Gualtiero Bassetti, vescovo di Perugia. Foto F. Troccoli

Trentun dicembre: ultimo giorno dell’anno. Giorno che richiama ad un senso profondissimo di gratitudine a Dio per i benefici che Egli, con tanta generosità, ha continuato ad elargirci. Giorno che induce il credente anche ad un approfondito esame di coscienza, per tante mancanze, soprattutto di omissione. Ma per il credente il criterio sia della gratitudine che della revisione, è Cristo. Lui è l’inesauribile dono del Padre, la luce della nostra vita che non conosce tramonto. In Lui dobbiamo sempre specchiarci domandandoci quanto lo abbiamo accettato e vissuto. Purtroppo per noi è sempre possibile allontanarci da Lui, dalla sua luce per costruirci i nostri piccoli o grandi idoli.

La Chiesa che è madre, ci ha fatto un grande dono per il 2013: l’Anno della Fede. E noi l’abbiamo oltrepassata la “porta della fede” – come ci ha raccomandato Papa Benedetto XVI – accogliendo la Parola di Dio e lasciandoci plasmare dalla grazia che trasforma? Ci siamo davvero avventurati in un cammino di fede? Oppure ci siamo preoccupati soltanto delle solite cose o dei problemi, pur importanti, che ci toccano da vicino, pensando alla fede, come ad un presupposto ovvio e scontato? Abbiamo forse accettato che il sale diventasse insipido e la luce, che avrebbe dovuto risplendere in noi, avesse l’intensità di un lumicino fumigante? In conclusione siamo stati consapevoli che credere in Cristo è l’unica via per poter giungere alla salvezza e dare senso alla nostra vita?

L’Anno della Fede ha coinciso con i cinquanta anni dall’inizio del Concilio Ecumenico Vaticano II. Mi tornano alla mente le parole incisive e forti di Papa Paolo VI pronunciate il 7 dicembre 1965, giorno della chiusura di quella grande assise: “Una corrente di affetto e di ammirazione si è riversata dal Concilio sul mondo moderno. Non mai forse come in questa occasione la Chiesa ha sentito il bisogno di conoscere, di avvicinare, di comprendere, di penetrare, di servire, di evangelizzare la società circostante e di coglierla, quasi di rincorrerla, nel suo rapido e continuo mutamento”.

Noi, come Chiesa diocesana, come parrocchie, associazioni, movimenti e soprattutto a livello personale, stiamo maturando la convinzione che il Concilio “resta la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel ventesimo secolo e che esso è la bussola per poter camminare spediti in questo nostro tempo così bello, ma altrettanto complesso e forse drammatico?

Il Concilio può davvero diventare una grande forza per il rinnovamento della Chiesa e per la Nuova evangelizzazione su cui si è ampiamente soffermato l’ultimo Sinodo dei Vescovi, se tutti avremo il coraggio di convertirci ad esso.

Il rinnovamento della Chiesa passa indubbiamente attraverso la testimonianza dei credenti. Anche quest’anno sono innumerevoli coloro che col dono della loro vita e l’effusione del loro sangue hanno testimoniato l’amore a Cristo in tutto il mondo dal Pakistan alla Nigeria. Ma anche senza giungere al dono estremo della vita, in quanto discepoli dell’unico Signore, siamo tutti chiamati a far risplendere nel mondo la Parola di verità. Vi invito pertanto a vivere con intensità l’Anno della Fede, partecipando a tutte le iniziative che vi saranno proposte. Io stesso terrò in cattedrale quattro incontri aperti a tutti durante il periodo della Quaresima sulle principali verità della nostra Fede: “Credo in Dio Padre, in Gesù Cristo, nello Spirito Santo, nella Chiesa”.

Perché la nostra sia una fede che muove, una speranza che illumini, una carità che ci consumi d’amore per Dio e per il prossimo.

Giunti ormai alle ultime ore del 2012, il nostro sguardo di fede più che sull’anno che si conclude, che affidiamo alla misericordia di Dio, è fisso sull’anno 2013, a cui guardiamo con fiducia, rivolgendo ancora una volta, nella luce del Natale lo sguardo al Bimbo di Betlemme, il Dio fatto uomo “dalla cui pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia. Si, vogliamo tenere fisso lo sguardo su Gesù, Colui che dà origine alla fede e la porta a compimento, come ha scritto Benedetto XVI nella Porta Fidei: “Su Lui trova compimento ogni travaglio e anelito del cuore umano. La gioia dell’amore, la risposta al dramma della sofferenza e del dolore, la forza del perdono davanti all’offesa ricevuta e la vittoria della vita dinanzi al vuoto della morte: tutto trova compimento nel mistero della sua Incarnazione, del suo farsi uomo, del condividere con noi la debolezza umana per trasformarla con la potenza della sua risurrezione”.

Fratelli e sorelle, ci consola il fatto che l’anno che si chiude e quello ormai imminente sono entrambi posti sotto lo sguardo della Santa Madre di Dio, la nostra Madonna delle Grazie, che sempre ci accoglie, ci benedice e, vorrei dire, ci accarezza maternamente perché anche di questo abbiamo bisogno. Tutto dunque stasera ci invita a volgersi fiduciosi a Lei che “accolse prima nel suo cuore e poi nel suo grembo il Verbo di Dio, donando così al mondo la vita”.

Nel Te Deum, il grande inno di lode e di ringraziamento, attribuito a Sant’Ambrogio, che canteremo al termine della celebrazione eucaristica, non potrò fare a meno di rivolgere il mio pensiero affettuoso e benedicente alla carissima città di Perugia e a tutti gli abitanti della nostra tanto amata Archidiocesi. Tutti fin da ora affido alla bontà misericordiosa di Dio. Soprattutto coloro che, oberati da difficoltà e sofferenze di ogni genere, fanno fatica a guardare con fiducia e speranza al nuovo anno. Penso continuamente alle tante famiglie che stentano giorno per giorno a far quadrare il bilancio, a chi ha perso il lavoro e dubita di poterlo trovare, ai giovani, per i quali il futuro è così avaro di prospettive, ai malati, agli anziani, a quanti vivono nella solitudine, a chi si sente abbandonato da tutti, a coloro che non hanno un tetto, ai tanti immigrati (da noi sono più del 10% della popolazione), ai profughi, che a Natale ho avuto la gioia di poter pranzare con loro, ai carcerati.

A tutti, prendendo a prestito le parole del Libro dei Numeri, rivolgo per il 2013 il mio augurio di pace, di bene, di grazia.

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