Si l’eleganza. Ma se la si ottiene senza alterazione e magari scegliendo la semplicità, probabilmente si tocca un livello superiore rispetto alla cucina complessa. E’ una sfida suggestiva che probabilmente intercetta la tendenza di chi, stanco della spettacolarizzazione, cerca maggiore autenticità. Siamo a Orvieto, a pochi passi dal noto Vissani e da un altro chef che si è fatto strada, Trippini. Siamo al Coro.

L’alta ristorazione italiana cerca da tempo una nuova direzione. Non più soltanto il piatto, per quanto raffinato, ma un’esperienza capace di mettere insieme cucina, architettura, ospitalità e identità. Una sfida che in Umbria si sta giocando a Orvieto, dove in poco più di un anno il ristorante Coro è riuscito a ritagliarsi uno spazio sulla scena internazionale.

Il locale è l’unico italiano inserito tra i 16 finalisti del Prix Versailles 2025, il riconoscimento internazionale dedicato all’architettura e al design promosso con il patrocinio dell’Unesco e delle Nazioni Unite, che ogni anno seleziona i nuovi ristoranti più significativi al mondo per qualità estetica, impatto culturale e capacità di dialogare con il contesto urbano.

Il traguardo assume un significato particolare perché arriva da una città di poco più di 19 mila abitanti e da un progetto nato soltanto nel 2024. Coro si trova infatti nel centro storico di Orvieto, all’interno di una chiesa sconsacrata del Cinquecento trasformata in spazio per la ristorazione attraverso un intervento firmato dall’architetto Giuliano Andrea Dell’Uva. Volte alte quasi dieci metri, pareti in tufo, affreschi originali e una lunga tavolata centrale richiamano l’antica funzione dell’edificio, che ospitava un oratorio dove i frati consumavano i pasti in comune.

Il nome stesso del ristorante racconta la filosofia del progetto. Coro è una sintesi dei nomi dei due fondatori, Frances(Co) Perali e (Ro)nald Bukri, ma è anche una dichiarazione di intenti: un luogo dove il lavoro di squadra, l’armonia e la condivisione diventano parte integrante dell’esperienza.

I due arrivano a Orvieto dopo l’esperienza al ristorante Osticcio di Montalcino, premiato con due Gamberi dalla guida del Gambero Rosso e con un Cappello dalla guida dell’Espresso. A Orvieto hanno scelto di ripartire senza rinunciare alla stessa idea di fondo: proporre un’esperienza enogastronomica di qualità, costruita su materie prime selezionate e su un’accoglienza che punta alla relazione con l’ospite.

Lo chef Ronald Bukri, nato in Albania e cresciuto in Italia, porta nel progetto un percorso professionale maturato in cucine di alto livello tra Europa e Oceania. La sua proposta gastronomica, inserita anche nella Guida Michelin tra i ristoranti di cucina contemporanea e creativa, si fonda su un equilibrio tra memoria e innovazione. La base resta italiana, ma le preparazioni si aprono a contaminazioni orientali e mediorientali e all’utilizzo di tecniche francesi.

Anche il rapporto con il territorio segue una strada diversa rispetto a quella scelta da molta ristorazione contemporanea. L’obiettivo non è reinterpretare in maniera esplicita la tradizione umbra né proporre una cucina identitaria in senso stretto. Il legame con l’Umbria passa soprattutto attraverso le materie prime e il contesto geografico del Centro Italia, con prodotti provenienti dal territorio orvietano, dalla Toscana e dall’Alto Lazio.

Il riconoscimento internazionale ricevuto da Coro sembra indicare una possibile direzione per l’alta ristorazione italiana. Il ristorante non viene premiato soltanto per la qualità della cucina, ma per la capacità di trasformare un luogo storico in un’esperienza complessiva nella quale ogni elemento contribuisce al risultato finale: lo spazio, la luce, il servizio, il ritmo della sala e il rapporto tra chi cucina e chi viene accolto.

In un settore che, soprattutto dopo la pandemia, è chiamato a rinnovare il proprio modello economico e culturale, il progetto orvietano sembra suggerire che il futuro del fine dining possa passare proprio da qui: meno esibizione e più esperienza, meno ricerca dell’effetto e maggiore attenzione alla capacità di costruire un’identità riconoscibile e un racconto condiviso.

E il fatto che uno dei pochi esempi italiani in grado di attirare l’attenzione del Prix Versailles sia nato in una chiesa sconsacrata nel cuore di Orvieto racconta forse qualcosa anche dell’Umbria: una regione che, quando riesce a mettere in dialogo patrimonio storico, creatività e imprenditorialità, può ancora sorprendere ben oltre i propri confini.

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