di Maurizio Troccoli
Questo viaggio nei vini dell’Umbria nell’anno di grazia 2018, svelerà aspetti sconosciuti anche a molti addetti ai lavori, curiosità sull’attualità, non soltanto dell’annata delle nostre uve, ma delle dinamiche nel mondo dei calici dell’Umbria. Insomma è una esplorazione per chi veramente vuole capirne di più, a partire da una affermazione forte, coniata da Alesio Piccioni, esperto di flussi dell’oro di vite: «L’Umbria ha il vino, ma il vino non ha l’Umbria».
Vino ‘L’Umbria del vino che non c’è’, non è soltanto una operazione identitaria ancora da costruire, ma è un progetto che chiama all’appello i marchi blasonati della nostra regione, già piccola di suo che, rispetto ai colossi concorrenti, non fanno da vettore di territorio, divenendo attrattori soltanto di se stessi, anche a proprio discapito. E’ la denuncia di Piccioni, che invece indica un percorso differente, per provare a contare almeno quel poco che si può, proporzionalmente alle proprie dimensioni, ma anche alla propria identità di vino dell’Umbria. Non basta – è il pensiero dell’esperto – il sistema: vino, gastronomia, cultura, turismo. Serve l’accordo esplicito a volere essere Umbria, da parte dei più grandi produttori, insieme all’essere se stessi con la propria etichetta.
Panoramica Prima di addentrarci nell”Umbria del vino che non c’è’, qualche incursione nei distretti del vino di casa nostra, per capire anche che annata sarà, dall’Orvietano a Montefalco, al Torgianese, ma anche al Trasimeno, allo Spoletino e, in realtà, più piccole, che però fanno Umbria. Particolarmente quella del domani.
Annata Tutti: enologi, commerciali, ma anche i produttori, sono d’accordo sul fatto che per il vino prodotto in Umbria sarà una buona annata. Lo dicono due fattori: innanzitutto il clima, piogge al momento giusto e caldo pure. Vale per i bianchi come per i rossi, contrariamente a quanto accade di solito, quando cioè alcuni aspetti climatici avvantaggiano l’uno sull’altro. Ma il secondo fattore è quello dell’affinamento della produzione.
Montefalco Emiliano Falsini, enologo, richiesto da prestigiose cantine, in molte aree d’Italia, principalmente del Centro e del Sud e, nello specifico, per il Sagrantino, sostiene che c’è «più competenza tra i viticoltori. Sono aumentati i rapporti, le relazioni con tecnici ed esperti. C’è voglia di fare bene e se da un lato registriamo un aumento del rischio di omologazione, dall’altro ci sono meno resistenze rispetto alle spinte innovative». Significa che il produttore è più propenso a fare qualità anche a scapito della quantità, rispetto a quanto invece avveniva un tempo? «Non sempre meno quantità significa più qualità. Il giusto equilibrio è un fatto di continua ricerca. Diciamo che l’asticella è più alta per tutti. E i produttori sono diventati sempre più bravi a interpretare da un lato il proprio vitigno e dall’altro il proprio territorio, puntando a una pulizia organolettica e al carattere identitario del proprio vino». A proposito di Sagrantino quindi? «Sarà una annata molto buona – dice Falsini – con punte di eccellenza. Parliamo di un vitigno fortemente plasmato sul territorio che si coltiva in maniera consapevole soltanto qui. Non ci sono esempi di Sagrantino degni di nota fuori da Montefalco. Anche per questo è un vitigno difficile da spiegare, di grande personalità e che, con il tempo, riesce a sorprendere». Provando a scattare una fotografia sull’attualità? «Oggi non è un vino per il gusto comune di un pubblico trasversale. Ci sono vitigni che hanno una chiave di lettura più semplice, questo invece ha una trama tannica che è uno dei suoi tratti distintivi. Vale a dire facile da riconoscere, ma anche particolare e quindi non sempre compreso dal grande pubblico, diventando vino elitario. Se un parallelismo si può azzardare con altre realtà penserei al Taurasi, cioè distretti in grado di realizzare grandi vini, eleganti, ma anche esclusivi». E il futuro? «Sul prodotto, che oggi conta circa 2 milioni di bottiglie, si può dire che sta cambiando pelle. Diventa molto più elegante senza perdere la sua varietà. Ciò che è veramente interessante – aggiunge – sono i cambiamenti che stanno avvenendo nelle scale gerarchiche delle aziende, a seguito di compravendite e di situazioni di carattere economico finanziario. Parlo di realtà più o meno grandi che hanno investito a Montefalco e che probabilmente vogliono cambiare il destino del Sagrantino. Sia commerciale che produttivo. Credo quindi un vino che punti a essere apprezzato di più».

