l’affare si complica e la collaborazione va chiesta al passante occasionale.

Commenti pesanti Capita poi anche di ascoltare i commenti pesanti che inevitabilmente sfuggono ai malcapitati. Non so di chi sia la responsabilità di questa sconcezza, che da tempo tradisce vistosamente il «benvenuto» e deturpa sin da subito l’immagine della città. So però che è irresponsabile non darsi da fare per superare senza ulteriore indugio qualunque ostacolo burocratico si frapponga al ripristino del funzionamento della infrastruttura. Come diceva una bella canzone di qualche anno fa, è da questi particolari – che poi tanto particolari non sono – che si giudica un’amministrazione.