di Danilo Nardoni
Dalla fase dell’emergenza a quella del restauro. Per i beni culturali della Valnerina colpiti, feriti, umiliati e, molto spesso, danneggiati seriamente dal terremoto c’è un luogo che per il momento li coccola e dove vengono curate le prime ferite. Obiettivo, restituire al più presto questo patrimonio, simbolo dell’identità di queste terre, alla sua fruibilità. Varcando la soglia di questo grande spazio, il deposito a Spoleto voluto dalla Regione Umbria e dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, sembra proprio di entrare in un ospedale. Ad accoglierti gente in camice bianco, ma non sono medici. Sui “lettini” non ci sono persone ma tantissime opere d’arte che rendono bene l’idea, subito a prima vista, di quanto il sisma ha lasciato il segno, oltre che naturalmente alle persone e alle cose, anche al ricco patrimonio culturale di questa parte di Umbria.
Oltre 4.400 opere Sono oltre 4.400 le opere danneggiate dal sisma che si trovano al momento all’interno deposito, aperto dal 2008, ma utilizzato per la prima volta solo in quest’occasione. La struttura in località Santo Chiodo ospiterà poi dal 20 febbraio anche un laboratorio di restauro che sarà allestito con l’Opificio delle pietre dure (Opd) di Firenze, un istituto autonomo del Ministero, e grazie al supporto finanziario della Fondazione cassa di risparmio fiorentina. «È un cantiere per la messa in sicurezza e schedatura conservativa delle opere, tra dipinti, sculture, arredi, tessuti e migliaia di cassette con materiale archeologico», afferma proprio il soprintendente dell’Opd Marco Ciatti in occasione della visita del ministro Dario Franceschini che lunedì 30 gennaio è stato accompagnato dalla presidente della Regione Umbria Catiuscia Marini, dall’assessore regionale alla cultura Fernanda Cecchini, e dalla vice presidente della Camera dei Deputati, l’on. Marina Sereni.
Bloccare il deterioramento In accordo con il Mibact, nel deposito sono quindi custodite le opere e i tesori recuperati – in cinque mesi e nelle zone umbre terremotate – da chiese, palazzi, archivi e biblioteche colpiti dal sisma. Qui dentro al momento non si fanno distinzioni. Tutto viene raccolto senza guardare alla qualità del reperto: a terra o appesi ci sono, tra le altre cose, crocefissi lignei, le campane della torre civica di Norcia, i resti dell’orologio di Castelluccio, grandi e piccoli dipinti, pezzi di ogni sorta. Quelli all’ingresso sono ancora ricoperti dalla polvere, pronti per essere curati con un primo intervento. Nel magazzino interno c’è poi il secondo ricovero, dove l’opera può “riposare”. È ancora Ciatti a spiegare l’attività che si fa qui dentro, a servizio poi della Soprintendenza dell’Umbria per il restauro finale: «Una volta ripresi in mano tutti i pezzi si tolgono le fonti di degrado e vengono fatti interventi minimi di manutenzione che bloccano questo deterioramento. Successivamente c’è una schedatura di tipo conservativo, si accertano quali sono i danni e alla Soprintendenza si indica cosa c’è da fare in futuro». Il laboratorio di restauro prenderà il via il 20 febbraio con l’arrivo di 10 diplomati restauratori per un servizio che per Ciatti «consentirà poi alle Soprintendenze e ditte di restauro di lavorare nel migliore dei modi». «Un’attività – ha aggiunto – che può essere paragonata a quanto può fare un pronto soccorso prima che il paziente entri in sala operatoria».
Nuovo metodo di lavoro Per Tiziana Biganti, responsabile dell’unità di crisi del Ministero per la messa in sicurezza del patrimonio artistico, il lavoro che si fa nel deposito «è anche l’occasione per l’Umbria di sperimentare un nuovo metodo di lavoro». «Siamo al 95% di prelievi effettuati e quindi siamo quasi al termine» osserva invece Margherita Romano, responsabile dell’organizzazione prelievi e parlando dell’opera di recupero del patrimonio danneggiato nei luoghi del sisma, che poi aggiunge: «Ci sono però ancora situazioni appese, difficoltose e non ancora concluse, tenendo fuori comunque i casi delle chiese crollate in cui il recupero è casuale. Inoltre, la situazione della bassa Valnerina è ancora da analizzare bene ma non ci sono segnalazioni evidenti».
Qualità e competenza Anche la presidente della Regione Umbria, Catiuscia Marini, durante la visita del ministro Franceschini al deposito di Santo Chiodo di Spoleto ha voluto ricordare «quanto la Regione Umbria, e lo stesso Ministero, siano stati lungimiranti nel voler realizzare una tale struttura, dove operano professionisti di grande qualità e competenza, in cui è possibile il ricovero, ed il restauro, di opere danneggiate o coinvolte da calamità naturali. Questo ci ha consentito, proprio in occasione dei recenti terremoti, di essere immediatamente operativi nella salvaguardia e nella messa in sicurezza di questo prezioso patrimonio artistico. Al tempo stesso – ha concluso Marini – possiamo già pensare ad avviare la fase del suo restauro grazie ad un primo piano stralcio che stiamo definendo congiuntamente tra Regione, Soprintendenza, Ministero e Ufficio del Commissario straordinario per la ricostruzione».