Torgiano Dirottando su Torgiano, Lorenzo Landi, enologo, conoscitore di questo territorio, sostiene che il «caldo di questi ultimi tempi non ha toccato i bianchi, ed è un fatto positivo, poiché le uve sono state già raccolte, mentre stressa le viti dei rossi, determinando fattori positivi. Qui non abbiamo compiuto stravolgimenti nella produzione – sostiene – ma piccoli perfezionamenti che sono stati colti positivamente dal mercato. Credo – dice ancora – che il Sangiovese in purezza, di queste zone, ha delle caratteristiche che sono presenti soltanto qui e che il consumatore sa apprezzare. Prima tra tutte la florealità. Credo che i vini di questa zona – ha aggiunto – sono sì il frutto di una riconosciuta tradizione, ma anche di una certa abilità nella modernità della produzione. Questo si ritrova nell’energia di questi vini, che negli ultimi anni è stata valorizzata, come contraltare a quella che viene definita potenza del prodotto, che sta appunto nel finale, non molle né dolce, ma acido e tannico. Mi sembra essere la scelta vincente».

Orvieto Il consorzio di tutela dell’Orvieto doc (13 milioni di bottiglie, la più grande realtà dell’Umbria), parla di un aumento di produzione rispetto all’anno precedente, del 20 o persino 30 percento. «Abbiamo abbassato la resa per ettaro – spiega Vincenzo Cecci, il presidente – raggiungendo il quantitativo giusto che il mercato richiede». Anche qui ci sono buone aspettative sull’annata. E novità interessanti: «Stiamo sperimentando – spiega – i cloni di Trebbiano per la spumantizzazione». Significa che anche a Orvieto potrebbe accadere quanto già si registra nelle regioni principe, come il Friuli che tiene il fiato sul collo al Veneto, provando cioè a spumantizzare vini che si prestano, in modo da incrociare tendenze di mercato economicamente interessanti. Il tuttopasto, gli aperitivi, mode e tendenze del gusto, virano da tempo sugli spumanti e da più parti, in Italia, si ‘scodinzola’. Come ad Orvieto: «Se i risultati saranno secondo le nostre aspettative – dice Cecci -, siamo pronti a modificare il disciplinare».
L’Umbria Ma non è tutt’oro quel che luccica. Se l’osservatorio decolla dai ‘distretti’ e scatta una fotografia dall’alto, gli scenari cambiano. Alesio Piccioni, riconosciuto esperto di dinamiche del vino, oltre che distributore di vini da tutto il mondo, è lapidario: «L’Umbria del vino non c’è. Va creata». Provando a tradurre: «Un esempio? – dice – vai al Vinitaly e ti accorgi che nello stand Umbria ci sono i piccoli e medi produttori, mentre i pochi grandi marchi dell’Umbria, li trovi nelle posizioni centrali dell’esposizione. Questo vuol dire che fanno attrazione da sé e per sé, non sono catalizzatori di territorio. Altre regioni – aggiunge – hanno anch’esse i grandi marchi nelle aree dedicate ai blasonati, tuttavia li ritrovi anche negli stand regionali. L’Umbria quindi – aggiunge – deve lavorare su questo, diventare identità regionale e, le etichette più prestigiose, possono aiutare a farlo, anche per un vantaggio proprio.

La Peronospora A Piccioni, Umbria 24, ha chiesto di esprimere un giudizio informato sull’Umbria, oltre che dare informazioni preziose ai nostri lettori, risultato di anni di intenso, ma anche divertente lavoro in questo mondo, tra cantine di tutt’Europa e non solo, mercati, vigneti, convegni, ambienti di ricerca, ma anche ristoranti, enoteche e qualche contadino. Partiamo da quelle più recenti. Se da più parti si promette una grande annata, occhio all’insidia. Si chiama Peronospora e «quest’anno – spiega Piccioni – è stata particolarmente aggressiva». E’ l’attacco delle viti da parte dei parassiti: «Cos’è accaduto… che piovendo spesso di pomeriggio, in Umbria, i trattamenti alle piante che sono stati fatti al mattino, sono sistematicamente vanificati, dalle piogge pomeridiane, costringendo a nuovi trattamenti. Insomma le uve di quest’anno sono maggiormente trattate». Cos’altro c’è da attendersi? «Le forti escursioni termiche dell’estate trascorsa – ancora Piccioni – valorizzeranno il bouquet di profumi dei nostri vini. Mentre una prima osservazione sui vitigni ci dice che i rossi precoci tipo il Merlot, sono andati bene, quelli a maturazione tardiva, sono abbastanza indietro».
