di Wladimiro Boccali*
Nei mesi che precedono le elezioni si discute di tutto e non tutto è sempre credibile. A volte però si affacciano questioni interessanti e innovative. Una di queste è la possibilità che si sta delineando all’interno del centro sinistra ed in particolare del Partito democratico, di un’ipotesi di «liste civiche» nazionali espressione delle realtà locali e della società. In sostanza, della creazione di liste più vicine alle istanze dei cittadini ed in grado di rappresentare voci, problemi, voglia di positivo protagonismo a cui la politica oggi, non sempre e non completamente, riesce a dare risposte. Liste comunque, con un’identità politica precisa e non aleatoria ma solidamente ancorata a prospettive ed esigenze di rinnovamento capaci di dare speranza all’Italia.
Il ruolo dei sindaci Un ruolo forte ma ancora tutto da definire, in queste liste, spetterebbe ai sindaci o comunque agli amministratori locali. Innanzitutto bisogna chiarire, se ce ne fosse bisogno, che non si sta parlando del cosiddetto partito dei sindaci balzato sulla scena qualche anno fa, intendendo con questo una sorta di lobby di figure istituzionali legate tra loro dal ruolo che ricoprivano e incuneata all’interno di un ceto politico. Oltretutto, come ricorda giustamente Piero Fassino, i sindaci sono ineleggibili. No, oggi il senso è, e deve essere molto diverso. Penso che il Pd debba raccogliere questa scommessa e aprire le proprie liste a una presenza forte e visibile di poteri locali, rappresentando esso stesso una «lista civica nazionale», un Partito Nazione che lavori alla riunificazione di una società sempre più lacerata da interessi particolari ed egoismi.
La lista Una lista in qualche modo promossa, garantita, sostenuta dai primi cittadini avrebbe prima di tutto il significato di ridare centralità alle città e alle amministrazioni locali che, soprattutto negli ultimi due-tre anni, con i governi Berlusconi e Monti, sono state le più penalizzate dal percorso di risanamento del Paese. Molti sono stati i sacrifici imposti, mentre molto poco, o molto meno è stato fatto in questa direzione a livello centrale. Non è nella «periferia» che si concentra il «grasso» del Paese da tagliare, non è qui il pozzo da cui attingere senza sosta. Invano i sindaci italiani hanno denunciato che i tagli lineari penalizzavano le amministrazioni virtuose e mettevano a rischio i servizi pubblici, la qualità della vita, la coesione sociale. Invano è stato denunciato l’effetto involutivo del Patto di stabilità che bloccava ogni possibile investimento e senza dubbio, la contrapposizione tra centralità dello Stato e governi locali che si è creata non è certamente ciò che serve a un Paese in difficoltà che necessità di unità e solidarietà, soprattutto a livello istituzionale.
Segnale di rinnovamento Ebbene portare in Parlamento, cuore della vita politica nazionale, coloro che vengono espressi dai percorsi della democrazia a livello locale, avrebbe il merito, prima di tutto, di dare un forte segnale di rinnovamento della politica dal basso, evitando però metodi e retorica di un populismo a cinque stelle. I sindaci, sono le figure istituzionali più vicine ai cittadini e sono i più credibili rappresentanti delle istanze della società. Sono portatori di una tradizione amministrativa che si costruisce ogni giorno sulla necessità di affrontare problemi concreti cui dare risposte altrettanto concrete. I sindaci possono essere una risorsa vera per il Paese e credo siano disponibili ad assumersi responsabilità, a partire però dal loro ruolo. Questo progetto inoltre potrebbe consolidare anche la «saldatura» tra centro e periferia che le politiche recenti hanno scardinato. Sarebbe, inoltre, un segnale forte della volontà di procedere a riforme che diano forza e capacità di autogoverno alle autonomie locali, ad esempio con il varo di una Camera delle autonomie. Un po’ di sostanza, insomma, dopo le strillate e inconcludenti ambizioni federaliste della Lega che in questi anni non hai mai realizzato nessun vero processo riformatore.
*Sindaco di Perugia

