di Daniele Bovi
Dal paradiso, o molto più probabilmente dall’inferno circondato da altri satanassi come lui, col ghigno stampato in faccia Miles Davis avrà gradito l’omaggio dei suoi alumni andato in scena sabato sera all’Arena Santa Giuliana. Sul palco Wayne Shorter, Herbie Hancock e Marcus Miller insieme a Sean Rickman alla batteria e al trombettista Sean Jones, tra gli allievi di Wynton Marsalis. Compito ingrato e portato a termine senza sbavature. Tanto per far subito capire che tipo di concerto è stato, va detto che quello andato in scena tutto è stato tranne che un «funerale» musicale o una fredda celebrazione. Rispettando in pieno lo spirito di Miles e di un uomo in grado di inventarsi, nel corso di quasi 40 anni, i più diversi linguaggi musicali, l’ora e trenta di concerto non ha seguito un copione temporale preciso.
Miller guida la macchina La macchina del tempo guidata con mano salda da un grande Miller, centrale con il suo dettare la ritmica per tutto lo snodarsi dei 90 minuti, va avanti e indietro senza problemi toccando tutto l’arco temporale della produzione davisiana. Si parte con una splendida rilettura di Walkin passando per una vera pietra miliare, Milestones appunto, con un tema centrale riletto con un tempo più basso. Come detto però il concerto non è stato un omaggio pedissequo a Davis e così la classe del quintetto messo su da Miller deborda omaggiando sì il maestro ma riuscendo, al contempo, a creare un jazz dei tempi moderni.
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IL VIDEO DEL CONCERTO DI CHIHIRO YAMANAKA
In A Silent Way Sul palco viene coperto tutto l’arco della produzione davisiana, e così sì va da Footprints a All Blues fino a Someday My Prince Will Come. Toccato, e non poteva essere altrimenti, anche il periodo elettrico. E allora arriva un’appena accennata What I Say? con il basso di Miller in grande spolvero e, soprattuto, i primi minuti di In A Silent Way che sono stati una delle vette più emozionanti della serata. Sopra un tappeto ritmico rarefatto e appena accennato come un cielo stellato ci sono le note lunghe di Miles lanciate, nel 1968, come una sonda tra gli spazi interstellari a caccia di una musica che ancora non c’era. Al primo ascolto, la cosa più vicina al cercare di toccare il cielo per penetrarlo andando poi ad esplorare l’universo. Brividi veri.
Jean Pierre e Tutu In chiusura, arrivano anche Jean Pierre e Tutu, un lungo bis che ha fatto felici i tanti fan assiepati sotto il palco: se Miller detta la linea spetta poi a Shorter e Hancock staccarsi per i loro assoli e i loro dialoghi. E se di Hancock tutto si è detto, dal virtuosismo pianistico al gusto di giocare con le tastiere come ai tempi di Headhunters, è Shorter che regala assoli e interventi sempre più mistici e rarefatti nonostante quella di sabato non sia stata una delle sue prestazioni più memorabili, ma tant’è. In sintesi, un tributo che è stato prima di tutto un esperimento ben riuscito. Cadere infatti in un citazionismo noioso è il rischio che si corre in questi casi. Non in questo però, visto il livello degli interpreti. «Abbiamo voluto portare sul palco prima di tutto lo spirito di Miles» ha detto Miller dal palco. Da lassù, o da laggiù, il maestro avrà gradito.