‘L’umbria del vino che non c’è’ Il discorso dell”Umbria del vino che non c’è’, coniato da Piccioni, merita un approfondimento: «E’ difficile – spiega -, nelle grandi città, andare a proporre vini umbri. Non interessano perché non hanno una grande identità. Il Sagrantino, ad esempio, ce l’avrebbe fortissima l’identità. Ma a mio avviso viene troppo snaturato. Viene reso troppo rotondo, diciamo più bevibile. Il Sagrantino, bisogna sapere, ha i polifenoli più alti in assoluto, è la sua personalità, andrebbe venduto come tale. Bisognerebbe bussare a tutte le porte del mondo e dire: io ho un vino fortemente tannico. Con una identità inimitabile». Per intenderci, venderlo per quello che è, andandosi a cercare quelli che lo apprezzano, piuttosto che renderlo di più largo consumo in un mercato più facilmente raggiungibile. «Oggi l’Umbria sulle carte dei vini – ancora Piccioni – è pressoché assente, se non in alcune nicchie, tipo quelle dei vini erroneamente definiti naturali. Mentre nel mercato tradizionale, possono essere considerati presenti solo grandi vini, tipo Antinori, Lungarotti e Caprai. Se non recuperi identità di territorio, rischi di correre in vano dietro al mercato e ti ritrovi, come già accaduto, che qualcuno in Umbria impianta Pinot Grigio, perchè pensa di intercettare un mercato favorevole a questo vitigno, pur consapevole che non ha nulla a che vedere con questo territorio. Bisogna invece andare a vendere nel mondo la personalità dei nostri vini».
Da Sapere sulle novità dei vini in Umbria ‘L’Umbria del vino da costruire’ però, a questo punto, si caratterizza anche per aspetti interessanti, dinamiche di territorio più marginali, che si vanno sviluppando. «Il Trebbiano Spoletino è un vino in forte ascesa – dice Piccioni -. Questo perché è un vino di carisma. E’ un bianco che si presta a un invecchiamento e ha caratteristiche nuove, potrebbe essere paragonato, per certi aspetti, a un Riesling. Mentre soffre quell’Orvieto Classico che ha puntato alla quantità. Attenzione, sull’Orvieto Classico ci sono produttori eccellenti, fanno un bianco che, nel rapporto qualità prezzo, è tra i più interessanti in Italia». Altro d’interessante in quell’area? «La Muffa Nobile di Orvieto – ancora Piccioni -, è una sorta di Sauternes italiano, una doc di Orvieto, con una dolcezza mista ad altrettanta acidità. Un grande vino da formaggi. Poi c’è un bel movimento intorno ad alcuni giovani che stanno cominciando a produrre in maniera buona. Non è facile, perché i grandi competitori non aiutano. Intorno al Lago Trasimeno – continua Piccioni – ci sono produzioni interessanti, cito ad esempio il vitigno Gamay che sarebbe ancor più da valorizzare per le potenzialità che esprime».
Cifre nazionali E ora alcune notizie di carattere nazionale che riguardano anche l’Umbria. In cantina c’è un calo delle giacenze del 23% rispetto al 2017, mentre le previsioni produttive per il 2018, per il Belpaese, dovrebbe attestarsi su 49,4 milioni di ettolitri, in linea con la media degli ultimi cinque anni. Sono i dati che fuoriescono dalla riunione del Coordinamento settore vino dell’Alleanza delle cooperative agroalimentari, rappresentanza del 58% dei vini italiani. Per l’Alleanza, la produzione cresce del 15% rispetto al 2017, confermando per l’Italia il primato mondiale rispetto a Francia e Spagna. I dati a due cifre vanno considerati però alla luce della forte flessione dell’anno scorso. Quando, secondo i dati Ue, le giacenze di mosto e vino in Italia erano di 46,8 milioni di ettolitri, stando ai dati dello scorso agosto invece, sono 36 milioni di ettolitri, di cui 3 di mosto. Una considerevole riduzione del vino in giacenza. C’è poco vino in cantina.

