di Marta Rosati

Una madre straziata dal dolore e una sotto interrogatorio, poi indagata. Una ha la figlia di 22 anni in una bara, l’altra un figlio di 23 in carcere. Questa la situazione a otto giorni dalla scomparsa di Ilaria Sula, la studentessa universitaria originaria di Terni, assassinata a Roma dal suo ex fidanzato e abbandonata in un dirupo all’interno di una valigia. Lunedì Ilaria è stata accompagnata da circa tremila persone per il suo ultimo viaggio, il funerale. Sotto un sole limpido di aprile, tanti hanno voluto manifestare vicinanza alla famiglia della giovane, distrutta dal dolore. Sua madre non riesce a camminare. Tutti gli altri faticano a trattenere le lacrime.

Addio per sempre  ilaria Strappata con violenza alla vita, i suoi sogni di ragazza, i suoi studi e le sue ambizioni si sono infranti in pochi istanti, dopo le coltellate al collo ricevute da chi diceva di amarla e voleva ancora possederla. Lui al giudice ha detto di non sopportare che lei si scambiasse dei messaggi con un altro, ha detto di essere stato accecato dalla rabbia. Una rabbia che lo ha portato a colpire a morte la giovane con la quale aveva condiviso un pezzo di esistenza. I fendenti letali, il corpo di Ilaria senza vita, nel sangue, nella cameretta dell’appartamento dei Samson, in via Homs, a Roma, quartiere Africano. Un orrore da lavare via in fretta. La freddezza di ripulire la stanza, piegare il cadavere, infilarlo in valigia come qualche indumento, come quelli che Ilaria gli aveva riportato la sera prima in segno di chiusura del rapporto. Lui non ci sta, la uccide la mattina del 26 marzo. Ha solo un anno più di lei, si sono conosciuti lavorando al Mc donald’s, dove, per un po’, si guadagnavano qualche soldo per alleggerire il peso delle spese universitarie sui bilanci delle rispettive famiglie.

Il femminicidio Sula Mentre si consuma l’aggressione con la lama, in casa c’è la madre di Mark, descritta da alcuni conoscenti come un’ombra costante sulla coppia, una che considerava Ilaria solo come una distrazione, per suo figlio, dagli impegni con lo studio. Avrebbe contribuito all’occultamento del cadavere della giovane. La mano di una donna, su un femminicidio. La mano di una mamma. Se esite una questione di genere, come esiste, la riflessione sul caso Sula non può allora non andare oltre. Una storia di disagio, la rappresentazione di chi non accetta che il benessere dell’altro sia altrove, la prova che le generazioni di oggi (con genitori che spesso convincono i figli che siano i migliori, o al contrario chre non valgano nulla), con difficoltà, sanno affrontare i problemi, soprattutto quelli di cuore. Perché la società ci vuole belli, performanti e apprezzati, e impegnati, e ligi a certi schemi sociali ‘universalmente accettati’, a qualunque costo. Anche a costo di mettere da parte i rapporti umani che ci appagano, i sentimenti che ci scaldano il cuore, le primavere che sentiamo sbocciare. Soprattutto se sei donna, meglio se le reprimi certe sensazioni, perché per te, di epiteti, ce ne sono parecchi pronti a raggiungerti con impeto.

Violenza di genere? Se uomini e donne sono diversi, e «chi uccide una donna, non può essere chiamato uomo» (come ha detto il sindaco di Terni, Stefano Bandecchi, al funerale di Ilaria Sula), perché ancora le donne sono costrette ad anelare la parità? Nel lavoro, in famiglia, per i diritti… Se sono considerate il sesso debole, perché non hanno invece maggiori tutele, garanzie, aiuti? Dove sono le istituzioni che aiutano a crescere individui sani nel contesto collettivo? Dov’è lo Stato, se permette a un braccialetto elettronico di non funzionare e alle donne che hanno il coraggio di denunciare di andare incontro alla morte? Dove si diffonde la cultura della non violenza? Come capiscono le figlie non educate all’affettività, che mamma è vittima di una violenza psicologica che, di riflesso, domani, potranno subirla anche loro senza rendersene conto? E può accadere allo stesso modo anche di papà in figlio? Qual è la Scuola che davvero forma alla vita, alla convivenza sociale, all’individuazione dei pericoli, alla piena affermazione di sé, senza dipendere da nessuno? Dov’è lo stato sociale per i più deboli? Dov’è la giustizia? dove la certezza della pena?

Ragione di uccidere Come possono sempre più individui ricorrere alla violenza con inaudita ferocia e facilità? Come possono ragazzini di 15 anni estrarre la lama per minacciare, difendersi o colpire? Che risposta è la violenza? Assenza di dialogo, volontà di prevalere, debolezza di pensiero, incapacità di comprendere, mancanza di rispetto o solo il modo per sbarazzarsi di qualche problema, o banale fastidio? Mettere a repentaglio la propria libertà non è più un deterrente. Nemmeno a 23 anni, gli anni di Mark. Il caso Sula, forse, oltre la violenza di genere, dovrebbe proiettarci sul paradigma esistenziale umano, su quella necessità di futuro che dopo il ’68 sembra essersi persa per sempre. Che prospettive di vita si hanno oggi? Il pericolo che ci si sporchi facilmente le mani di sangue perché non si ha molto da perdere è il retropensiero più raccapricciante di un ennesimo macabro delitto tra esseri umani.

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