Sergio Marini, presidente nazionale Coldiretti

di Maurizio Troccoli

Se lui si limita a rivendicare un «minimo diritto di potere indicare una strada per l’Italia», Corrado Passera chiarisce:«Non è da tutti potere avere l’autorevolezza di farlo e Sergio Marini ce l’ha». Ovviamente il riconoscimento è rivolto alla sua organizzazione, a Coldiretti di cui è presidente e che rappresenta il primo sindacato in Europa, quanto a numero di agricoltori iscritti. Ma il messaggio è chiaramente rivolto all’umbro Sergio Marini, giovedì, in occasione dell’assemblea nazionale di Coldiretti, al Palalottomatica di Roma.

Non perde occasione Marini per dimostrare piglio e determinazione, è un matador per la sua platea, non mostra deferenza verso l’autorità, parla di pancia ma catalizza l’attenzione di ministri e potenti del Paese. E’ tignoso nell’opera di trasformazione della sua organizzazione che, da sindacato di agricoltori diventa organo di rappresentanza dell’impresa agricola. Sono anni ormai che convince con il suo «progetto per l’Italia» facendo attenzione a non parlare di un progetto per l’agricoltura italiana. Perché è convinto «che il futuro dell’impresa agricola passa attraverso una idea di Paese che ama chiamare: L’Italia che fa l’Italia». Questo il marchio che ha impresso alla sua assemblea («15mila presenti») di bandiere gialle: uno slogan che funziona e che posiziona il messaggio sui binari di una denuncia della responsabilità politica da indirizzare «tutta e subito» verso «l’innovazione e la qualità».

Parla, durante il suo intervento che ha fatto venire il torcicollo anche alla presidente umbra Catiuscia Marini, seduta al tavolo sul palcoscenico del Palalottomatica senza distogliere lo sguardo dal discorso del presidente omonimo sull’Italia, di quella il cui livello di crescita «non è possibile misurare con il solo criterio del Pil», ha detto. Non si tira indietro Marini dal denunciare un comportamento «criminale» della ministro Fornero quando non ha invitato Coldiretti al tavolo di discussione sulla riforma del lavoro forse perché – ha lasciato intendere quando ha raccontato la risposta del ministro di ‘ricevere più di 200 lettere al giorno (ndr)’ «come se noi fossimo uno di quei 200», ha stigmatizzato – anche lei distratta dal disegno di una Italia del Pil che misura l’agricoltura come «una piccola e forse insignificante percentuale della ricchezza prodotta».

Da qui una frustata di economia che è arrivata anche a chi è meno avvezzo all’argomento. «Il benessere a tavola non fa economia e non fa Pil – ha detto Marini -, come la bellezza dei paesaggi non fa Pil, la salubrità dei prodotti non è Pil, la salvaguardia di una tradizione non fa Pil». Raccoglie l’intesa di chi, interpretando in chiave speculare il teorema ha compreso quanti punti di Pil si perderebbero se questi valori difesi dall’agricoltura creativa italiana venissero meno. «Però fa Pil – ha aggiuunto il presidente Marini – l’ennesimo capannone industriale costruito in mezzo ad altri capannoni industriali chiusi. E se costruito in cemento, tra i terreni agricoli, fa ancora più Pil, più ricchezza».

Propone quindi una chiave diversa di lettura della ricchezza: «A partire da giustizia, verità e legalità». Declinandoli come «giusto reddito» per gli agricoltori, leggi immediate «contro la contraffazione e per l’etichetta nei prodotti agroalimentari» e impegno della politica, «in ambito nazionale ed europeo a difesa del made in Italy». Legandolo a quest’ultimo concetto lancia l’idea di un Paese pronto ad intercettare e vincere le sfide di una economia in salita che ha però – nel pensiero di Sergio Marini – avrebbe tutte le premesse per ripartire: si chiama «l’Italia che fa l’Italia» e racconta di un Paese «che non può pensare di vincere sulla frontiera della competizione con le politiche del basso costo della produzione. Gli italiani devono ritornare a fare gli italiani, come lo sappiamo fare, – ha detto ancora – ritornando alla lunga tradizione della creatività, della innovazione e della qualità».

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