di Daniele Bovi
Twitter @DanieleBovi
Il governo non è solo ladro, è anche assassino. Per causa sua non solo piove, ma si uccide pure. Arma le mani dei «disperati» che sparano alla cieca contro il «Sistema» che li opprime, contro il ladro di speranza che nega loro il futuro. Una legittima difesa, reazione che punisce sommariamente chi entra in casa per rubare ciò che è tuo, che ti spetta di diritto. E così, sotto la pioggia di un mercoledì di marzo qualunque che cade sulla peggior crisi economica degli ultimi decenni, tra i mattoni del piazzale del Broletto la verità e l’essenza stessa dell’essere umano si perdono in mille rigagnoli.
Verità brutale Una verità brutale nella sua razionale semplicità: un uomo affetto da gravi problemi psichici pianifica da giorni la fine sua e dei suoi «nemici», «colpevoli» nella sua mente di aver negato un finanziamento all’azienda di famiglia. Compra un’arma, esce di casa, entra negli uffici della Regione, lascia il documento in portineria, spiega dove deve andare, riceve il pass magnetico con cui superare il tornello, sale al quarto piano e spara una decina di colpi uccidendo prima due persone e poi se stesso.
Il processo Il «processo», questo sì breve, si conclude, la sentenza di piombo è stata emessa ma giustizia non è fatta, perché a terra non ci sono i «colpevoli» bensì due innocenti. Due donne, due lavoratrici del pubblico impiego che non avevano alcuna colpa se non quella di trovarsi di fronte un orrore senza spiegazione. Sono loro le vittime incolpevoli, cadute in una trincea sempre più assaltata dall’odio e dalla rabbia. Pietà umana per tutti, ma le vittime innocenti sono loro. Inoltre come sempre le parole, il mezzo cioè attraverso il quale descriviamo la realtà e che usiamo per entrare in relazione con il prossimo, hanno un’importanza fondamentale.
Nessun mandante E se questo è vero leggere i commenti di alcune persone a proposito dell’orrore del Broletto e sentire, come fa il rappresentante di un’associazione imprenditoriale di Treviso, che «i mandanti morali» sono le banche e i politici mette i brividi. Mette i brividi per la brutale approssimazione e per il concetto di essere umano che sottintende. Un mandante, se le parole hanno ancora un senso, è colui che affida a qualcun’altro un compito ben preciso che in questo caso è morale e criminale. E invece per i fatti del Broletto non c’è alcun mandante, neanche morale. Pensare questo a proposito di quanto successo è degradare l’essere umano a un burattino nelle mani di forze più o meno oscure, pronto ad eseguire tutto quanto ordinato. Magari non direttamente, magari solo «moralmente».
Libero arbitrio Un’idea che fa a pugni col buon senso prima e in totale contraddizione con secoli di civiltà, filosofica e religiosa. Un uomo è tale per la sua responsabilità morale fondata sulla capacità di scelta, sul libero arbitrio. Per l’orrore del Broletto quindi non c’è alcun «mandante morale», la responsabilità ricade interamente su chi ha pensato di armarsi per uccidere due innocenti. Questo perché c’è sempre un’altra scelta che è possibile fare, c’è sempre un’alternativa al togliere la vita a esseri umani senza colpa. Niente e nessuno, nessuna crisi sociale «spinge automaticamente» a commettere una barbarie simile. «Morire da precari – scrive un lettore su Facebook – per colpa della disperazione generata dai nostri governanti in doppio petto. Che paese di merda». Commenti così ne abbiamo letti a decine. La «colpa» non è dei governanti, la responsabilità di fatti simili è sempre dei singoli, è individuale.
Il clima Anche prendersela col «clima», in questo caso di rabbia e odio, non sembra la via giusta. Il «clima» è in quanto tale qualcosa di ingovernabile, che si manifesta a prescindere dalle nostre azioni. Contro la pioggia non si può fare nulla né prendersela con nessuno, mentre contro la pioggia di rabbia, odio, qualunquismo e pressapochismo aprire l’ombrello non basta. Sradicare questi sentimenti è compito di tutti, della classe politica come di ogni singolo cittadino in ogni momento della giornata. E una vasta e profonda riflessione deve farla anche la classe giornalistica.
La casa di tutti Respingendo con forza quelli che urlano «siete tutti uguali, tutti servi del potere, tutti pagati dai politici, la colpa è vostra» e via qualunquisteggiando, anche i giornali devono però guardarsi dentro. Il giornalista deve, o dovrebbe essere il cane da guardia della democrazia, quello che controlla da vicino il potere e chi lo esercita senza sconti. Quello che non è accettabile è l’alimentazione del clima di qualunquismo: si inchiodi la politica, il mondo imprenditoriale, sindacale e tutti gli altri attori sociali alle loro responsabilità e alle loro colpe, si racconti tutto di tutti senza però fare terra bruciata perché così si incendia la casa di tutti. E specialmente in questi anni di crisi, malcontento e rabbia, la scelta dei titoli, dei temi e di come presentarli alle persone (vedi la bufala dei suicidi, che numeri alla mano non sono aumentati in questi anni) diventa ancora più importante e responsabilizzante.
