di Danilo Nardoni
Un piccolo scrigno di bellezza ed oggi di gusto. Con una storia travagliata e complessa, ma dal lieto fine. Nella suggestiva cornice di San Pietro a Pettine, nei pressi di Trevi, è stato presentato “I nove secoli di San Pietro a Pettine”, il nuovo libro di Stefano Bordoni. L’opera racconta la storia millenaria della chiesa, oggi parte della Tenuta di San Pietro a Pettine, proprietà della famiglia Caporicci, e del ristorante La Cucina di San Pietro a Pettine. Dove il cibo, con un gioiello frutto della terra come il tartufo a fare da grande protagonista, può incontrare quindi una storia secolare.

Attraverso un’attenta analisi architettonica e storica, Bordoni ha saputo leggere l’intreccio delle pietre come un musicista legge il proprio spartito, svelando il passato di una chiesa che appare unitaria ma in realtà è frutto di stratificazioni secolari. Cresciuto nei pressi di San Pietro a Pettine, l’autore ha intrecciato il rigore storico con i ricordi personali, condividendo aneddoti leggendari e difficilmente riscontrabili.


San Pietro a Pettine è documentata per la prima volta nel 1127 negli archivi di Spoleto. Tuttavia, le sue origini risalgono a qualche decennio prima, quando era una chiesa privata, svincolata dalle diocesi e gestita da una famiglia aristocratica che ne controllava ogni aspetto, compresa la nomina del sacerdote. Nel tempo, questo luogo è diventato un punto di riferimento spirituale per la comunità locale, simbolo di coesione sociale per i lavoratori e la popolazione circostante.
Tra i suoi tesori, vi sono affreschi quattrocenteschi e cinquecenteschi che raccontano il passaggio di epoche diverse e graffiti lasciati dai pellegrini medievali, espressione di fede e di mistero. Proprio a questi ultimi è stata dedicata un’approfondita analisi durante la presentazione da parte di Pierpaolo Trevisi, che ha evidenziato il significato e la straordinarietà dei graffiti, come quelli attribuiti all’enigmatico viaggiatore conosciuto come “Peritus”. Questo misterioso pellegrino, soprannominato dal gruppo di ricercatori guidato da Trevisi “Fra quotidie” per via di una sua ricorrente parola con cui apriva le sue incisioni, con i suoi simboli e messaggi, ha lasciato un segno indelebile non solo in questa chiesa, ma in numerosi luoghi sacri umbri e oltre, rivelandosi una figura affascinante e ricca di enigmi.
Oggi, grazie alla dedizione della famiglia Caporicci, San Pietro a Pettine continua a essere un luogo vivo, aperto al pubblico e rispettoso della sua vocazione originaria. La presentazione del libro, editore Paolo Lombardi, ha offerto ai presenti un’occasione unica per immergersi nei segreti di questo gioiello architettonico, dalla sua fondazione medievale agli eventi che ne hanno segnato la storia. Con “I nove secoli di San Pietro a Pettine”, Stefano Bordoni ha restituito voce alle pietre di questa chiesa, intrecciando storia, arte e memoria in un racconto che si fa eco di un passato lontano, ma mai dimenticato.


“LUJE”, parola antica che parla di scintille, di camino e d’ inverno, è anche il nome del nuovo menu di La Cucina di San Pietro a Pettine. Questa è la dedica speciale che la chef Alice Caporicci ha fatto al suo luogo del cuore: “San Pietro a Pettine è il luogo in cui sono nata, da cui sono fuggita e a cui sono tornata. Questa è una terra che parla dal profondo al profondo, che mi ha sempre richiamata da lontano, prepotente. È difficile per me parlarvi di lei e del menù che le ho dedicato, lascio perciò ai miei piatti la facoltà di raccontarli. Spero siate abbastanza liberi, aperti e disponibili per saperli ascoltare. Spero sia stata abbastanza brava e limpida da permetterlo”.


Luje è un termine che in dialetto umbro non si limita a indicare le lucciole, ma richiama anche le scintille sprigionate dalla legna che arde nel fuoco. Queste piccole scintille, con il loro bagliore effimero, evocano un senso di calore, intimità e ricordi legati a momenti trascorsi intorno al focolare, cuore delle case umbre. Nel contesto del menu, Le Luje diventa una metafora perfetta per raccontare i piatti di Alice: un intreccio di tradizione, emozione e cura, capace di risvegliare memorie e sensazioni, proprio come quelle scintille che illuminano e scaldano con la loro delicata energia.


A proposito del desiderio di custodire questo luogo, lo stesso spirito si riflette nei piatti creati dalla chef. Alice, come un’artista che dipinge i suoi quadri, traduce nei suoi piatti i sapori familiari della sua infanzia, intrecciandoli con la sapienza e la maestria che oggi riesce a esprimere. Ogni creazione culinaria è un viaggio nei suoi ricordi più personali, reinterpretati con delicatezza e innovazione, per offrire ai commensali un’esperienza che fonde tradizione e contemporaneità. Il nuovo menù Le Luje è esattamente questo: un viaggio nella storia dei sapori tradizionali, intrisi di delicatezza e arricchiti dalla sensibilità personale di Alice. Ogni piatto racconta un frammento della sua memoria, rielaborato con cura per valorizzare le radici del territorio e trasformarle in un’esperienza culinaria unica, capace di emozionare e sorprendere.
