Rancore

di Alessandro Cascianelli

Penna sopraffina, flow travolgente e testi introspettivi capaci di emozionare, così potremmo definire Rancore. Tarek Iurcich, questo è il suo vero nome, dopo aver pubblicato da pochi mesi il suo ultimo lavoro ‘Musica per bambini’ sta girando tutta Italia in tour e finalmente fa tappa ad Assisi, dove giovedì 23 agosto si esibirà nella splendida cornice del Riverock festival. In Umbria è atteso anche il 25 agosto ad Amelia, ospite dell’Artfall Festival.

RIVEROCK FESTIVAL – PROGRAMMA

INTERVISTA A COSMO, OSPITE DEL RIVEROCK

Il titolo del tuo ultimo album è ‘Musica per bambini’, lo hai scelto volendogli attribuire un significato provocatorio?
«Sì, quando stavo scrivendo il disco percepivo un cambiamento nella cultura italiana, non solo nella musica: la sensazione era quella che tutto si fosse un po’ appiattito e che fosse sempre più raro trovare persone desiderose di confrontarsi con la complessità. Il titolo descrive la mia volontà di comunicare la sincera verità come fa un bambino, non nascondendo che mettermi a nudo mi suscita molta paura».

Quando produci la tua arte ritieni di avere l’inconsapevolezza con cui i bambini gestiscono la propria creatività?
«Sono molto cervellotico, dirti che sono illuso come un bambino mi risulterebbe difficile: le cose che ho vissuto hanno reso la mia forma creativa molto complessa. Non mi piacerebbe tornare indietro: è vero che un bambino crea senza filtri, ma spesso la sua fantasia è più potente di lui e fa fatica a controllarla. Crescendo ci si allontana da quell’inconsapevolezza, ma si riesce a gestire molto meglio la propria creatività».

Uno dei temi centrali che tratti è quello della difficoltà che hai nel comunicare con i social. Guardare di continuo la vita degli altri ti influenza negativamente rovinandoti la fantasia o lo vedi come uno stimolo per trovare un tuo linguaggio artistico?
«Entrambi, credo che questi strumenti abbiano cambiato radicalmente il mondo in pochissimi anni: questo fenomeno essendo accaduto repentinamente non ha permesso a tutti di adattarsi alle nuove regole. Il bombardamento continuo di informazioni e di input, ha fatto sì che io sviluppassi un mio linguaggio complesso per rispondere a quello che mi circonda. Essendo tra gli spettatori di questo cambiamento epocale della comunicazione non potevo non raccontarlo: da una parte mi affascina anche il mondo virtuale, quello che manca è la giusta educazione per approcciarlo».

Rimanendo sul tuo linguaggio, lo hai definito hermetic hip hop. Essere così sofisticato ti fa sentire più libero nel fare arte o è una barriera?
«L’ermetismo nasce come forma di libertà, basta pensare ai poeti ermetici che con la propria arte andavano contro il fascismo. Io uso le parole per spiegare l’inspiegabile, dietro ogni rima ci sono diversi significati e livelli di lettura. Per me non è assolutamente una barriera, anzi, se hai un codice lo utilizzi proprio per sbloccarti: nel momento in cui descrivo le cose con il mio linguaggio le libero dalla prigione in cui le racchiude la mia mente».

In conclusione una curiosità: nella tua carriera hai calcato molti palchi, qual è la cosa che ti affascina di più della dimensione live?
«Mi piace quel momento in cui tutti gli strumenti sono uniti e fanno sentire che la musica è viva. Accade solo in poche occasioni, ma è il significato vero della musica: quando degli umani con degli strumenti arrivano da produrre più suoni a crearne uno unico, è magico e resta impresso nel cuore».

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