di G.O.
Umbro nel sangue ma toscano sul piccolo schermo, con il suo ruolo ne I delitti del BarLume Filippo Timi torna su Sky e si trasforma in un barisa-investigatore. L’attore si racconta al Corriere della Sera per Valerio Cappelli partendo dalla sua vita in Umbria, caratterizzata per lui dalla povertà ma non solo.
Le origini Timi sostiene che «le origini umbre hanno dato una mano» nell’interpretare il personaggio di Massimo, «essere cinghiale mi appartiene già dalla voce e si sposa bene col racconto». I primi vent’anni di Timi sono stati caratterizzati dalla povertà, che nell’attore ha lasciato «un senso di insicurezza – dice lui – Dietro le mie spalle non c’è nessuno, ricordo lo stupore per un cappotto di cachemire – continua poi – Mia madre è nata in campagna in un posto che non ha nemmeno un nome».
L’omosessualità A 21 anni poi Filippo lascia Perugia, di cui ricorda gli episodi di omofobia subiti: «Quando mi chiamavano fr…era strano, era una parola che mi veniva sputata addosso con una colpa e un’accusa. Mi ha dato forza identitaria, anche se è stato difficile e doloroso. Certi sguardi derisori addosso li ho sentiti anche pochi giorni fa in una macelleria, mi capita da quando, ragazzino, facevo pattinaggio artistico». Difficile anche il rapporto con i genitori sul tema della sua omosessualità, da cui no si è mai sentito «protetto: A tavola c’era un silenzio di noi tre sull’argomento. Erano omofobi e razzisti, senza farlo apposta».
Le malattie Le sfide affrontate da Timi nella sua vita sono anche altre, quelle fisiche. «Per il morbo di Stargardt, che mi fa vedere solo i contorni, non riesco a inventare le immagini. Quanto alla balbuzie, è meno forte però c’è ancora, a volte in scena non so se mi esce la frase. Mi costringe a un lavoro supplementare. Sono anche autoironico. La vita ti insegna che o soccombi, oppure le fragilità cerchi di usarle, e trovarvi un valore. Un fiore, su un sasso, spunta uguale. E il sasso è la vita stessa».
